international analysis and commentary

Il ruolo militare del Giappone: alleato degli USA e vera potenza regionale

1,164

Quando a marzo il Giappone ha abbandonato il suo storico pacifismo totale del dopoguerra, su pressione degli Stati Uniti, la Cina non l’ha presa bene e ha subito percepito la novità come una minaccia. “Il signore della guerra Shinzo Abe ha abbandonato la Costituzione del Giappone, non facendo altro che mettere in pericolo il diritto del paese a vivere in pace”, ha commentato l’agenzia ufficiale cinese Xinhua, riferendosi al premier nipponico e alla legge votata nel settembre 2015 ed entrata in vigore sei mesi dopo.

La nuova legislazione rappresenta la più grande rivoluzione nella politica difensiva del Giappone dal 1954, quando venne rimesso in piedi l’esercito dopo l’azzeramento militare voluto dagli americani al termine della Seconda guerra mondiale. Permette infatti per la prima volta alle “Forze di autodifesa” giapponesi di intervenire militarmente all’estero.

Tokyo potrà impiegare la forza militare a tre condizioni: se un paese alleato è sotto attacco e la sopravvivenza del Giappone è minacciata, se non ci sono altri mezzi appropriati per respingere l’attacco, e se l’uso della forza è limitato al minimo indispensabile. Un bel passo avanti rispetto a una Costituzione secondo la quale “il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto sovrano della nazione”. Abe ha motivato la scelta citando la “sicurezza della regione sempre più precaria”; anche se non ha fatto nomi, i riferimenti non sono un mistero per nessuno. Da una parte, la minaccia nucleare e missilistica della Corea del Nord, dall’altra, la crescente aggressività della Cina nel Mar cinese meridionale e orientale (dove si trovano anche isole contese tra Pechino e Tokyo).

Soprattutto, con questa nuova legge il Giappone riequilibra la sua alleanza militare con gli Stati Uniti, fino ad ora nettamente sbilanciata verso Washington per quanto riguarda le responsabilità. Il trattato di alleanza militare con Washington, tuttora in vigore, risale al 1960, anche se le sue linee guida sono state più volte ampliate nel 1978, 1997 e 2015. Circa 50 mila truppe americane si trovano su suolo nipponico, divise in 89 basi, delle quali godono l’uso esclusivo (concentrate nella prefettura di Okinawa nella parte meridionale del Paese). Si tratta della più numerosa forza strategica americana nell’area del Pacifico. Gli Stati Uniti hanno sempre garantito la sicurezza del paese asiatico, controllando così anche una vasta regione circostante e permettendo al Giappone di spendere solo l’1 per cento del suo Prodotto interno lordo per la difesa. L’alleanza si è evoluta nei decenni, portando gradualmente a un sempre maggior impegno del Giappone.

La legge da poco entrata in vigore è figlia dell’accordo raggiunto con gli Stati Uniti nell’aprile del 2015, dopo anni di pressioni da parte del presidente americano Barack Obama, che ha fatto della presenza militare Usa nel Pacifico un punto centrale della sua politica estera, nel quadro del cosiddetto “Pivot to Asia”. In base alla nuova intesa, il Giappone da soggetto passivo, difeso dall’America in caso di attacco ma non obbligato a ricambiare, è passato ad essere un protagonista attivo, impegnandosi a proteggere l’alleato anche al di fuori dei confini dell’arcipelago. Il nuovo patto era stato celebrato solennemente da Obama e Abe alla Casa Bianca e non poteva che prevedere una nuova interpretazione della Costituzione nipponica. Non è casuale che gli Stati Uniti siano stati il primo paese a complimentarsi con il Giappone per l’ approvazione della legge nel settembre scorso.

Che l’accordo sia tutto in chiave anticinese e serva a contenere Pechino, garantendo così la stabilità della regione, non c’è dubbio. Va ricordato peraltro che il Giappone nel 2015 ha speso per la difesa 42 miliardi di dollari, il che lo colloca all’ottavo posto mondiale nella classifica dei bilanci assoluti, ma al 125esimo per spesa in percentuale sul Pil (dati SIPRI – Stockholm International Peace Research Institute). A marzo, Tokyo ha inviato sull’isola Yonaguni (la propaggine più occidentale del territorio nazionale) un nuovo contingente per monitorare le attività della Cina nel Mar cinese orientale. Oltre ad attività di intelligence, queste forze sono addestrate anche per operazioni militari in piena regola. L’atollo fa parte della catena delle Isole Nansei, l’estrema parte meridionale del Giappone, che il governo sta militarizzando d’accordo con gli Stati Uniti. Inoltre, Tokyo ha lanciato in aprile un’unità speciale di guardia costiera composta da 12 grandi navi, incaricate di pattugliare il Mar cinese orientale attorno alle isole Senkaku/Diaoyu, contese tra Giappone e Cina. Il premier Abe ha infine annunciato che il sistema anti-missilistico del paese sarà rafforzato entro il 2020 e potrebbe essere proprio Washington a fornire all’alleato il suo sistema Thaad.

Per contenere Pechino nella tratta di oceano da cui passano ogni anno circa cinquemila miliardi di dollari di merci, senza contare i fondali ricchi di gas e petrolio, il Giappone già da anni si muove su più fronti: ha venduto, ad esempio, sei navi da ricognizione al Vietnam (per una cifra “scontata” di 4,5 milioni di dollari), perché le usi nel monitoraggio delle forze navali cinesi, e 10 alle Filippine con lo stessa finalità.

Nonostante i rapporti tra Cina e Giappone si siano normalizzati nel 1972 e il commercio tra i due paesi sia fiorente, il Partito comunista non starà a guardare mentre Tokyo accresce il suo ruolo militare diretto. Sempre frasi della Xinhua, il Giappone “asseconda gli interessi degli Stati Uniti nella regione. Ancora una volta il Giappone si dimostra un paese guerrafondaio e una pedina nel gioco di interferenza che gli Usa fanno negli affari regionali dell’Asia-Pacifico”.

La Cina non si è fermata alle parole, e gli avamposti costruiti a partire dalle isole contese con gli altri paesi, come le Spratly, hanno già raggiunto i 1.300 ettari. La costante militarizzazione di queste installazioni militari è proprio uno degli elementi principali che ha convinto Abe della necessità di cautelarsi e stringere un’alleanza ancora più stretta con gli Stati Uniti – perfino a costo di cambiare la Costituzione.