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Il ritiro della Russia dal New Start, fra deterrenza e strategia politica

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Vladimir Putin ha annunciato nel suo discorso alla nazione davanti all’Assemblea federale del 21 febbraio che la Russia sospende il trattato New Start sul nucleare, ancora in vigore con gli Stati Uniti dal 2011 – senza però ritirarsene. Contestualmente il Presidente russo ha invitato il Ministro della Difesa, Sergej Shojgu, e Rosatom, l’azienda pubblica russa che si occupa dell’energia atomica, ad essere pronti per dei test sulle armi nucleari: “Non le useremo mai per primi, ma se lo faranno gli USA dobbiamo essere pronti. Nessuno deve farsi illusioni: la parità strategica non deve essere infranta”, ha precisato.

Il missile intercontinentale balistico RT-2PM2, Topol-M, prodotto in Russia nel 2022

 

Al momento l’unico vero effetto visibile di questa decisione è stato l’incontro al G20 di New Delhi, il 2 marzo, fra il Segretario di Stato americano, Anthony Blinken, e il suo omologo russo, Sergej Lavrov, in una sorta di effetto »escalate to de-escalate«, ovvero alzare la posta per centrare l’obiettivo. Secondo quanto emerso dalle ricostruzioni dei media, sembrerebbe che sia stato Blinken a spingere per un faccia a faccia diretto, durato una ventina di minuti, il primo dall’invasione russa dell’Ucraina. E se da parte americana è emerso, in forma ufficiosa tramite qualche funzionario del Dipartimento di Stato ripreso dai media statunitensi, che fra i punti affrontati durante il confronto c’è stato anche il tentativo di riaprire subito il dialogo sul New Start, dal canto suo Lavrov ha rilasciato dichiarazioni perentorie in linea con quanto detto sin dall’inizio del conflitto, quando nelle settimane successive all’invasione dell’Ucraina chiedeva di sedersi a un tavolo per riorganizzare il sistema di sicurezza europeo, obiettivo al quale lavorarono senza successo le principali diplomazie euro-atlantiche nei mesi precedenti all’invasione. Lavrov ha inoltre ribadito il tono accusatorio del Cremlino sottolineando la sfiducia della Russia nei confronti dell’Occidente anche in ambito energetico.

 

Il quadro del New Start e le implicazioni in termini di sicurezza

Il trattato New Start comprende tre documenti: il testo di base, che prevede anche una clausola di ritiro, un protocollo che elenca diritti e obblighi associati al documento, e allegati tecnici che affrontano i dettagli. Tutti e tre i documenti sono stati ratificati dai rispettivi parlamenti e sono in vigore da oltre 12 anni. Come ha spiegato Putin, la decisione della Russia di sospendere, senza ritirarsi dall’applicazione del New Start è stata presa »perché non vogliamo permettere agli ispettori americani di visitare i siti nucleari russi mentre Washington è intenta ad infliggere una sconfitta strategica a Mosca«.

 

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E dal punto di vista del Cremlino la questione è appunto strategica, con l’accordo che rappresenta per certi versi la punta più avanzata del confronto con l’unica forza del mondo unipolare che la Russia di Putin vuole scardinare, cercando per questo sponde tanto con la Cina quanto con l’India, dove si è appunto svolto il recente G20. Una visione che richiama la ben nota Dottrina Primakov, sviluppata a metà degli anni Novanta e messa in soffitta per un decennio o più.

Il trattato è »nuovo« perché succeduto alla firma dello Start I, siglato il 31 luglio 1991 tra Stati Uniti e Unione Sovietica, e prevedeva limiti al numero di armi di cui i due Paesi potevano dotarsi. L’Unione Sovietica collassò cinque mesi dopo la firma, perciò è rimasto in vigore con Russia, Bielorussia, Kazakistan e Ucraina, con questi ultimi tre Paesi che hanno però azzerato completamente il loro potenziale offensivo nucleare. Al primo seguì poi l’accordo Start II, mai entrato in vigore, e il trattato sulla riduzione delle armi strategiche (SORT, Treaty on Strategic Offensive Reductions), sottoscritto a Mosca nel 2002, che di fatto precede e per certi versi pone le basi del New Start, il quale oltre a una nuova riduzione del 30% degli armamenti nucleari strategici, ha introdotto meccanismi di verifica non contemplati nei precedenti trattati.

Il nuovo Start (New Strategic Arms Reduction Treaty) sulla limitazione delle armi nucleari – con un limite di 1.550 testate nucleari – fu firmato a Praga l’8 aprile del 2010 dagli allora presidenti degli Stati Uniti, Barack Obama, e della Federazione Russa, Dmitri Medvedev, in pieno periodo »reset«, come fu definita allora la politica bilaterale dei rapporti fra le due principali potenze nucleari al mondo. Entrato in vigore il 5 febbraio 2011, il trattato fu prorogato una prima volta per 5 anni nel febbraio 2016 e una seconda nel febbraio 2021, con scadenza prevista nel 2026.

L’accordo riguarda le testate montate sui missili balistici intercontinentali (ICBM), sui missili balistici lanciati dai sottomarini (SLBM) e sul numero di bombardieri disponibili con una testata ciascuno, portando a una diminuzione del 74% rispetto all’accordo Start I e, come detto, del 30% rispetto al trattato Sort di Mosca del 2002. E’ anche previsto un limite di 700 vettori contando i missili ICBM e SLBM e i bombardieri in grado di sganciare ordigni nucleari: un dimezzamento rispetto allo Start I. Il limite fu posto a 800 contando anche i missili non puntati, mentre non è immaginata alcuna soglia massima sul numero di missili ICBM e SLBM non schierati, pur prevedendo il monitoraggio, lo scambio continuo di informazioni sulla loro ubicazione e ispezioni per confermare che non vengano aggiunti alla forza schierata, con notifiche relative alle armi strategiche e ai siti elencati nel documento, e metodi per facilitare i controlli.

Gli Stati Uniti e la Russia hanno approntato controlli per garantire che i loro missili nucleari non possano essere usati accidentalmente e insieme raggruppano circa il 90% delle testate nucleari mondiali. Alcuni esperti hanno sottolineato che anche se la Russia non sta tecnicamente uscendo dal trattato, ci saranno molte meno opportunità per verificarne le clausole cruciali. Solo mezzi tecnici nazionali, e quindi la conformità sarà contestata. Secondo Washington l’intesa non stabilisce limiti sui programmi di difesa anti-missile, ma è un’interpretazione mai condivisa da Mosca.

 

Perché la Russia lo sta sospendendo

All’inizio di febbraio la Russia ha dichiarato di voler preservare il trattato, nonostante quello che ha definito un approccio distruttivo degli Stati Uniti al controllo degli armamenti. Tuttavia, il Ministero degli Esteri russo ha incolpato gli Stati Uniti per la decisione di sospendere la partecipazione, accusando Washington di non aver rispettato le sue disposizioni e di aver tentato di mettere in pericolo la sicurezza nazionale della Russia. Sia Putin che Lavrov hanno comunque sottolineato che “Washington deve mostrare la volontà politica e compiere sforzi in buona fede per una de-escalation generale. Siamo convinti che il potenziale del trattato in termini di contributo al rafforzamento della sicurezza internazionale e della stabilità strategica sia tutt’altro che esaurito”, ha detto Lavrov.

 

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In sostanza, Mosca ritiene che le realtà geopolitiche fondamentali alla base della firma del trattato siano cambiate e che le disposizioni siano diventate unilaterali, favorendo gli Stati Uniti, accusati di aver trovato il modo di violare i propri limiti centrali sul numero di testate nucleari che possono essere dispiegate. L’annuncio della Russia è probabilmente rivolto a un pubblico internazionale, poiché mentre Europa e Stati Uniti sono ampiamente d’accordo sul sostegno all’Ucraina e sui passi verso i negoziati, i Paesi di altre regioni sono più divisi su questi temi. E’ plausibile sostenere che sia proprio questa la differenza che Putin sta cercando di sfruttare.

 

L’«idea russa« e la ricerca del mondo multipolare

Dalla prospettiva russa, la decisione va letta anche in un quadro più ampio, quello dell’idea dell’eccezionalità russa, di un paese che non è Occidente né Oriente e che perciò può congiungere i due mondi in nome di una sua peculiare forza morale e spirituale. Un’idea che percorre in lungo e in largo la cultura russa, che Fëdor Dostoevskij chiamava l’«idea russa« di pendolo fra Occidente e Oriente, e di cui per primo ha dato conto il filosofo Pëtr Čàadaev nelle sue otto Lettere filosofiche, scritte in francese nel mondo dell’emigrazione russa. Čàadaev affermò anche che la Russia era un Paese al di fuori della comunità storica universale, una convinzione attuale 200 anni fa così come oggi.

In termini di politica estera e di sicurezza, dall’inizio del XXI secolo la politica estera e quella di sicurezza russe sono ispirate dalla già citata Dottrina Primakov, che trae il nome da Evgenij Primakov, già Primo Ministro e Ministro degli Esteri della Federazione Russa. Si tratta di una visione del futuro della Russia, delle sfide e delle minacce che deve fronteggiare, e dei principali obiettivi, interni ed esteri, a cui deve tendere, primi fra i quali un ordine mondiale multipolare e il ritorno di Mosca allo status di grande potenza, con una propria zona d’influenza.

Secondo questa visione, un mondo a guida unipolare statunitense non solo è incompatibile con gli interessi russi, ma è anche più instabile rispetto a un sistema multipolare gestito da un concerto di grandi potenze che limitino l’egemone. E dopo un periodo di supposta luna di miele con l’Occidente in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, coinciso con una ricostruzione economica spinta dai prezzi delle materie prime esportate dalla Russia, Putin ha fatto intendere che avrebbe operato in modo tale da ritornare ad essere un attore indispensabile di un sistema multipolare, attento ai propri interessi laddove la cooperazione con l’Occidente non si fosse rivelata possibile. Questo cambio di rotta viene fatto coincidere con l’intervento di Putin alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco nel 2007, appena cinque anni dopo gli accordi di Pratica di Mare, che, quantomeno sul piano retorico, sembravano aver creato un nuovo equilibrio fra NATO e Russia.

Secondo la visione di Primakov, per la Russia è necessario creare un asse strategico con Cina e India, rafforzare l’integrazione con i Paesi successori delle repubbliche sovietiche rimaste fuori dall’orbita occidentale, e impedire ulteriori espansioni della NATO. L’interregno di Dmitri Medvedev, che come detto firmò il New Start in piena atmosfera di »reset« delle relazioni fra Russia e Stati Uniti, ha solo sospeso la realizzazione di questo piano. Medvedev, al momento Vicepresidente del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa, è oggi tra coloro che dall’inizio della guerra ha utilizzato i toni più aggressivi, e a volte apocalittici, contro l’Occidente. Diventare un polo di potere indipendente richiede risorse notevoli e molto tempo.

I timori di uno scontro nucleare sono aumentati dopo l’invasione dell’Ucraina. John Erath, direttore politico senior del Center for Arms Control and Non-Proliferation, ha dichiarato in un’intervista al Washington Post del 21 febbario scorso che la mossa della sospensione del New Start è “del tutto simbolica”, anche perché la Russia già non permetteva controlli. Erath crede che Putin abbia fatto l’annuncio per fare pressione su Biden affinché si avvicini alla Russia per porre fine alla guerra, in modo che la Russia possa dettare i termini in base ai quali ciò accadrebbe. Putin ha ricordato al mondo le dimensioni e la potenza dell’arsenale di Mosca e si è detto pronto a usare tutti i mezzi necessari per difendere “l’integrità territoriale” della Russia.

Le forze convenzionali rimangono quindi centrali per la dissuasione di una guerra, cioè per la paceA livello strategico, l’“equilibrio del terrore”, la cosiddetta Mutual Assured Destruction, fra gli Stati Uniti e la Russia è regolata dal trattato New Start siglato nel 2010. Secondo chi scrive è lecito affermare che la decisione russa sia una mossa meramente politica, che quindi può essere facilmente annullata se le relazioni politiche generali cambiano, e secondo gli esperti tornare all’attuazione del trattato sarebbe semplice. Il problema è che non è in vista alcun cambiamento nelle relazioni politiche e la »relazione nucleare«, al momento, si basa sulla fiducia delle rispettive informazioni oltre che sull’imponderabile andamento della guerra in Ucraina.