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Il presidente-candidato alla ricerca del voto bianco operaio

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Il Partito Democratico ha un problema di lunga data: quello del voto bianco e operaio. Quando si leggono i dati sugli exit polls relativi alle ultime tornate elettorali americane o i sondaggi, le risposte dei bianchi senza istruzione superiore non faranno mai sorridere uno stratega democratico che debba ragionare su come vincere le elezioni presidenziali. Tanto più che il voto dei blue collar workers è cruciale in una serie di stati che chiunque voglia diventare presidente deve portare a casa – e dove, nel 2010, i risultati democratici sono stati pessimi. Dal Michigan all’Ohio, dal Wisconsin alla Pennsylvania, la vecchia classe operaia e industriale d’America non ha più un’identità automaticamente democratica.

È così da molti anni. La data simbolica di questo addio è quella del trionfo di Ronald Reagan alle elezioni del 1980. È da allora che gli scienziati politici e i commentatori utilizzano il termine Reagan Democrats per parlare di quei lavoratori bianchi e un po’ conservatori, stanchi degli eccessi del welfare pubblico (negli Stati Uniti gli operai avevano il loro grazie a contratti molto generosi), considerati come favori alle minoranze. Pur non essendo un elettorato guidato dalle scelte etiche, non si entusiasmavano affatto per l’inizio delle campagne sui quei diritti civili che ancora animano la battaglia politica negli Stati Uniti – soprattutto l’aborto e il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

La scelta di perseguire obiettivi legati al riconoscimento dei diritti e alla tutela delle minoranze non parlavano agli operai quanto quel discorso positivo sul futuro che fu tipico di Ronald Reagan. Con gli anni questa distanza con il Partito Democratico si è fatta strutturale. Diversi analisti, guardando all’andamento dei redditi della classe medio-bassa, ritengono che questo sia uno dei paradossi della politica americana. Oppure un capolavoro del Partito Repubblicano. Tra i Democratici solo il presidente Clinton è stato capace di riconquistare il voto, e perfino l’affetto, di una parte cospicua dei blue collar voters. Sconfitto da McCain tra i bianchi, nel 2008 Barack Obama ha perso tra i lavoratori bianchi per 18 punti rispetto al suo avversario repubblicano. Peggio è andata nella valanga repubblicana del 2010 per il Congresso, che infatti ha eletto senatori del Grand Old Party e mandato a casa Democratici in Wisconsin e Pennsylvania. Forse è per questo che nel novembre 2011 molti ritenevano che la campagna di Obama avrebbe dato quel voto per perso e avrebbe cercato di fare un passo ulteriore nella direzione di una coalizione fondamentalmente basata sul voto delle minoranze, dei giovani istruiti, delle donne. Così scrisse, in particolare, il columnist e professore di giornalismo a Columbia Tim Ensdall nel novembre 2011. In rete e su pubblicazioni meno visibili anche gli strateghi democratici Ruy Teixeira, James Carville e Stanley Greenberg avevano sostenuto la stessa tesi. Questo è il ragionamento, in estrema sintesi: calcolando che il numero di elettori appartenenti a minoranze è destinato ad aumentare nel 2012, uno sforzo per conquistare alcuni di questi elettori e anche a fronte di un peggioramento della performance tra i bianchi rispetto al 2008, Obama può vincere.

Molte cose sono però cambiate da quelle prime analisi. Dopo il trionfo repubblicano e fiscal conservative del 2010, molti governatori neoeletti hanno pensato che fosse giunto il momento di colpire il sindacato, colpevole tra le altre cose di essere un finanziatore sempre più importante delle campagne democratiche. L’obiettivo scelto fu il sindacato del settore pubblico. La ricetta sta nel dipingere chi lavora nel welfare e chi ne usufruisce come un tendenziale parassita. In Wisconsin e in Ohio, il tentativo di colpire i sindacati ha però suscitato una mobilitazione senza precedenti – in particolare nel primo stato, che ha una antica tradizione progressista. Questa lunga e non conclusa battaglia politica ha così ridato slancio al movimento sindacale.

Non va dimenticato che nel vicino Michigan, e in tutti gli Stati della zona dove sono impiantate fabbriche d’auto, il sindacato ha giocato un ruolo cruciale nel rilancio del settore. La United Auto Workers, che per anni non aveva ceduto di un millimetro e che difendeva una situazione conquistata negli anni in cui Detroit era il centro industriale d’America e del mondo, ha firmato contratti per ciascuno dei tre grandi gruppi automobilistici, ottenendo in cambio investimenti, la ripresa del lavoro in diversi stabilimenti e nuova occupazione. Il presidente Obama ha elogiato gli accordi, rivendicando con forza la sua scelta di spendere soldi pubblici per salvare l’auto americana.

Un ulteriore elemento che ha cambiato indirettamente le cose è stato l’esplodere della protesta di Occupy Wall Street (OWS), incentrata sulle disuguaglianze socio-economiche. In un momento di crisi che quasi nessun americano aveva mai vissuto, la tendenza all’arricchimento sfrenato di una porzione molto limitata della popolazione è stata percepita come inaccettabile. Anche per coloro che credono e continuano a credere nel sogno americano e nella possibilità di diventare milionari. Su questo carro è saltata la campagna Obama, fornendo una versione moderata della retorica di OWS.

La somma di questi elementi, e la sottolineatura del carattere economico delle differenze tra Repubblicani e Democratici, potrebbe quindi aiutare il presidente a riconquistare o mantenere il voto dei blue collar workers. Specie se, come appare sempre più probabile, il candidato repubblicano alla presidenza sarà Mitt Romney, che fatica a conquistare i voti dei lavoratori contro la retorica del nipote di minatori Rick Santorum.

Non è quindi un caso – ed è un segnale che la campagna Obama non intenda affatto lasciare i lavoratori dell’industria ai Repubblicani – che la prima uscita elettorale del vicepresidente Biden sia stata a Toledo. La piccola città dell’Ohio, al confine con il Michigan, è un vecchio centro semi-vuoto dove un tempo c’erano alberghi e magazzini industriali. Nei quartieri attorno al centro molte case portano i segni dell’abbandono e della crisi. Qui una fabbrica della Chrysler ha riaperto e altri due funzionano a pieno regime. E qui Jo Biden, uno dei politici americani che meglio parla alla classe operaia, ha fatto un discorso scoppiettante, prendendo in giro la ricchezza di Romney (“Mio padre era manager di un concessionario, io prendevo le macchine e ci portavo in giro le ragazze. È bello avere un papà nel business delle auto” ha detto riferendosi a George Romney, padre di Mitt e presidente della American Motors per 12 anni) e parlando alla middle class (“Se la classe media cresce o meno è così che io e Barack misuriamo il successo”). Difendere le politiche economiche che hanno avuto un effetto positivo negli stati industriali e parlarne altrove, sottolineare la distanza da Wall Street e chiedere una tassa per i milionari, sembra quindi essere la strategia adottata per riconquistare i cuori degli operai bianchi. Utilizzando Biden come punta di diamante e il miliardario-manager Romney come obiettivo polemico. Un buon bersaglio per far dimenticare che il presidente Obama non è amato dalla classe operaia per i suoi modi raffinati e il suo ragionare da intellettuale delle grandi università – il bevitore di vino contrapposto a “Joe six pack”, l’operaio che compra la scatola con sei lattine di birra.

A questa strategia si accompagnano i dati economici, che dopo mesi positivi hanno cominciato a mostrare i loro effetti anche nella vita delle persone. Da gennaio in poi i sondaggi da Wisconsin, Michigan, Ohio e Pennsylvania fotografano un quadro roseo per il presidente. Il grado di approvazione tra i bianchi senza educazione superiore è persino più alto che al momento della sua elezione. Potrebbe essere una fase, specie fino a quando i Repubblicani non si saranno uniti dietro ad un solo candidato e questi avrà un messaggio chiaro e contrapposto a quello del presidente. Ma è un dato nuovo. E per questo le visite in Ohio e in altri stati della “cintura delle ruggine” saranno frequenti, così come l’insistenza sulla necessità di avere un’economia più equa.