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Il fattore democrazia e il “Power South”

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 Un detto inglese recita: A rose is a rose is a rose (versione semplificata di un verso tratto da una poesia di Gertrude Stein). Fuor di metafora, spesso le cose sono semplicemente quello che sembrano. Quindi, una dittatura è una dittatura. Naturalmente, sappiamo che la realtà non è quasi mai così semplice, perché presenta molte sfumature di grigio, e dunque anche gradazioni variegate di democraticità e autoritarismo.

 

In alcune occasioni, esponenti politici di Paesi liberal-democratici di mercato – è accaduto recentemente al Ministro degli Esteri tedesco, e prima al Presidente americano Joe Biden – definiscono il regime cinese come dittatoriale (cioè anche peggio che “autoritario”). La circostanza interessante non è però questa; è che il governo cinese si offenda di fronte all’uso dell’appellativo, spiegando che si tratta di una violazione dell’etichetta diplomatica e perfino una negazione della realtà – come se il sistema politico della Repubblica Popolare fosse davvero una “repubblica popolare” e magari perfino una democrazia (lasciando fuori il termine “liberale”, che sarebbe chiedere troppo). Cosa ci dicono episodi come questi? Suggeriscono soprattutto che, seppure in un certo senso specifico e limitato, il buon Francis Fukuyama, quasi sbeffeggiato per la sua formula sulla “fine della storia”, aveva colto nel segno. Quantomeno, aveva colto un segno. Il punto è il seguente: perfino i maggiori avversari ideologici della democrazia liberale, che professano orgogliosamente di credere in un modello alternativo – nel caso dei leader di Pechino, nel “socialismo con caratteristiche cinesi” – desiderano in effetti essere etichettati come “democratici”. Strana contraddizione.

Intanto, il regime cinese sembra avvitarsi in una spirale di ossessivo autoritarismo a somma zero – nel senso che il leader unico del Partito unico elimina letteralmente qualsiasi figura che per qualche ragione possa minacciare la sua assoluta centralità al potere. La comunicazione ufficiale del governo non si preoccupa neppure di giustificare la scomparsa improvvisa di ministri (ultimo in ordine di tempo, il Ministro della Difesa), generali, imprenditori: semplicemente, li sottrae alla vista del pubblico, interno e internazionale. Alcuni appaiono nuovamente a distanza di tempo, altri no. Insomma, il funzionamento della macchina del potere politico ai massimi vertici è quasi totalmente opaco; eppure il regime sembra avere a cuore una qualche apparenza di “democraticità”. Forse allora dietro questi comportamenti c’è una certa insicurezza sul modello cinese? O, dovremmo dire, ormai, sul “modello cinese con caratteristiche di Xi”?

 

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Del resto, la Cina non è sola a manifestare questa strana sindrome; perfino la Russia, in piena guerra di aggressione (seppure entrata in fase difensiva e di posizione, per carenza di capacità russe e per sorprendente resilienza ucraina), chiede ora di rientrare nel Consiglio dell’ONU sui Diritti umani (UNHCR). Al di là del comprensibile desiderio di bloccare cinicamente eventuali decisioni sanzionatorie da parte degli altri membri dell’ONU, ci si può chiedere se nel tentativo russo non vi sia anche una curiosa scelta culturale quasi consolatoria, come se perfino Vladimir Putin volesse in fondo assolvere il suo Paese dall’accusa di violare sistematicamente i diritti umani (sia in Ucraina che all’interno della stessa Federazione Russa).

In breve, sembra quasi che i regimi autoritari si vergognino delle loro caratteristiche distintive, pur in una fase in cui un Paese come la Cina si propone quale leader di un gruppo antagonista (i famosi “BRICS allargati”) che contesta l’ordine internazionale in quasi ogni sua manifestazione. Quell’ordine è infatti ritenuto palesemente occidentale, o comunque troppo occidentale per essere tollerato. Eppure, a giudicare appunto da questi e altri recenti episodi, viene il forte sospetto che chi si sente escluso o sottorappresentato in quel contesto di regole e istituzioni non voglia realmente abbatterlo, bensì semmai diventarne pienamente parte, essere accettato e accolto. Più che antagonismo, l’atteggiamento dell’ambiziosa Cina di Xi appare quasi invidia un po’ rancorosa.

Ecco allora perché il tanto bistrattato Francis Fukuyama non era totalmente fuori strada nell’ipotizzare una “fine della storia”, almeno nel senso che tutti, ma proprio tutti, i governi del mondo si atteggiano a fieri sostenitori di un qualche credo democratico e perfino di alcuni elementi dello Stato di diritto. La circostanza che poi pochissimi governi rispettino effettivamente i vincoli democratici e i diritti fondamentali è questione secondaria rispetto alla tesi di Fukuyama, e soltanto di ordine pratico (per quanto importante): rimane comunque il dato di principio per cui nessuno se la sente di presentarsi apertamente come un dittatore propenso a violare diritti che sono senza dubbio un retaggio culturale ben preciso – cioè di marca occidentale e liberale. Insomma, è addirittura possibile che i cittadini delle democrazie liberali di mercato non debbano rinnegare i propri sistemi politici né considerarli in declino terminale. Una constatazione inaspettata, a giudicare dai sentimenti prevalenti tra analisti e filosofi della politica.

Se però lasciamo per un istante da parte la “questione democratica”, e anche il caso russo (unico nel suo genere, cioè quello di una ex-superpotenza che sta commettendo un lento suicidio dal febbraio 2022), emerge un quadro ancora più dinamico e interessante: è la crescita di importanza di una parte specifica dello spesso citato “Sud globale” – cioè in estrema sintesi della Cina per un verso e dell’India per un altro. Come ha giustamente rimarcato in un recente articolo su The Guardian Nathalie Tocci, stiamo assistendo alla spinta di un “Power South” composto principalmente di questi due grandi Paesi asiatici, che concentrano gran parte della crescita economica mondiale e che chiedono a gran voce di contare di più. Questo fenomeno, che possiamo tradurre con il termine “Sud potenza”, non va però allora confuso con una sorta di vasta coalizione antagonista rispetto al “Nord globale” e all’attuale ordine internazionale: il motivo è che i due Paesi appena citati non vogliono affatto scardinare la rete di interdipendenza su cui si basa la globalizzazione, bensì sfruttarla appieno e volgerla a proprio diretto vantaggio.

A ciò si aggiunge, naturalmente, il fatto che proprio queste due potenze sono tra loro antagoniste, il che le spinge a tenere diplomaticamente i piedi in molte scarpe. Non solo, ma anche le “medie potenze” di contorno, come Arabia Saudita o Turchia, giocano su molti tavoli simultaneamente e non hanno (saggiamente) alcuna intenzione di tentare uno spericolato “decoupling” nei confronti del Nord globale. Nessun attore rilevante in questo quadro dinamico (tranne appunto la Russia, per cause di forza maggiore autoimposte) sta insomma pensando di trasformarsi in un vassallo della Repubblica Popolare Cinese in nome di una battaglia tra civiltà contro l’Occidente.

 

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Il Nord globale, infatti, suscita sentimenti di invidia e perfino ostilità non perché è apertamente imperialista e violento, ma perché è subdolamente consumista e attraente. Sta qui l’enorme sfida per il sistema internazionale del prossimo futuro. Il corollario è che, neppure per un istante e come esperimento mentale, si può davvero ignorare il fattore cruciale della democrazia liberale di mercato.