Il fattore Cina nell’equazione strategica americana, tra Iran e commercio
E ora cosa farà la Cina? A poco meno di un mese dalla clamorosa cattura dellil leader venezuelano nonché ’”amico” Nicolás Maduro, l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran crea nuovi e più spinosi grattacapi per Pechino. “La Cina è profondamente preoccupata”, considera l’operazione “una violazione del diritto internazionale”, e invita al rispetto della “sovranità, sicurezza e l’integrità territoriale” del paese, ha dichiarato il ministero degli Esteri cinese, auspicando “la ripresa del dialogo e degli sforzi per mantenere la pace e la stabilità in Medio Oriente”.
Per gli standard di Pechino, abituato a bacchettare Washington a ogni occasione buona, si tratta di una reazione tutto sommato moderata. D’altro canto, stiamo parlando dell’Iran, uno dei membri strategici dei BRICS e della Shanghai Cooperation Organization (SCO), le due piattaforme con cui la Cina punta a riformare il sistema internazionale.

L’insolita cautela è in parte imputabile al contesto: mentre il raid in Venezuela era giunto del tutto inaspettato, l’avvertimento lanciato alla vigilia dell’attacco dall’ambasciata cinese a Teheran ai propri cittadini dimostra come stavolta Pechino aveva fiutato con anticipo il pericolo. La società privata nazionale MizarVision da giorni monitorava con immagini satellitari l’assembramento di mezzi militari americani in Medio Oriente. Quindi la Repubblica Popolare ha avuto tempo per prepararsi. Senza contare che nei palazzi del potere in piazza Tiananmen c’è chi osserva con un certo compiacimento Washington tenersi impegnato nell’emisfero occidentale e restare nuovamente impantanato in Medio Oriente mentre proseguono i piani per una (ri)unificazione di Taiwan.
Ma non è escluso che i toni misurati riflettano anche un attendismo strategico. Rispetto al Venezuela, la situazione in Iran rischia infatti di avere ripercussioni ben più destabilizzanti per gli interessi oltremare di Pechino. Soprattutto potrebbe far saltare – o quantomeno complicare – l’attesa visita di Donald Trump in Cina, in programma alla fine di marzo.
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La maggiore preoccupazione non è quindi tanto l’eventualità di perdere un presunto “alleato” nella regione mediorientale – che da decenni è sotto l’influenza statunitense. Per quanto un regime accondiscendente sia spesso preferibile a una democrazia filo-occidentale, nella politica estera cinese ciò che conta veramente è innanzitutto la stabilità, a prescindere dalla forma di governo. Questo è vero ovunque, tanto più in Iran, Paese a cui Pechino nel 2021 ha promesso investimenti per 400 miliardi di dollari tra infrastrutture, telecomunicazioni ed energia nel quadro di un accordo ventennale.
Le importazioni cinesi di greggio dall’Iran sono pari a oltre il 13% delle forniture cinesi totali, e quattro volte superiori a quelle dal Venezuela. Il blocco dello stretto di Hormuz, tra Golfo Persico e Oceano Indiano, minacciato dagli Ayatollah in ritorsione all’operazione di Trump, comprometterebbe le spedizioni energetiche in arrivo dal Medio Oriente. Scenario che potrebbe premiare l’industria petrolifera russa, da cui la Repubblica Popolare negli scorsi mesi aveva cercato progressivamente di distanziarsi a causa delle sanzioni internazionali.
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Ai calcoli economici, vanno aggiunti i risvolti geopolitici. La Cina ha investito più capitale diplomatico con Teheran di quanto non abbia fatto con Caracas. È stato uno dei Paesi a spendersi di più nei negoziati che nel 2015 hanno portato all’accordo multilaterale sul nucleare iraniano, di cui insieme alla Russia ha provato invano a far passare un’estensione lo scorso anno al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Soprattutto, ha “mediato” lo storico disgelo tra Arabia Saudita e Iran nel marzo 2023, uno dei primi negoziati che Pechino ha diretto dalla cabina di regia ottenendo prestigio internazionale. Disgelo che, già decisamente problematico e parziale, non è chiaro se reggerà ad un eventuale cambio della guardia a Teheran. Se così non fosse, lo scenario di nuove tensioni con gli Stati arabi altererebbe quegli equilibri che la Repubblica Popolare ha cercato di favorire per tutelare i propri affari nella regione.
E poi c’è la misteriosa collaborazione militare. Se ne parla già da un bel po’: la vendita di componenti a “duplice uso” per missili balistici e droni avrebbe permesso alla Cina di dribblare le sanzioni statunitensi. Da ultime le recenti indiscrezioni di Reuters (smentite da Pechino), secondo le quali fino a pochi giorni fa l’Iran era in procinto di siglare un accordo per l’acquisto dei missili da crociera antinave supersonici CM-302 di produzione cinese, in fase di negoziazione da almeno due anni. Con una gittata di circa 290 chilometri e capacità di volo a bassa quota per eludere le difese, i vettori per la prima volta darebbero a Teheran la “capacità supersonica di attaccare le navi nella zona”, ha affermato un ex ufficiale dell’intelligence israeliana, Danny Cisternino. Per ora i danni riportati dall’Iran mettono di nuovo in discussione l’affidabilità del sistema di difesa aerea HQ-9B di fabbricazione cinese, già dispiegato con scarso successo dal Pakistan contro l’India. E spostano i riflettori sulla necessità di potenziare capacità informatiche e di intelligence fondamentali in una guerra elettronica che Pechino ha cominciato a sviluppare in ritardo rispetto a Washington.
Insomma, i motivi per condannare l’operazione “Epic Fury” ci sono tutti. Nondimeno, alzare la voce eccessivamente rischia di esporre troppo la Cina, che mai prenderebbe le difese degli Ayatollah oltre i mezzi retorici. Dopo i fatti di Caracas, Pechino non è mai apparsa così impotente nei confronti dei Paesi amici del Sud globale, su cui fa leva per promuovere la propria visione dell’ordine mondiale. Questi Stati trovandosi sempre più spesso vittime indirette della competizione economica e tecnologica tra Cina e USA, potrebbero cominciare a chiedere alla Repubblica popolare maggiore protezione in cambio di legittimità internazionale. Per quanto, va detto, le bombe di Washington e Israele rendono sempre più attraente il messaggio di una Cina pacifica e dialogante che, rimanendo dentro il perimetro della (visione che promuove la risoluzione dei conflitti sostenendo la il principio della non ingerenza nella politica interna degli altri Paesi), oltre alla vendita di armamenti non è mai andata.
Resta da vedere se e come la crisi in Iran influenzerà la visita di Trump in Cina. Sempre che venga confermata (cosa che finora Pechino non ha ufficialmente fatto). Certo è che l’attacco nel pieno delle trattative con Teheran a Ginevra mette per l’ennesima volta in dubbio la parola del presidente americano. Dopo aver inizialmente affermato di perseguire la denuclearizzazione dell’Iran, Trump è passato a parlare espressamente e con insistenza di una rivolta interna che gli USA sono disposti ad appoggiare, e dunque cambio di regime. Vero anatema per Pechino, che ora più che mai stringerà il controllo sulla sicurezza interna e riterrà di dover rafforzare le sue capacità di deterrenza, rendendo ancora più remota l’eventualità di un (new)NewSTART a tre con Russia e Usa, come vorrebbe Trump dopo la scadenza in febbraio di questo fondamentale accordo sul controllo degli armamenti nucleari.
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Il portavoce del Ministero della Difesa cinese lo ha detto chiaramente commentando l’aggressione del 28 febbraio: “Una serie di azioni negative da parte degli Stati Uniti nel campo del controllo degli armamenti nucleari, incluso il ritiro dagli accordi internazionali, è diventata la principale fonte di destabilizzazione”.
Ma se un’intesa sulle armi atomiche diventa ancora più remota, nel breve periodo è il dossier commerciale la priorità. La crisi in Iran potrebbe indebolire la leva strategica delle terre rare, utilizzata da Pechino nei precedenti colloqui. Entrambe le parti aspirano a prolungare la tregua conclusa da Xi e Trump in Corea del Sud a ottobre 2025. Fino a pochi giorni fa la bocciatura dei dazi ai sensi dell’International Emergency Economic Powers Act da parte della Corte Suprema aveva spinto il presidente americano sulla difensiva, mettendo la Cina nella posizione di fare qualche richiesta in più. Ad esempio esigere una condanna esplicita all’indipendenza di Taiwan, che per il momento Washington semplicemente “non supporta”. Ora la Casa Bianca sembra avere un’altra carta da giocare. Anzi due: il pacchetto di armi da 13 miliardi di dollari destinato a Taipei, approvato dal Congresso che, secondo il New York Times, resta ostaggio del Dipartimento di Stato. E la minaccia sempre più credibile della forza militare.
Nell’ultimo anno di “trade war” Pechino ha dimostrato di non accettare “accordi ineguali”, rispondendo alla pressione americana con commisurata pressione. Ma l’economia nazionale rallenta, mentre il militarismo di Trump colpisce i mercati più favorevoli agli investimenti cinesi. La domanda è ora: come si muoverà la Cina?