international analysis and commentary

I demoni che non hanno mai lasciato la Casa Bianca

5,060

Fin dalla campagna presidenziale del 2016 è sembrato evidente che Donald Trump ha una vera stella polare per orientarsi nelle scelte politiche, e quel punto di riferimento è ancora lì a indirizzarlo: è Barack Obama.

Per arrivare alla Casa Bianca l’attuale Presidente ha in effetti realizzato un’azione più ampia, ma sempre incardinata sul suo predecessore: ha evocato lo spettro della corruzione (il famigerato slogan “lock her up!” contro Hillary Clinton), dei complotti mediatici e burocratici, e quello della “carneficina sociale” che avrebbe colpito a suo parere soprattutto la classe media e medio-bassa bianca (danneggiata essenzialmente dalla globalizzazione). Questa impostazione ha inevitabilmente, e deliberatamente, contribuito a spaccare la società americana; operazione che è poi proseguita con l’atteggiamento assunto da Trump una volta in carica, quasi mai disponibile al compromesso con gli avversari democratici e i loro elettori. Si tratta dunque di demoni che, da allora, hanno continuato ad aleggiare sugli Stati Uniti, per essere risvegliati a intermittenza con la massima energia quando lo scontro politico si è fatto più duro – dall’economia alla politica estera, fino alle inchieste che hanno portato alla procedura di impeachment nel 2019.

Donald Trump entra alla Casa Bianca

 

Nella fase in assoluto più difficile della sua presidenza – mentre nel Paese l’epidemia ha forse raggiunto il picco ma non è ancora sotto controllo – Trump non può offrire un messaggio positivo sulla ripresa economica: è troppo presto viste le curve dei contagi, e vi sono troppi ostacoli organizzativi di cui non si possono incolpare soltanto i Governatori degli Stati. A questo punto, oltre alle consuete punizioni interne alla stessa amministrazione con critiche frontali e licenziamenti, rimangono alcuni bersagli piuttosto sicuri: la Cina, il complotto mediatico-burocratico, e naturalmente Obama (che è poi il legame tra tutti i demoni di Trump). A ben guardare, infatti, gli attacchi diretti a Pechino sono un modo per contestare quasi tutte le politiche che hanno caratterizzato l’amministrazione precedente, con la sua scelta di “ingaggiare” il primo partner commerciale degli Stati Uniti invece di avviare una specie di nuova (e strana) guerra fredda.

Le cose però si sono complicate rispetto al 2016. La Cina è un vero dilemma, oggi ancor più di allora: Trump pensa sostanzialmente che possa fargli vincere le elezioni, ma intanto Wall Street segnala preoccupazione (con cali immediati dell’indice Dow Jones) ogni qualvolta la Casa Bianca aumenta la tensione con Pechino. E Wall Street, per quanto pericolosamente sganciata e asincrona rispetto all’economia “reale”, rimane una componente decisiva delle prospettive economiche per il Presidente, proprio perché Main Street farà parecchia fatica a riprendersi in tempo per il voto.

In breve, Trump dovrà trovare un punto di equilibrio davvero difficile: attaccare la Cina per dare il senso di un’America orgogliosa che difende gli interessi delle sue aziende e dei suoi cittadini, ma al contempo lasciare sempre una porta socchiusa a soluzioni negoziali con Xi Jinping – per non dare un ulteriore, terribile colpo alle prospettive di crescita economica degli Stati Uniti nel breve e medio periodo.

La crisi del Covid-19 ha messo in evidenza un limite dell’approccio trumpista: è vero che gli americani si aspettano, simultaneamente, che il loro governo affronti l’epidemia (salvando vite umane) e faccia ripartire l’economia; ma è anche vero che il Presidente ha mostrato in modo plateale un’irrefrenabile impazienza di uscire dal “lockdown” perché è lui stesso ad esserne imprigionato. In altre parole, c’è un calcolo tutto politico in questa fase, visto che l’America è drammaticamente spaccata perfino in piena crisi sanitaria: gli elettori Democratici sono molto più propensi a privilegiare la tutela della salute rispetto alle priorità economiche, mentre vale l’esatto contrario per gli elettori Repubblicani. Il presidente ha così scelto di guidare il “suo” popolo (sostenendo apertamente le proteste contro alcuni Governatori per “liberare” gli americani dal lockdown) invece di trovare il difficilissimo compromesso tra due priorità parzialmente confliggenti (almeno nell’immediato). Visto però che le linee guida sulle chiusure e il distanziamento sociale le ha pur sempre imposte il governo federale, Trump si trova stretto in una morsa. Non volendo certo ammettere di aver commesso qualche errore o cambiato idea, sposta così la discussione dall’epidemia (un nemico troppo sfuggente, che richiede troppa disciplina) ai nemici di sempre (cioè gli avversari politici).

In tutto ciò, gli USA hanno rinunciato completamente – in una forma senza precedenti – ad ogni ruolo di leadership internazionale, troppo preoccupati di cercare colpevoli per la pandemia, a cominciare ovviamente dalla Cina per arrivare all’OMS (nella peggiore delle ipotesi, asservito a Pechino; nella migliore, inutile come qualsiasi altro organismo multilaterale).

Su questo sfondo si inseriscono i più recenti attacchi a Barack Obama – nel contesto di quello che Trump e i suoi più stretti alleati repubblicani chiamano ora regolarmente “Obamagate”, riferendosi in modo alquanto generico all’utilizzo dell’intelligence federale da parte dell’amministrazione democratica per danneggiare l’immagine del “team Trump” quattro anni fa. Questa “narrativa” repubblicana è indebolita dal fatto che uno dei bersagli di indagini federali fu Michael Flynn, nominato Assistente alla Sicurezza Nazionale e licenziato dopo circa un mese (a dimostrazione che forse qualche problema c’era davvero con la sua nomina).

In ogni caso, “Obamagate” non è da intendersi come un concetto preciso ma piuttosto un mantra da ripetere per suggerire che qualsiasi amministrazione alla fine è corrotta, utilizzando l’apparato governativo in modo improprio e per interessi personali. Il livello intellettuale di questo ultimo scontro a distanza Trump-Obama non è stato davvero alto: l’ex-Presidente ha ignorato una norma non scritta (che egli stesso aveva quasi scrupolosamente rispettato finora) per accusare l’attuale amministrazione di totale incompetenza nella gestione dell’epidemia, e il Presidente in carica ha replicato dando a sua volta al predecessore dell’incompetente. Non proprio uno scambio edificante.

L’aspetto di maggiore interesse politico è in effetti che il messaggio fondamentale lanciato da Trump punta a screditare naturalmente anche Joe Biden, l’avversario che per ora il candidato repubblicano sta quasi ignorando e che ha come principale capitale politico proprio la lunga esperienza di governo, nell’ombra di Obama.

Queste schermaglie confermano comunque un dato di fondo che era già piuttosto consolidato: l’America che emergerà dalla fase più acuta della pandemia è più spaventata che mai (soprattutto se crederà ai complotti internazionali che Trump ha esplicitamente indicato come probabili), insicura delle proprie capacità di gestire una grave emergenza complessa (e certamente ancor meno fiduciosa nel suo scricchiolante sistema sanitario), sospettosa non solo dei propri avversari ma perfino dei propri alleati tradizionali, e drammaticamente divisa al proprio interno. C’è da sperare che riesca comunque a fare ricorso al dinamismo della sua economia per “tornare grande”.

In modo amaro, un cerchio si chiude: Trump ha conquistato la Casa Bianca evocando una “carneficina sociale”, e questa ora c’è davvero a causa della pandemia. I demoni del 2016 non sono stati sconfitti neppure dal Covid-19.