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I costi economici del potere accentrato: l’era di Xi

Articolo pubblicato sul numero 98 di Aspenia 

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Guardando al xx Congresso del Partito comunista cinese (PCC), Xi Jinping sta portando a compimento il percorso di rafforzamento di una leadership che nasce nel 2012 come mandato decennale in un contesto di potere condiviso. Oggi si celebra invece come potere centralizzato per un periodo temporale prolungato e teoricamente dai limiti indefiniti. Tale passaggio, tuttavia, si verifica nell’anno più difficile del decennio al potere di Xi, che si trova ad affrontare difficoltà economiche, possibili perdite di consenso e un clima internazionale sempre più conflittuale in cui la Cina deve rispondere a un crescente isolamento.

Per comprendere quali siano le questioni in discussione oggi, è utile richiamare alcuni elementi fondamentali del processo di selezione della dirigenza politica della Repubblica popolare cinese (RPC). La periodizzazione ufficiale della storia della RPC prevede una successione al potere di “generazioni di leader” che hanno esercitato il potere collettivamente e che hanno avuto al centro una figura di riferimento. La prima generazione si riferisce a Mao Zedong, che resta al potere fino alla sua morte nel 1976; la seconda vede in Deng Xiaoping il protagonista principale fino alla morte nel 1997; la terza si sovrappone in parte alla precedente e, guidata da Jiang Zemin, copre gli anni Novanta fino al 2002; la quarta, che vede come figure di vertice Hu Jintao e Wen Jiabao, governa per un mandato decennale e termina il proprio percorso nel 2012 quando sale al potere proprio Xi Jinping, esponente di riferimento della quinta, attuale, generazione.

I Congressi del PCC rappresentano il momento in cui vengono rinnovati i componenti del Comitato centrale e del suo organo direttivo, il Politburo, a sua volta indirizzato da un gruppo più ristretto, il suo Comitato permanente. Nel xx Congresso, dunque, questi organi attuano un ricambio fra i propri membri secondo un criterio che, oltre a mere speculazioni di tipo politico, prevede un limite d’età per la permanenza. Infatti, dopo la fase di eccessiva personalizzazione politica sotto Mao, Deng Xiaoping promosse un processo di graduale istituzionalizzazione della vita politica del PCC e della RPC prevedendo una parziale condivisione del potere e incarichi con cicli decennali; un’età massima alla data del Congresso di 67 anni per i membri del Comitato permanente del Politburo; la selezione dei successori con ampio anticipo per assicurare una transizione stabile e una sostanziale continuità di governo.

Deng Xiaoping con il presidente americano Gerald Ford e le rispettive mogli nel 1975

 

LA CENTRALIZZAZIONE DEL POTERE. È con questo modello che Xi Jinping è andato al potere nel 2012, indicato come futuro leader già nel 2007, poiché unico membro – insieme al futuro premier Li Keqiang – del Comitato permanente del Politburo del xvii Comitato centrale (2007-2012) con un’età tale da permettergli di mantenere il ruolo anche nel decennio 2012-2022.

Al momento dell’ascesa di Xi Jinping al vertice del Partito come segretario generale del PCC, la presenza di Li Keqiang come numero due faceva prefigurare una condivisione del potere così come avvenuto tra Hu Jintao e Wen Jiabao. Tuttavia, Xi Jinping ha promosso un deciso percorso di centralizzazione che, fin dal 2013, ha oscurato il ruolo di Li Keqiang e che ha visto come momenti topici il 2017-2018 e il 2021. Nel primo caso si tratta del xix Congresso del PCC dell’autunno del 2017 in cui Xi ha rafforzato la pratica di inserire nello Statuto del Partito il cosiddetto “contributo ideologico” di ogni generazione. Tuttavia, nella formulazione adottata – il Pensiero di Xi Jinping del socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era – è stato indicato il suo nome, come era accaduto per Mao e Deng ma non per Jiang e Hu. Facendo così, Xi si accostava già al padre della RPC e a quello della transizione al mercato, evocando per sé un ruolo storico decisivo. Tali princìpi sono stati poi ripresi e ampliati in occasione del centenario del PCC, nato nel luglio del 1921, quando è stata pubblicata la terza Risoluzione sulla Storia del Partito. Si tratta di un testo chiamato a cristallizzare la versione ufficiale del PCC sulla sua stessa evoluzione storica e pubblicato in passato in momenti particolarmente significativi quali l’ultima fase dello scontro tra Comunisti e Nazionalisti negli anni Quaranta e il passaggio da economia pianificata a economia di mercato negli anni Ottanta.

Nel documento del 2021 si conferma il ruolo centrale di Mao nelle fasi iniziali che hanno portato alla nascita della RPC e successivamente nella costruzione dei suoi fondamenti istituzionali, per poi riconoscere il valore storico di Deng e di quelli che vengono indicati come suoi successori (Jiang e Hu) nel condurre la Cina allo sviluppo economico. In questo quadro, Xi viene indicato come colui che ha dato vita al processo che condurrà la Cina alla piena modernizzazione e dunque al primato internazionale entro la metà del secolo. In sostanza, secondo la Risoluzione sulla Storia promossa da Xi nel 2021, Mao ha costruito la RPC, Deng l’ha riformata, e Xi stesso la porterà a una condizione di grandezza. Nei propositi del segretario generale del PCC, questa grandezza da ritrovare passa inevitabilmente dalla necessità che lui stesso resti al potere per un periodo prolungato. Per tali ragioni, nel 2017, non erano stati inseriti possibili successori nel Comitato permanente del Politburo – ovvero qualcuno che, come era accaduto proprio con lui dieci anni prima, avesse l’età per completare il decennio 2022-2032 – e nel 2018 la Costituzione era stata rivista per eliminare il limite di due mandati come presidente della RPC.

 

IL RITORNO DELL’ORTODOSSIA. Date queste premesse, tutto ciò che Xi si augurava per il 2022 era un anno quanto più stabile possibile sul piano interno e su quello esterno, mentre si è verificato l’esatto contrario tra diffusione delle varianti del Covid-19 e invasione russa dell’Ucraina. Il leader cinese, infatti, fin dal 2019 ha posto grande enfasi sul concetto di rischio e sulla necessità di mantenere il Partito unito per affrontare le sfide che si stavano prefigurando internamente e nel contesto internazionale. Non solo: l’accentramento del 2017-2018 ha mutato la percezione dell’opinione internazionale sul percorso politico cinese, facendo svanire del tutto eventuali illusioni occidentali di una lenta, ma ineluttabile transizione a forme di liberal-democrazia in Cina. Contestualmente, l’elezione di Trump ha portato l’amministrazione degli Stati Uniti a mettere da parte espressioni moderate nel confronto con Pechino per adottare invece un approccio di scontro diretto poi confermato anche dall’amministrazione Biden. La svolta aggressiva di Trump verso la Cina – che nel 2018 portò all’avvio della trade war – ha sorpreso Xi Jinping: si ritiene che non l’avesse prevista. Come risposta, Xi ha accentuato la pressione interna a mantenere l’unità del Partito per affrontate le sfide esterne.

La mancata comprensione della svolta di Trump ha messo a nudo uno dei punti di debolezza del gruppo dirigente di Xi, che si è poi manifestato anche in occasione della pandemia e che rischia di condizionare il prossimo quinquennio. In effetti, il tasso di competenza del gruppo dirigente cinese è progressivamente diminuito, a causa di una selezione basata soprattutto su criteri di ortodossia ideologica e di fedeltà politica piuttosto che di expertise tecnica.
Le discussioni sulla qualità della rappresentanza politica in Cina risalgono almeno agli anni Sessanta, quando i cosiddetti “rossi” – ovvero i custodi dell’ortodossia – si contrapponevano agli “esperti”, portatori di maggiori competenze tecniche.

Se con Mao erano stati i primi a prevalere, Deng Xiaoping aveva favorito nel Partito l’ascesa dei secondi, tanto che negli anni Novanta si parlerà di “tecnocrazia cinese”, anche in virtù dell’ampia diffusione di titolo di studio scientifici tra i massimi dirigenti del Partito. La più famosa massima di Deng – “non importa di che colore sia il gatto, l’importante è che prenda i topi” – si riferisce, oltre che a una impostazione pragmatica, all’esigenza di dirigenti preparati e non soltanto connotati politicamente. Perché questa discussione torna a essere così importante oggi? Perché sotto Xi Jinping l’ortodossia rispetto al Pensiero di Xi, così come la fedeltà al segretario generale, diventa di nuovo un fattore preferenziale nella selezione della classe dirigente. Del resto, i primi anni del decennio di Xi al potere sono stati caratterizzati da una campagna anticorruzione senza precedenti, che ha decimato le fazioni ostili a Xi e che gli ha permesso di promuovere figure a lui prossime e con vincoli di fiducia molto stretti.

Nonostante tutto ciò, sono emerse spesso voci di contrasti interni al PCC, con posizioni contrarie alle scelte più radicali di Xi Jinping. Ciò è accaduto anche dopo la svolta compiuta da Trump sulla Cina nel 2018: una svolta che i critici interni al PCC hanno letto come reazione alla politica estera del segretario generale, una politica giudicata come troppo assertiva e che avrebbe spinto gli Stati Uniti a prendere contromisure.

 

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Nel 2019, le prime fasi della gestione della pandemia hanno visto invece un ruolo più defilato di Xi Jinping in favore di altre figure del Partito. Tuttavia, si sa ancora troppo poco del dibattito interno al Politburo sulla crisi pandemica per avanzare ipotesi reali. È certo, in ogni caso, che la gestione draconiana delle infezioni da varianti del Covid-19 nel 2022 ha generato un diffuso malcontento tra la popolazione, come emerso dalle proteste circolate sui social media. Come conseguenza, sono tornate a diffondersi sulla stampa internazionale voci di una opposizione interna crescente per limitare il potere di Xi. In ognuna delle occasioni accennate, si è tornati a parlare del ruolo potenziale del premier Li Keqiang, che tuttavia, dal 2012 in poi, è sempre rimasto modesto rispetto alle aspettative del 2012.

Concludendo su questo punto, è difficile valutare se le tesi sulle divisioni interne al gruppo dirigente del PCC ritenere possano ritenersi fondate o se esistano potenziali alternative alla centralizzazione di Xi. In ciascuna delle crisi ricordate, infatti, l’esito almeno temporaneo è stato il rafforzamento di Xi Jinping tramite investiture ufficiali in documenti di Partito. Fino al xx Congresso, con il rinnovo dell’incarico di Xi come segretario generale con un terzo mandato, per poi confermarne il ruolo di presidente della RPC nel marzo del 2023.

Un poster in memoria di Deng Xiaoping nella Cina odierna. “Aderire alla linea del partito per cento anni, senza vacillare”

 

LE RIFORME NECESSARIE. La conclusione del processo di transizione al potere potrebbe permettere a Xi Jinping di concentrarsi sulle riforme economiche necessarie, in parte rinviate per garantire la stabilità politica. Quando si era insediato al potere, Xi aveva presentato un piano di riforma economica complessiva: l’obiettivo era di rafforzare l’azione del mercato riducendo il ruolo delle imprese di Stato, spesso inefficienti e legate a clientele politiche. Xi aveva in effetti promosso una revisione del modello di crescita economica cinese, revisione che prevedeva la riduzione del peso degli investimenti e delle esportazioni sulla crescita del pil, per favorire invece il mercato interno e l’innovazione. Lo slogan adottato era stato il seguente: “più qualità, meno quantità”. Questo modello, denominato “nuova normalità” e varato nel 2014, traeva spunto dalle conseguenze della crisi finanziaria internazionale del 2008. Fino a quell’anno, infatti, la crescita economica cinese si era basata soprattutto sul forte traino dell’esportazioni – la Cina come “fabbrica del mondo” – ma il calo della domanda internazionale, dopo il 2008, ne minava le fondamenta. Come risposta, Pechino adottava uno stimolo da 4 mila miliardi di renmimbi investiti soprattutto in infrastrutture e nel settore immobiliare: con questa leva, Pechino riuscì a mantenere alto il tasso di crescita del pil negli anni successivi, ma a costo di un indebitamento eccessivo.

La soluzione del 2014, in altri termini, era basata sul tentativo di ampliare il mercato interno in modo da assorbire la produzione senza dipendere dalle oscillazioni della domanda internazionale. Ed era fondata sull’obiettivo di aumentare livello qualitativo della produzione per aumentare il ritorno economico delle esportazioni.

Quanto all’innovazione, nel 2015 Pechino lanciava il piano Made in China 2025 con l’obiettivo di trasformare la manifattura cinese da luogo delle produzioni a basso costo a centro tecnologico mondiale. Tuttavia, questo piano fondato su grandi ambizioni, su una campagna di acquisizioni estere che ha raggiunto il suo picco nel 2016 e proiettato alla conquista del primato globale della Cina in dieci settori avanzati, è stato interpretato dalla comunità internazionale come un fattore di rischio per la supremazia tecnologica occidentale nel medio lungo periodo. Generando una serie di risposte. A partire dal 2017, l’Unione Europea ha cominciato a discutere di misure per limitare le acquisizioni cinesi in settori altamente tecnologici, finalizzando nel 2019 un meccanismo di screening per gli investimenti in entrata. Contestualmente, con la sua trade war Donald Trump ha precisamente cercato di rallentare l’avanzamento di Made in China 2025 e ha messo all’indice aziende tecnologiche cinesi nel settore delle telecomunicazioni come ZTE e Huawei. Allo scoppio della pandemia nel 2020, la situazione dell’economia cinese era quindi la seguente: esigenza di mantenere un tasso di crescita sostenuto, ma riducendo il ricorso agli investimenti e all’indebitamento; attenzione al rafforzamento del mercato interno per assorbire la produzione; focus sull’innovazione tecnologica per raggiungere nel medio periodo il primato internazionale.

Quest’ultimo fattore, però, risultava già fortemente contrastato dalle altre economie mondiali, tanto che nel 2019 la prospettiva del disaccoppiamento dell’economia cinese e americana – il famoso decoupling – era ampiamente discussa.

Con la pandemia, poi, è emerso chiaramente come l’interdipendenza economica possa diventare una dipendenza strumentalizzabile per fini politici e dunque come l’eccessiva esposizione internazionale finisca per diventare un fattore di rischio. In tale contesto più conflittuale, nel maggio del 2020 Xi Jinping ha presentato il modello della “doppia circolazione” che prescrive, in modo più netto che in passato, un rafforzamento della domanda interna e dell’innovazione in settori strategici, riducendo l’esposizione internazionale dell’economia cinese. A differenza del passato, inoltre, le motivazioni non sono legate all’andamento dei cicli economici internazionali, ma al valore strategico delle interdipendenze e quindi alla volontà di ridurre i punti di vulnerabilità della Cina. In particolare, il settore in cui Pechino è più esposta è quello dei semiconduttori, dominato dai produttori taiwanesi.

Xi Jinping su un grande poster: “Il sogno di un grande esercito, il sogno della Cina”

 

STABILITÀ A SCAPITO DELLA CRESCITA. Se le scelte dichiarate in materia di politica economica nel 2020 erano più consumi interni, minore dipendenza dalle economie estere e rafforzamento della capacità di innovazione, gli esiti a due anni non appaiono positivi. Una delle ragioni è che le politiche poi effettivamente adottate dal governo cinese per contrastare gli effetti della pandemia hanno privilegiato la produzione a discapito del supporto ai consumi, contribuendo così a un’esplosione del surplus cinese. Inoltre, le rigide misure di contenimento della pandemia – in particolare quelle del 2022, con nuovi lockdown nelle grandi città – hanno generato sfiducia e depresso i consumi, che non sono mai tornati al ritmo di crescita pre-2020.

Tale esito dipende anche dalle scelte di contrasto alla pandemia della primavera del 2022 che hanno privilegiato la stabilità politica nell’anno del Congresso: una impostazione zero-Covid, vale a dire nessuna circolazione del virus. Questo obiettivo ha prevalso rispetto alla crescita economica. La ricerca di stabilità politica ha comportato una penalizzazione dell’ecosistema di innovazione cinese. Infatti, a partire dal 2020 le grandi compagnie tecnologiche che erano cresciute enormemente nell’ultimo decennio anche grazie a una relativa libertà di azione e al supporto più o meno esplicito del governo, sono state oggetto di un duro processo di “messa a disciplina” per allinearle agli obiettivi del PCC. Se Xi ha chiesto lealtà al Partito, ha preteso lealtà anche dalla comunità d’affari cinese, con l’obiettivo di minimizzare eventuali opposizioni in vista del Congresso. Allo stesso tempo, un meccanismo di selezione della classe dirigente legato soprattutto da vincoli di fedeltà è tra le cause dello scandalo che ha coinvolto nell’estate del 2022 il fondo statale per gli investimenti nei semiconduttori, sfera sensibile dell’economia cinese, penalizzando la capacità nazionale di raggiungere una maggiore indipendenza nel settore. Infine, con il rallentamento dei consumi, appare sempre più difficile stimolare la crescita senza fare ricorso a ulteriore indebitamento; si aggiunge lo stato sempre più critico del settore immobiliare, colpito nel 2021 dalla crisi del colosso Evergrande.

 

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Se Xi Jinping aveva cominciato il proprio decennio al potere con l’idea di dare maggiore spazio alle forze di mercato, nel corso degli anni ha prevalso l’esigenza di controllare l’economia, con le sue ricadute politiche nel contesto interno e internazionale. In patria, la crescita economica e in particolare la creazione di un ecosistema di mercato e di innovazione aperto sono state sacrificate per garantire maggiore stabilità politica e sociale. Nel contesto internazionale, la politica industriale è diventata fattore di controversia con i paesi non amici.

Se è possibile immaginare che raggiunta la stabilità post-Congresso ci possano essere alcune riaperture economiche, il contesto globale esacerbato dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni con gli Stati Uniti, soprattutto su Taiwan, portano a pensare che la capacità industriale in settori strategici continuerà a condizionare le relazioni internazionali. La strada verso la riduzione della dipendenza estera nelle materie prime e nei prodotti tecnologici avanzati sembra ormai segnata.

 

 


Questo articolo è stato pubblicato sul numero 98 di Aspenia