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Gli artigli del drago: scenari sulle forze armate della Repubblica Popolare Cinese

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Prevedere il futuro è esercizio sempre incerto: certamente l’analisi sostenuta dai più moderni sistemi informatici sostiene le capacità predittive umane, ma è dimostrato che ipotesi di scenari a più di cinque anni non sono solitamente più affidabili che del caso, o della fortuna, che dir si voglia[1]. L’operazione è perfino pericolosa quando si tratta delle dinamiche inerenti alle relazioni internazionali e alle necessità inerenti alla sicurezza nazionale[2]. Le informazioni sulle capacità e le intenzioni di grandi potenze avversarie, sono spesso limitate. Statisti e policymaker sono costretti a muoversi entro uno spettro limitato di scelte strategiche, basate sulla loro migliore previsione e valutazione della gravità e dell’entità delle minacce[3]; l’inevitabilità della tragedia, direbbe Henry Kissinger.

In ambito militare, al di là dell’acquisizione di capacità operative concrete, settori quali dottrina strategica, organizzazione delle forze armate, addestramento e spese per il personale, richiedono anni, o addirittura decenni, per adattarsi ad una nuova rotta strategica. Sono dunque l’esperienza personale, la formazione o l’intuizione, insieme all’inerzia burocratica e agli interessi politici e industriali, che formano la base di molte decisioni di ricerca e sviluppo o di investimento nel comparto difesa.

Una parata per il 90° anniversario dell’Esercito di Liberazione del Popolo

 

1. La strategia di Pechino

Dalla prospettiva atlantica, su nessun altro dossier deve essere posta così tanta attenzione così come nel realizzare previsioni in merito alla minaccia rappresentata dalla modernizzazione dell’esercito della Repubblica Popolare Cinese. È questo il fine che ha portato alla realizzazione del Rapporto China’s Choices – A new tool for assessing the PLA’s modernisation del Center for Strategic and Budgetary Assessment (CSBA, 2022), di cui può essere utile fornire una sintesi ragionata. Pechino possiede ormai da anni le risorse economiche, e non solo, per attuare una serie di scelte strategiche fondamentali, finalizzate alla deterrenza o perfino alla vittoria in guerre prossime e future. Tuttavia, nonostante rapidi segnali di cambiamento, anche l’azione cinese è indubbiamente soggetta a vincoli.

Nonostante la notevole crescita economica erede delle politiche della fase iniziata nel 1978, il mandarinato del Partito Comunista deve fare i conti con l’allocazione di risorse limitate, e con limiti che potrebbero diventare ancora più stringenti nel prossimo decennio, quando Pechino si troverà ad affrontare nuove e crescenti sfide: il rallentamento dei tassi di crescita economica, i maggiori costi necessari allo schieramento e sostentamento di una forza militare più moderna e diversificata, una maggior richiesta di servizi e welfare da parte dei cittadini; senza dimenticare i principali problemi strutturali, tra cui l’elevato debito privato, l’inquinamento e il rapido invecchiamento della popolazione.

Il Presidente Xi Jinping ha declinato gli obiettivi strategici nel suo “Sogno cinese”, termine promosso dal neo-Segretario generale a partire dal 2013. Per Xi, il “sogno” è stato descritto come il raggiungimento di ambiziosi traguardi entro due centenari dalla grande valenza simbolica: il primo era la trasformazione della Cina in una “società moderatamente benestante” nel 2021, occasione del 100º anniversario del PCC, il secondo la modernizzazione del Paese in una nazione completamente sviluppata entro il 2049, centesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare. Sebbene tali confini programmatici siano ambigui, due componenti chiave per la prospettiva militare emergono dai discorsi e dagli scritti di Xi: il rafforzamento dell’egemonia politica del Partito Comunista Cinese e l’unificazione con Taiwan.

 

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Secondo il Rapporto del CSBA, le ambizioni strategiche e la rapida modernizzazione delle forze armate indicano come Pechino abbia la volontà e, sempre più, la capacità per sfidare lo status quo a matrice statunitense non solo nel Pacifico, ma anche a livello globale. Infatti, oltre a ben più urgenti preoccupazioni interne e regionali – prime fra tutte le tensioni nello Xinjiang con i cittadini Uiguri, etnia turcofona di religione islamica – le ambizioni della Cina sono sempre più globali. Ambizioni che si sono sempre più concretizzate non solo attraverso la “leva” pubblica ma anche quella imprenditoriale: le grandi compagnie cinesi stanno destinando all’estero volumi enormi di investimento, a partire dalla campagna “Going Out Policy”, l’insieme delle misure adottate dal Governo cinese a partire dalla fine degli anni ’90 volte a incentivare gli investimenti cinesi all’estero – sino a giungere alla più recente “Belt and Road Initiative”[4].

Per proteggere i crescenti interessi globali della Cina, Xi ha annunciato un “sogno” complementare al primo: un “Sogno militare”[5]. Nel suo discorso del 2017 all’Assemblea Nazionale del Popolo, Xi ha spiegato che “costruire forze popolari che obbediscano al comando del Partito, che sappiano combattere, vincere e che mantengano una condotta eccellente è strategicamente importante per raggiungere gli obiettivi del centenario e il ringiovanimento nazionale”. Xi ha fissato i futuri parametri per lo sviluppo dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL), decretando che la sua modernizzazione deve essere raggiunta entro il 2035, per far sì che entro il 2050 l’EPL diventi una forza armata dalle capacità operative globali[6]. Inoltre, nel 2020 il PCC ha annunciato una nuova pietra miliare per l’EPL nel 2027: la creazione di un sistema integrato di tutti i sistemi d’arma attraverso la rete, per un capacità bellica che mette a fattore comune tutti i domini.

La politica di difesa cinese mira a salvaguardare sovranità, sicurezza e sviluppo del paese. La strategia militare della RPC rimane basata sul concetto di “difesa attiva”. Nel novembre 2020 la Commissione Militare Centrale – organo che sovrintende alle forze armate – ha pubblicato il “Chinese People’s Liberation Army Joint Operations Outline“, fonte di primo livello per la dottrina di combattimento dell’EPL. In conclusione le forze armate devono assumere sempre più un ruolo attivo nel perseguire gli obiettivi di politica estera: nel 2020, una revisione della legge sulla difesa nazionale ha incaricato il PLA di difendere gli “interessi di sviluppo all’estero”.[7]

 

2. Budget, base industriale e struttura delle forze armate

Nonostante gli obiettivi dichiarati da Xi, il Rapporto del CSBA ricorda quanto l’esatta entità dei progressi fatti dall’EPL rimanga un’incognita. La reticenza di Pechino a rilasciare dati sulle proprie spese per la Difesa ha ostacolato a lungo le analisi sulla strategia militare e sulla struttura delle diverse forze (esercito, marina, aeronautica) della Cina. Alcuni dati ufficiali sul bilancio annuale dell’EPL, suddivisi per tre categorie – equipaggiamento, addestramento e operazioni, e personale – c sono disponibili solo per una serie limitata di anni[8]. I bilanci della difesa cinese, pur non essendo una misura accurata della capacità militare, sono cresciuti a un tasso medio di circa il 10% tra il 2000 e il 2016. Il bilancio ufficiale della Difesa cinese, nel 2021 ammontava a 1,35 trilioni di yuan (212 miliardi di dollari statunitensi), mentre nel 2022 il governo cinese ha annunciato un budget di 1.45 trilioni di CNY (229,5 miliardi di dollari), con un aumento nominale del 7,1%. La top line ufficiale è stata storicamente considerata al di sotto della spesa effettiva. Questa critica si è attenuata negli ultimi anni, poiché molti esperti ritengono che il bilancio della difesa cinese includa ora diverse categorie di spesa precedentemente omesse. Le stime degli esperti più autorevoli, come quelle dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) e di Janes (società di intelligence open-source specializzata in ambito militare e di sicurezza nazionale) affermano in media che il bilancio del EPL è del 15-40% superiore a quello ufficiale[9].

Ogni forza armata deve affrontare compromessi sulle risorse ed i decisori politici devono soddisfare richieste contrastanti, potendo contare su risorse limitate per calibrare investimenti a lungo termine in capacità belliche future e spese a breve termine per la prontezza al combattimento. Trovare il giusto equilibrio tra prontezza, struttura delle forze armate e modernizzazione delle stesse, può essere davvero difficile. A maggior ragione nel caso cinese, che intende potenziare la propria potenza militare con tassi di crescita economica che si sono ridotti negli ultimi anni, a causa di vari fattori sia strutturali che congiunturali, come elevati livelli di debito privato cinese e della lenta ripresa dalla pandemia COVID-19.

 

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Come per il budget della Difesa, il Rapporto del CSBA sottolinea che anche i processi produttivi e le caratteristiche dei conglomerati industriali cinesi risultano incerti per la carenza di dati accessibili. Solo a inizio 2020 il SIPRI ha riportato per la prima volta i dati delle maggiori aziende cinesi del settore Difesa, quattro colossi: Avic, Cetc, Norinco e Csgs. Determinare le caratteristiche della base industriale della difesa di un paese è essenziale per capirne anche le capacità belliche: ad esempio, la struttura organizzativa di una supply chain può avere un impatto sostanziale sul costo di un prodotto, soprattutto se ad alta densità tecnologica (ad esempio un caccia di quinta generazione od un sommergibile d’attacco); ancora, imprese più “orizzontali” ed a maggior autonomia operativa devono generalmente sostenere costi indiretti inferiori, rispetto ad organizzazioni più gerarchiche e verticistiche, che presentano più livelli gestionali (tipico nel caso della Cina). Anche gli effetti della curva di apprendimento di dirigenti e dipendenti, insieme alla sincronizzazione dei piani di produzione, possono avere un impatto notevole sui costi di approvvigionamento[10]. Un programma di produzione coerente serve insomma a razionalizzare la produzione e a ridurre i costi[11].

I vincoli della base industriale della difesa limitano quindi la possibile quantità prodotta di un particolare sistema d’arma. Tali vincoli diventano meno stringenti nel medio-lungo periodo, se affrontati con una programmazione strategica oculata. Tuttavia, ci sono settori in cui i vincoli della base industriale sono difficili da rimuovere anche in periodi di cinque o dieci anni, come nel caso della produzione di sottomarini. Inoltre, in materia di operazioni e manutenzione (O&S), le capacità cinesi potrebbero differire notevolmente da quelle occidentali[12]. Molti osservatori partono dal presupposto che i costi di O&S, per un sistema d’arma equivalente, siano più bassi in Cina che negli Stati Uniti, ma non è necessariamente vero. Ad esempio, un motore aeronautico cinese di qualità inferiore, anche se prodotto a un costo unitario inferiore a quello di un equivalente occidentale, è probabilmente più costoso da manutenere nel corso della sua vita operativa, a causa della peggiore efficienza del carburante e della necessità di frequenti manutenzioni, ricostruzioni e sostituzioni[13].

La nebulosità dei contorni dell’industria militare è frutto anche della cosiddetta strategia di “integrazione civile-militare”, perseguita dalla Cina in qualche forma almeno dai primi anni Ottanta. Le tecnologie chiave oggetto di questa strategia includono l’informatica quantistica, i big data, i semiconduttori, il 5G, la tecnologia nucleare avanzata, la tecnologia aerospaziale e l’intelligenza artificiale. La Cina cerca specificamente di sfruttare l’intrinseca natura dual use di molte di queste tecnologie e consente ad un numero crescente di imprese ed enti civili di intraprendere attività di R&S militare e di produzione di armi classificate[14]. La modernizzazione militare è perseguita anche attraverso iniziative del PCC come “Made in China 2025”, “China Standards 2035” ed il “modello di sviluppo a doppia circolazione” del 14° Piano quinquennale. Quest’ultimo enfatizza l’accelerazione dei consumi interni come motore della crescita economica e sul perseguimento di tecnologie chiave lungo le catene di fornitura globali critiche.

Membri della Corporazione Industriale per l’Aviazione cinese mostrano un modello del jet JF-17

 

In assenza di dati certi, dunque, per realizzare stime approssimative sui costi per dei sistemi d’arma, sono sufficienti alcune variabili chiave. Ad esempio, il peso e la densità di potenza rimangono le due variabili principali correlate ai costi nella cantieristica navale militare[15]. Analogamente, il peso e la velocità sono proxy efficaci per stimare il costo degli aerei militari[16]. Per molte piattaforme militari dell’EPL queste caratteristiche sono osservabili o possono essere stimate con un certo grado di affidabilità.

Tutto considerato, gli obiettivi di modernizzazione militare cinesi appaiono accessibili, almeno nel prossimo decennio. L’EPL può continuare a mantenere, espandere e migliorare le sue forze di difesa regionale, compresi i missili balistici e da crociera, le fregate e i sottomarini diesel-elettrici. Allo stesso tempo, può proseguire nella realizzazione di una serie di grandi piattaforme militari funzionali ad una proiezione di potenza globale, tra cui portaerei, incrociatori, cacciatorpediniere e bombardieri strategici.

L’EPL è stato ripetutamente ridimensionato dal 1985, con un totale di circa 1,7 milioni di effettivi[17]. L’esercito (PLAA) è ora sotto il milione di effettivi per la prima volta nella storia della RPC. L’ultima riduzione di 300.000 effettivi annunciata da Xi Jinping nel 2015, che ha interessato principalmente l’Esercito, ha riguardato le unità di supporto piuttosto che quelle di combattimento[18]. Il PLAA ha circa 975.000 persone in servizio attivo. Ma nonostante queste forti riduzioni del personale e delle unità della componente terrestre dell’ELP, si stima siano necessarie ulteriori riduzioni per mobilitare i fondi necessari a realizzare gli obiettivi strategici nel dominio marittimo. La Cina sta infatti costruendo navi da guerra a un ritmo record. La Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLAN) è numericamente la più grande del mondo, con una forza complessiva di circa 355 navi e sottomarini, tra cui più di 145 grandi navi da combattimento di superficie. Uno studio dell’IISS ha concluso che tra il 2014 e il 2018 la Cina ha aggiunto alla sua flotta navi da guerra con un tonnellaggio totale equivalente a quello dell’intera Royal Navy[19]. Una possibile linea d’azione sarà il ritiro di sistemi d’arma dell’Aeronautica (PLAAF) e dell’Aviazione Navale (PLANAF, facente capo alla marina, PLAN). La PLAAF e la PLANAF costituiscono la più grande forza aerea della regione e la terza al mondo, con oltre 2.800 velivoli totali, di cui circa 2.250 velivoli da combattimento. Un tale ridimensionamento e ristrutturazione della forza aerea indicherebbe che la Cina intende accelerare il procurement di velivoli di nuova generazione, sia da combattimento che di supporto, necessari ad una proiezione di potenza su scala maggiore.

La Forza missilistica dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLARF) organizza, gestisce, addestra ed equipaggia le forze missilistiche strategiche terrestri nucleari e convenzionali, nonché le forze di supporto e le basi missilistiche associate. L’ELP si stima disponga di oltre 1.250 missili balistici lanciati da terra (GLBM) e missili da crociera lanciati da terra (GLCM) con gittate comprese tra 500 e 5.500 chilometri. La Cina dispone inoltre di una delle più grandi forze al mondo di sistemi terra-aria a lungo raggio, tra cui gli S-400 di fabbricazione russa, gli S-300 e i sistemi di produzione nazionale[20]. Complessivamente, la potenza militare convenzionale cinese supera ampiamente quella di qualsiasi altro stato nel teatro operativo dell’Indo-Pacifico.

La Forza di supporto strategico (SSF) è un’organizzazione a livello di comando di teatro istituita per centralizzare le missioni e le capacità strategiche di guerra spaziale, cibernetica, elettronica, informativa. La SSF supervisiona due dipartimenti a livello di comando di teatro: il Dipartimento dei sistemi spaziali, responsabile delle operazioni spaziali militari, e il Dipartimento dei sistemi di rete, responsabile delle operazioni informative (IO), che comprendono la ricognizione tecnica, la guerra elettronica, la guerra cibernetica e le operazioni psicologiche.

In ambito di strategia di utilizzo dell’arsenale nucleare, storicamente la Cina ha adottato una postura difensiva, concentrata sulla risposta a un attacco nucleare avversario (la cosiddetta “second strike capability”). Questa posizione deriva dalla convinzione passata di Pechino che le armi nucleari avessero un’utilità limitata in un conflitto, riflettendo anche i limiti tecnologici della capacità nucleare cinese. La Cina dispone inoltre di circa novantotto missili balistici intercontinentali a testata nucleare (ICBM) con gittate in grado di colpire l’Europa, nonché di quattro sottomarini a propulsione nucleare e dotati di missili balistici (SSBN)[21]. Oggi, la modernizzazione investe anche l’arsenale nucleare: la Cina ha sviluppato missili balistici, tra cui i DF-17, DF-21 e DF-26, in grado di penetrare le moderne difese aeree e di colpire obiettivi in movimento. Sebbene all’EPL siano tradizionalmente mancate le necessarie tecnologie a guida di precisione, queste limitazioni stanno rapidamente svanendo. Nell’ottobre 2019 la PLAAF ha rivelato l’H-6N, primo bombardiere con capacità nucleare e rifornimento aria-aria.

L’EPL è anche strumento fondamentale finalizzato a preservare e rafforzare l’egemonia politica del Partito Comunista Cinese sul fronte interno del Paese, rappresentando un soggetto politico e istituzionale più complesso rispetto ai corrispettivi occidentali. Sebbene la Polizia Armata del Popolo (PAP) sia cresciuta rapidamente dopo le proteste di Piazza Tienanmen del 1989, l’EPL deve comunque essere pronto ad essere il garante, in extrema ratio, della sopravvivenza del Partito. L’esercito è oggi composto da circa un milione di effettivi, che in un Paese abitato da quasi un miliardo e mezzo di persone può però essere messo a dura prova. Dunque, sarebbe per loro rischioso ridurne ulteriormente il numero.

Sempre nel dominio terrestre, le relazioni con la Russia sono oggi molto solide, o almeno tali apparivano almeno fino all’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio scorso. In ogni caso, le preoccupazioni della Cina in materia di sicurezza continentale permangono. Per soddisfarle, Pechino ha bisogno di una forza di terra numerosa, in grado di operare in ambienti diversi quali: Asia centrale, confine sino-indiano, sud-est asiatico e penisola coreana.

 

3. Implicazioni strategiche

Il rapporto del CSBA, nelle sue conclusioni, prova a fornire alcune opzioni di policies che gli Stati Uniti, insieme ad alleati e partner, potrebbero perseguire ai fini del contenimento della modernizzazione militare cinese. Come prima cosa, perseguire strategie di imposizione dei costi contro la Cina diventerà sempre più importante: sarebbe opportuno che gli alleati fiaccassero la volontà di ridimensionare ulteriormente la componente terrestre delle forze armate, cercando quindi di aumentare le minacce continentali percepite dalla Cina. Un sostegno alla modernizzazione delle forze armate indiane e sudcoreane potrebbe obbligare i leader dell’EPL a investire molte risorse nel dominio terrestre.

Sebbene al momento sembri una causa persa, si dovrebbe anche rimanere aperti alla possibilità per aumentare l’attrito nelle relazioni sino-russe, potenzialmente su questioni come le influenze in Asia centrale, il controllo sugli armamenti nucleari, la proliferazione dei missili balistici e l’accesso all’Artico.

Si potrebbe anche riflettere su azioni indirette per ridurre l’influenza dell’esercito all’interno della burocrazia statale e del Partito Comunista. Sebbene sia un’impresa difficile, operazioni quali la divulgazione selettiva di notizie su pratiche illegittime (ad esempio fenomeni corruttivi) da parte delle altre branche delle forze armate, potrebbe indebolire la loro legittimità, favorendo quindi quella dell’EPL. Le fattispecie criminose nella Marina e nell’Aeronautica potrebbero aumentare con i nuovi programmi di modernizzazione, che vedono la realizzazione di sistemi d’arma sempre più costosi, anche quando sono frutto di accordi che coinvolgono Paesi in via di sviluppo[22].

L’Occidente deve anche tentare di arginare i progressi tecnologici della Cina, sia sul fronte prettamente militare, sia sul fronte delle tecnologie dual use, limitando in primo luogo il continuo assorbimento da parte della Cina di tecnologie e know-how occidentali. Interessante ricordare che l’origine del moderno pensiero cinese sulla politica scientifica: una serie di catastrofiche sconfitte nelle guerre dell’oppio nella parte centrale del XIX secolo mostrarono ai leader cinesi le terribili conseguenze di una mancata attenzione allo sviluppo della scienza e della tecnologia. Nel Trattato illustrato dei regni marittimi, forse la prima opera cinese significativa sull’Occidente, lo studioso Wei Yuan avanzò l’idea di “apprendere le competenze dagli stranieri per acquisirne la padronanza”[23].

 

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Questa visione utilitaristica ha importanti implicazioni in materia di ricerca e sviluppo. L’enfasi è sullo sviluppo, a scapito della spesa per la scienza di base e applicata, fondamentale per l’innovazione e le scoperte scientifiche. A titolo d’esempio, negli ultimi anni, la ricerca di base e applicata ha rappresentato il 36% delle spese di R&S degli Stati Uniti, contro il 17% della Cina[24]. L’industria aerospaziale cinese sta ancora lottando per produrre i motori a reazione e l’avionica necessari per aerei militari di nuova generazione, dunque possono essere adottate misure che mantengano questo status quo: l’espansione e il rafforzamento dei controlli sulle esportazioni e sugli investimenti esteri in entrata e in uscita; limitazioni allo studio e alla ricerca all’estero da parte di individui vicini all’industria militare e della difesa cinese; operazioni di intelligence che interferiscano con gli sforzi di ricerca e sviluppo della Cina[25].

Più in generale, risulta chiaro che la competizione strategica con “il Dragone” si estende ben oltre il dominio militare, interessando la più ampia dimensione tecnologica, commerciale e finanziaria. Uno sforzo occidentale congiunto può imporre costi molto ingenti alla difesa cinese, che ne rallenterebbero la modernizzazione militare, costretta tra limiti economici, tecnologici e strategici. Per richiamare, in chiusura, la mitologia: nella tradizione occidentale i draghi sono esseri formidabili, apparentemente invincibili, presenti in molte e diverse leggende. Ma in realtà, sempre nella narrativa tradizionale e folklorica europea, ad essere ancora più formidabili sono proprio i grandi eroi che li domano.

 

 


*Articolo realizzato sulla base del documento China’s Choices – A new tool for assessing the PLA’s modernisation del Center for Strategic and Budgetary Assessment (2022).

 

 


Note:

[1] Tetlock P. E. (2017) Expert Political Judgment: How Good Is It?

[2] Rescher N. (1998) Predicting the Future: An Introduction to the Theory of Forecasting.

[3] Interessante il concetto di “minimum (avoidable) regrets”. Si veda Colin S. Gray (2010) Strategic Thoughts for Defense Planners.

[4] Lo stock di investimenti diretti cinesi all’estero è aumentato di 8 volte negli ultimi dieci anni (e di 60 volte nel 2018 rispetto al 2003), arrivando a quota 2.400 miliardi di dollari nel 2020, secondo l’OECD. Si veda OECD (2021) China’s outward direct investment and its impact on the domestic economy.

[5] Testo integrale in lingua inglese della relazione di Xi Jinping al 19° Congresso nazionale del PCC https://www.chinadaily.com.cn/china/19thcpcnationalcongress/2017-11/04/content_34115212.htm

[6] Da non dimenticare anche i due dei rimanenti traguardi delineati nella Strategia di sviluppo guidata dall’innovazione del 2016: entrare nella prima fila dei Paesi innovativi entro il 2035 e diventare una “grande potenza scientifica globale” entro il 2050.

[7] Office Of The Secretary Of Defense (2021) Annual Report to Congress: Military and Security Developments Involving the Peoples Republic of China.

[8] La ripartizione più recente è disponibile nel white paper rilasciato dal Consiglio di Stato Cinese, dal titolo Chinas National Defense in the New Era (2019) https://english.www.gov.cn/archive/whitepaper/201907/24/content_WS5d3941ddc6d08408f502283d.html

[9] Janes (2018) China Defence Budget.

[10] Deloitte (2022) Building and managing supply chain resilience in aerospace and defense.

[11] United States Government Accountability Office (2020) Cost Estimating and Assessment Guide: Best Practices for Developing and Managing Capital Program Costs. https://www.gao.gov/assets/gao-20-195g.pdf.

[12] Le operazioni e il sostentamento (O&S) sono una categoria di costo del ciclo di vita di un sistema d’ama, mentre le operazioni e la manutenzione (O&M) sono una categoria di stanziamento di bilancio. I costi di O&S sono ripartiti tra le categorie di stanziamento degli acquisti, delle operazioni e della manutenzione e del personale militare.

[13] Pomfret J. (2010) Military Strength Is Eluding China.

[14] Center for a New American Security (2021) Myths and Realities of Chinas Military-Civil Fusion Strategy.

[15] RAND (2006) Why Has the Cost of Navy Ships Risen?

[16] RAND (2008) Why Has the Cost of Fixed-Wing Aircraft Risen? A Macroscopic Examination of the Trends in U.S. Military Aircraft Costs over the Past Several Decades.

[17] Adam Ni (2017) Why China is Trimming Its Army.

[18] David M. Finkelstein (2017) Get Ready for the Second Phase of Chinese Military Reform.

[19] Childs N., Waldwyn T. (2018) Chinas Naval Shipbuilding: delivering on its ambition in a big way.

[20] International Institute for Strategic Studies (2021) Military Balance

[21] International Institute for Strategic Studies (2021) Military Balance

[22] Teddy Ng (2020) Former Boss of China Aircraft Carrier Programme in Corruption Probe.

[23] Mitchell P. M. (1972) The Limits of Reformism: Wei Yüan’s Reaction to Western Intrusion.

[24] Defense One (2022) Chinas Roadblocks to Becoming A Science Superpower.

[25] Per una panoramica di una potenziale strategia di imposizione dei costi tecnologici da parte degli Stati Uniti e degli alleati nei confronti della Cina, Jack Bianchi (2020) Fear Not Technological Disengagement and Competition with China.