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Gender, rapporto tra i sessi, e morale pubblica negli USA

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Si parla sempre più spesso – e giustamente – del fattore “gender” in politica. Nonostante il crescente uso corrente di questo termine, negli Stati Uniti e altrove, bisogna ricordare che, per la precisione, solo i nomi hanno un “genere”; le persone in realtà hanno un sesso. Questa semplice considerazione può aiutare a tematizzare il rapporto fra le donne e il potere – dalla leadership politica al loro ruolo nella società più in generale. E alcune importanti questioni di morale pubblica negli USA dei nostri anni.

Il problema di fondo non è stabilire se le donne siano abbastanza forti, intelligenti o emotivamente stabili da poter guidare gli altri o proteggere se stesse. Il punto chiave è piuttosto il loro ruolo di custodi dell’accesso al processo riproduttivo, e il desiderio dei maschi di sottrarre loro questo potere.

Il controllo degli uomini sulle donne è stato in effetti un tema centrale di queste elezioni presidenziali americane, il che non sorprende. Era abbastanza chiaro fin dall’inizio che il 2016 sarebbe stato, per la prima volta nella storia americana, l’anno della prima candidata donna alla Casa Bianca designata da un grande partito. E indipendentemente dalla storia politica unica, e tormentata, di Hillary Clinton, questo dato ha portato a chiedersi se l’elettorato o l’opinione pubblica in generale fossero pronti ad accettare una donna come comandante in capo e “padre della nazione” – con tutta la sua contraddizione in termini.

Quando ho detto a un’amica, verso la fine del 2015, che non ero un grande ammiratore della Clinton, mi ha subito ribattuto: “Come mai? Perché è una donna?”. E la mia interlocutrice era un’ardente sostenitrice di Sanders. Ho le mie personali riserve sulla Clinton, come molti americani del resto; ma di lei si può comunque dire rappresenta una differenza reale, non simbolica, per le donne.

Il problema è che la candidatura di Donald Trump ha trasformato il voto in una specie di referendum sulla misoginia. Molto si è scritto, certamente, sul carattere razzista e nativista della campagna di Trump contro la Clinton. Ma il suo vero fulcro non sono state tanto le iperboli, ormai logore, sulle pericolo delle minoranze etniche per i lavoratori bianchi e la sicurezza, o sul rischio collegato agli immigrati in generale e ai musulmani in particolare: Trump ha puntato soprattutto il dito verso la minaccia incarnata da Hillary – anche se non limitata a lei sola. 

LE DONNE VISTE COME MINACCIA. Si tratta di un sentimento da non sottovalutare. Vedendo persone di colore che fanno carriera – o arrivano alla Casa Bianca – alcuni americani “purosangue” possono temere la fine del loro paese. Ma quando si tratta di una donna? Ciò tocca corde molto più sensibili.

La cosa non dovrebbe sorprenderci: a parte singoli episodi di piccola discriminazione di cui tutti possiamo essere stati testimoni nella vita quotidiana, ci sono in gioco importanti fattori sociali.

Uno studio ad esempio ha rilevato che gli uomini che temono che le donne guadagnino, sul posto di lavoro, più dei loro mariti insicuri, erano molto più propensi a votare Trump piuttosto che la Clinton. In un simile ambiente i commenti privati di Trump sui palpeggiamenti alle donne hanno fatto breccia, facendo volare la Clinton nei sondaggi, poiché le donne che prima erano rimaste alla finestra, o erano propense a votare Trump, lo hanno abbandonato in massa. Una tendenza che però non si è verificata fra gli uomini.

Inoltre la cosa più interessante è stata la reazione dei leader religiosi conservatori. Per anni, negli Stati Uniti, il comportamento sessuale privato è stato la misura stessa della moralità. E anche se gli schermi cinematografici e quelli televisivi di questo paese si sono riempiti sempre più di immagini sessuali negli ultimi decenni, noi americani – il popolo più osservante del mondo – ci siamo sempre affrettati a condannare i peccatucci sessuali degli altri come il problema centrale della moralità.

Ma non quest’anno. Trump si è vantato pubblicamente delle sue prodezze con le donne, anche mentre era sposato, e ne ha criticate alcune per il loro aspetto. Ma nessuno di questi presunti “scandali” gli ha alienato le simpatie dei suoi sostenitori religiosi. Del resto, perché meravigliarsene, visto che neppure la sua evidente mancanza di familiarità con la Bibbia li aveva preoccupati?

Negli ultimi decenni l’ossessione per sesso ha portato a giudicare il comportamento sessuale privato come il più importante test pubblico di moralità; ma ora nessuno sembra preoccuparsene, meno che mai i sedicenti guardiani tradizionali – e conservatori – dei costumi sessuali della nazione. Come mai?

C’era almeno un po’ ipocrisia nei custodi della morale che scavavano con gusto nella condotta sessuale degli altri. Ma il punto è che oggi i richiami esplicitamente sessuali sono così diffusi e aperti (dalle partite di football alle pubblicità delle automobili, fino all’enorme quantità di video su internet) da non richiedere più alcun lavoro di scavo. Così, il venir meno di una chiara misura della moralità nella vita pubblica (che molti hanno a lungo auspicato) ci ha lasciato privi di qualsiasi definizione della moralità nella sfera politica.

LA QUESTIONE MORALE: L’EGOISMO DIETRO IL SESSISMO. Con questo non intendo dire che i comportamenti personali, compreso il sesso, non ci rivelino nulla di significativo sulle persone; tuttavia non è chiaro se ci rivelano qualcosa che non possiamo apprendere attraverso altri mezzi. Tutto nella vita di Trump, per esempio, racconta la stessa storia dei suoi atteggiamenti egocentrici – e a volte di vera sopraffazione – non solo nei confronti delle donne, ma di chiunque. Alcune di queste valutazioni valgono anche per la vita sessuale di Bill Clinton: la sua tendenza compulsiva può indicare un più ampio difetto del carattere. Robert Reich, suo vecchio amico ed ex ministro del Lavoro, ne ha colto l’aspetto essenziale, in termini assai più generali, nelle pagine iniziali delle sue memorie (Locked in the Cabinet, New York, Alfred Knopf, 1997), quando rievoca l’incontro con Clinton sulla nave diretta in Inghilterra dove entrambi avevano vinto una borsa di studio della Oxford University, e gli era sembrato un po’ troppo ansioso di piacere a tutti.

Le accuse più aspre verso questi atteggiamenti, ammesso ovviamente che siano vere, rivelano qualcosa di molto peggiore di certe abitudini sessuali. Non c’è affatto bisogno, pertanto, di vellicare i pruriti del pubblico scavando nei comportamenti privati per stabilire principi morali, perché la “moralità” non è riducibile a una definizione semplice basata su un unico criterio.

Esiste, ed è sempre esistita, una migliore definizione di ciò che è morale. Dopo il crollo della moralità sessuale puritana come unico prisma per la visualizzazione del problema, siamo finalmente liberi di sviluppare questa alternativa.

Ovviamente qualcuno potrà dire che non spetta a noi definire la moralità, ma a Dio, che lo ha già fatto nella Bibbia – dove peraltro abbondano i precetti sessuali. Può darsi, ma la Bibbia contiene anche molto altro, e certo l’Antico Testamento descrive un Dio preoccupato di tante altre cose.

Per parte sua, la Torah, come la cultura ebraica in generale, è molto più ossessionata dal cibo. Quando era stato chiesto a Hillel, il più grande saggio ebreo, di riassumere tutto l’insegnamento del giudaismo stando in piedi su una sola gamba, la sua famosa risposta fu: “Non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te… Il resto è commento”. Lo stesso vale per il Nuovo Testamento, in particolare per le parti precedenti la tradizione paolina. A differenza dei moralisti di oggi, Gesù nel Vangelo parla ben poco di sesso e formula anch’egli una “Regola d’oro” per fondare l’intera moralità su di un principio generale, basato sullo stesso precetto di Hillel tratto dal Levitico.

Naturalmente, poi, anche i filosofi laici hanno cercato, per secoli, di derivare dalla logica la regola etica corretta per l’umanità.

La moralità, per la maggior parte delle persone, si basa sulla convinzione che esista qualcosa di più grande di se stessi, comunque lo si voglia definire. Alla fine, credo che anche l’ipocrisia dell’America riguardo al sesso – “non si può condannare più di tanto”, “non si può fare più di tanto” – ne sia un riflesso. Da cosa dipende davvero il disgusto suscitato da alcuni comportamenti “offensivi”? Esso oggi non deriva da una repulsione puritana verso il sesso, ma dal fatto che i responsabili di quei comportamenti pensino molto più a se stessi, da responsabili politici, che agli altri.

Senza dubbio, nella vita quotidiana tutti pecchiamo di egoismo. Ma è troppo chiedere a quelli che vorrebbero governarci di dimostrare un po’ più di interesse per gli altri che per se stessi? Questo è il livello morale che dovremmo esigere dagli aspiranti “servitori dello Stato” e di cui dovremmo discutere nei pubblici dibattiti del nostro paese.

Se affrontata con questa serietà, la politica potrebbe anche tornare ad essere “sexy”.