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Digitalizzazione ed innovazione: le sfide del G20 a guida italiana

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L’Italia si appresta a guidare, per la prima volta, un G20, con la presidenza di turno dal 1° dicembre 2020 al 30 novembre 2021. In uno scenario caratterizzato da molte incertezze –  a partire dalla domanda: “sarà un esercizio intra– o post-COVID?”, con le annesse conseguenze in termini logistici ma anche di qualità strategica del dibattito – ciò che è piuttosto sicuro è la rilevanza per le nostre economie e società delle tematiche che ci accingiamo a trattare.

L’analisi che segue è suddivisa in tre parti: la prima è incentrata sulle sfide della digitalizzazione – o preferibilmente dell’innovazione – in uno scenario internazionale; la seconda affronta l’eventuale interazione con la pandemia; la terza si concentra su quale nuovo ruolo possa essere attribuito al G20.

DIGITALIZZAZIONE E INNOVAZIONE: LA VERA SFIDA È POP. Nel 2016, la Presidenza cinese del G20 convocò per la prima volta una Digital Economy Task Force (DETF), dando seguito a quanto convenuto nel Summit di Antalya l’anno precedente, quando si era avviata una discussione sulla rilevanza dell’economia digitale. Sempre nel 2016, l’OECD introdusse un concetto più esteso di politiche industriali per l’innovazione, coniando il termine “Next Production Revolution” (NPR), mentre le successive Presidenze tedesche (2017) e giapponese (2019) avrebbero rispettivamente riportato il solco del dibattito su Industrie 4.0 e su Society 5.0[1]. Ai fini della presente analisi, per quanto la questione possa apparire secondaria, la terminologia è rilevante: ci si riferirà perciò più all’innovazione che alla digitalizzazione, poiché il primo dei due termini, oltre a ricomprendere le tecnologie digitali, le pone all’interno di una dinamica in cui un insieme molto più esteso di fattori genera un riverbero su crescita, benessere, competitività.

Va premesso che il contributo che si intende fornire al dibattito è molto più di carattere politico che tecnico: solo in ultimo verranno enumerate le peraltro auspicabili convergenze sulle tecnologie, le infrastrutture abilitanti o le forme di regolamentazione che più favorirebbero il dispiegarsi di effetti positivi su persone e imprese.

Ci si intende piuttosto soffermare su una questione di fondo: come può l’innovazione, e la digitalizzazione di conseguenza, tornare al centro del dibattito non solo di Governi ed esperti, ma anche e soprattutto del popolo? Qual è l’equivalente della “corsa allo spazio” degli anni Sessanta che ispirò talmente tante Sci-Fi da entrare nell’immaginario collettivo?

La prima e vera sfida per l’innovazione è quella di far parlare di sé, rendendosi davvero pop. Perché ciò accada, essa deve, senza esitazioni:

  • Reiterare, a livello oggettivo e di sistema, il proprio ruolo nel rendere le nostre economie reali più produttive e reattive ai cambiamenti, oltre che più resilienti e sostenibili sotto ogni aspetto;
  • Dare prova, dal punto di vista dell’impatto soggettivo e personale, non solo di non minare alcuna delle conquiste sociali – cioè di non generare spiazzamento nel mercato del lavoro, né indebolire la coesione o l’inclusione sociale, né ridurre il diritto alla scelta o la dignità umana in qualsiasi forma –; ma anche e soprattutto di essere un proattivo elemento di moltiplicazione del portato di competenze, capacità e talenti di ogni persona, oltre che il maggiore alleato nel prevenire l’insorgere e il propagarsi di malanni e malattie.

Ove ciò non accada, sarà difficile per l’innovazione scalare il ranking nelle priorità di massa ed essere infine largamente percepita come cruciale per il progresso dell’umanità tutta e non di un solo Paese; rimarrà labile la pressione dei taxpayer sui Governi per far uscire questo tema dalle stanze in cui si discute di strategie geo-politiche; mancherà quindi, in ultimo, proprio l’incentivo più potente alla realizzazione di politiche coordinate e multilaterali.

Nei prossimi mesi, la percezione giocherà un ruolo cruciale nel porre innovazione e digitalizzazione realmente al centro delle scelte di policy, a livello sia nazionale che di un esercizio come il G20.

IL CIGNO NERO E L’OPPORTUNITÀ (SEMI) SPRECATA. Prima di discutere del possibile ruolo del G20, c’è un elemento piuttosto curioso da analizzare, connesso proprio all’emergere e alla diffusione della pandemia, alle interconnessioni con l’innovazione e alla distanza tra effetti attesi e visibili, giusto a proposito di “percezione”.

In teoria, proprio il COVID-19 avrebbe dovuto rappresentare il più grande incentivo per la comunità internazionale a formulare una risposta globale e coordinata, trainata dall’innovazione: per tracciare e arginare l’epidemia, per lo sviluppo di soluzioni in termini di cura e di vaccino, ma anche per disegnare rapidamente nuovi schemi di crescita e resilienza. L’innovazione sarebbe potuta assurgere al rango di “bene pubblico universale”: ciò, in virtù della sua distintiva capacità nel mettere a sistema intelligenze, imprese, istituzioni per fornire una risposta fuori dall’ordinario agli straordinari problemi sanitari, sociali, economici e alle tante, ulteriori, inesplorate sfide della Nuova Normalità – in minima proporzione già affiorate, ma in larga parte ancora ben lontane dall’essersi palesate pienamente.

Nella pratica, al di là di un’iniziale spinta proprio dei G20 – la Presidenza di turno saudita ha convocato tra marzo ed aprile due Ministeriali “speciali”, dedicate a coordinare una risposta dei membri all’emergenza COVID-19 – imprese e Governi hanno dimostrato di essere ben lontani dal concepire una “global alliance for innovation”. L’innovazione è ancora relegata a una trattazione molto eterea, figlia della scarsa capacità di costruire una narrativa connessa al suo impatto positivo sulla vita reale della popolazione. Il dibattito resta così confinato ad argomenti molto più tangibili, come la disoccupazione, il supporto al reddito, le misure per evitare nuovi lockdown, le misure di breve termine per far ripartire l’economia.

La percezione generale, di conseguenza, rimane falsata: si continua a compiere l’errore di scollegare il piano strategico da quello tattico, mentre invece le due dimensioni sono del tutto interdipendenti. Le risposte per il lungo periodo (il recupero della competitività, della crescita e dell’occupazione, ma anche le speranze di sconfiggere e prevenire ogni pandemia), sono infatti connesse alla capacità di immaginare, sin nel breve termine, politiche disruptive basate su un coordinamento tra Paesi che metta al centro digitalizzazione ed innovazione.

È in questo scenario così articolato che andrebbe inquadrato un nuovo ruolo per il G20, quale Foro in grado di ribadire che un’innovazione costruita, by design, per recepire e soddisfare le esigenze di persone, imprese e del pianeta, può esistere, è realizzabile, e rappresenterebbe forse l’obiettivo di maggior rilevanza strategica per la comunità internazionale. A tutto ciò sarebbe funzionale, più che la ricerca di nuove forme di sovranità, una grande convergenza tra nazioni.

 

UN NUOVO RUOLO PER IL G20. Al netto delle difficoltà che da anni incontrano tutti gli esercizi multilaterali, nei prossimi mesi il G20 potrebbe dunque riportare, inter alia, l’attenzione di una vasta platea sul ruolo che innovazione e digitalizzazione possono esercitare a beneficio dell’intera umanità.

Sotto il profilo generale, per raggiungere tale obiettivo, occorrerebbe:

  1. Rendere questo Foro il luogo istituzionale di un dialogo strutturato e di lungo periodo tra tutti i portatori di interesse, che miri ad anticipare – per quanto possibile – caratteristiche, modalità e tempi con cui le ondate di innovazione si avverano e si propagano, ed i relativi effetti sulla società, le persone, le imprese ed il pianeta;
  2. Trasferire questo dibattito in un limitato numero di priorità, che rispondano alle seguenti caratteristiche: siano sovra-nazionali, non divisive rispetto alle politiche degli Stati membri, quanto piuttosto integrative di tali ultime; siano concretamente raggiungibili, capaci di dare evidenza dei loro primi effetti già nel breve termine e dispiegarli poi nel lungo periodo; non siano riconducibili a nessun orientamento politico o ideologico in particolare; diano luogo ad impegni assumibili sia dalla componente privata che da quella pubblica, generando per entrambe una forma di ritorno misurabile e trasparente;
  3. Identificare con chiarezza come tali obiettivi pluriennali possano divenire oggetto di un monitorabile “passaggio di consegne” tra una Presidenza e l’altra, sostituendo con pochi, tangibili impegni multilaterali, il proliferare di statement, communique, paper non misurabili nel loro impatto – e che l’opinione pubblica fa fatica a comprendere.

Nell’ambito delle possibili macro-priorità in tema di innovazione che il G20 potrebbe adottare, tre meriterebbero poi a mio avviso un’attenzione particolare:

  1. Favorire la convergenza su qualsiasi misura ed approccio multilaterale che acceleri la cinghia di trasmissione tra (i) l’innovazione intesa come discovery (cioè ricerca, scoperta), (ii) le sue applicazioni pratiche in campo imprenditoriale o istituzionale e (iii) i suoi effetti sulle persone. A più di quarant’anni di distanza dalla sua introduzione, il paradosso di Solow[2] (dal nome del Premio Nobel per l’economia Robert Solow) è ancora tra noi, ed il G20 è probabilmente uno dei pochi consessi in cui i Governi potrebbero adoperarsi per rendere più rapida e più visibile la trasmissibilità degli effetti positivi dell’innovazione sulla vita di ogni giorno.
  2. Definire una lista ristretta di investimenti globali e prioritari su cui i G20 dovrebbero concentrarsi, per accrescere la percezione di come l’innovazione produca effetti chiaramente visibili sul benessere delle persone, sulla competitività delle aziende e sullo stato di salute del pianeta. L’insieme dei possibili ambiti di intervento da cui scegliere è piuttosto esteso: dalla ricerca di frontiera, che per operare ha necessità di un lavoro di squadra globale; alle infrastrutture abilitanti e di qualità – come la connettività per tutti, le smart grid di nuova generazione, la mobilità intelligente –; fino ad arrivare agli interventi immateriali, come quelli sul capitale umano ed il welfare per sostenere la transizione. All’attenzione della membership resterebbe la scelta di poche priorità orizzontali dall’elevato, effettivo impatto potenziale, su cui un investimento e/o una presa di posizione in ottica pluriennale e multilaterale potrebbe generare una radicale differenza. Permarrebbe comunque aperto, pur all’interno di questa selezione, il tema di come superare alcune divergenze “verticali”, riferibili a particolari paradigmi tecnologici (come l’Intelligenza Artificiale, le Blockchain o il 5G) e a specifiche policy in materia di privacy, proprietà intellettuale, accesso ai dati e loro gestione, competitività, valorizzazione delle catene globali del valore.
  3. Incentivare l’emergere di un campo di gioco globale e di un’alleanza multi-stakeholder, che rendano l’innovazione e la digitalizzazione realmente più fair per tutte le parti coinvolte. Ciò rimanda almeno a due aspetti: (i) un bilanciamento tra investimenti – di natura pubblica e privata – e ritorni, che consenta di estenderne i benefici alla platea più vasta possibile, garantendo rendimenti consoni, e non rendite, ai soggetti che intervengano finanziariamente; (ii) la previsione di meccanismi che vadano nella direzione di anticipare e mitigare ogni forma di spiazzamento del mercato del lavoro o della produzione di beni e servizi. Il primo elemento è strettamente connesso all’esigenza di mantenere ed elevare lo stock di investimenti in infrastrutture materiali ed immateriali, a fronte dell’emergere di oligopoli e monopoli nel campo dell’innovazione: se per buona parte del Novecento, le rendite, visibili, sono state tassate per costruire le infrastrutture di base, oggi la virtualizzazione dell’economia e l’erosione della base imponibile rende urgente una rinnovata convergenza, su scala globale, su come finanziare le “dorsali del futuro”, con l’obiettivo di non lasciarle in mano (almeno esclusivamente) privata, col rischio di sottrarle al controllo democratico. Il secondo tema, invece, è connesso alla necessità che i decisori pubblici e privati assumano una posizione netta, inequivocabile e intelligente in materia di potenzialità e rischi connessi all’innovazione: la quale, se sostenibile e disegnata sulle esigenze della persona, potrebbe anche essere assoggettata a limiti per eliminarne gli effetti negativi, e sottoposta ad interventi da parte dei Governi per estenderne a tutti i benefici.

SOVRANITÀ (DIGITALE) ALLA PROVA – Appare quindi chiaro che la questione non risieda tanto nel ruolo che il G20 potrebbe ricoprire per affrontare le sfide che l’innovazione e la digitalizzazione portano con sé, ma nella indispensabile dose di multilateralismo che simili scelte implicano. Davanti a crescenti, e talora legittime, richieste di revisione degli habitus geo-politici, sarebbe forse da chiedersi quanto, in termini di benessere complessivo, piuttosto che rafforzare la sovranità (digitale) degli Stati non possa essere opportuno orientarsi ad aumentare quella degli individui.

Lo spazio di azione per la membership è insomma assai vasto, tale forse da giustificare non solo la richiesta che dalla quasi totalità dei Paesi viene, in merito alla trasformazione dell’attuale Task Force in Working Group (WG), ma anche un’estensione del suo focus da “digitalizzazione” a “innovazione” tout-court.

Dotato di una funzione segretariale permanente, puntellato attraverso rapporti strutturati con il sistema degli Engagement Group, un G20 Innovation WG potrebbe far tesoro dell’esperienza maturata dal 2015 ad oggi, attualizzando i dossier a fronte dell’irrompere di questa “Nuova Normalità”, e fornendo ai leader strumenti interpretativi e modalità di intervento adeguate a cogliere tutte le sfide connesse ad uno scenario in continuo mutamento.

 


[1] Il portale http://www.g20.utoronto.ca/ offre, per chi fosse interessato, un repository molto articolato in materia di G20. In tema di Digital Economy, poi, la sezione dell’OCSE https://www.oecd.org/sti/ offre diversi spunti e documenti.

[2] Tra le moltissime pagine dedicate al “ritorno” del paradosso di Solow, cioè all’assenza di consequenzialità tra investimenti in tecnologie ed aumento di produttività (e salari), di seguito si segnala una delle più divulgative: https://www.mckinsey.com/business-functions/mckinsey-digital/our-insights/is-the-solow-paradox-back#

 

 


*Andrea Gumina è un economista dell’innovazione. Ricopre attualmente il ruolo di Consigliere del Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale e collabora, come esperto, con lo Sherpa Office G7/G20 di Palazzo Chigi. I contenuti presenti in questo articolo riflettono però esclusivamente la posizione personale dell’autore.