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Come gli Accordi di Abramo disegnano un nuovo Medio Oriente – in attesa dei “dividendi della pace” per tutti

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Il “governo del cambiamento”, insediatosi nel giugno 2021, ha lanciato Israele in una grande offensiva diplomatica condotta simultaneamente su più fronti verso i Paesi arabi sunniti: la visita del Capo di Stato Isaac Herzog  il 30 e 31 gennaio scorsi negli Emirati Arabi Uniti – sfortunatamente mentre era in corso il terzo attacco missilistico sul suolo emiratino lanciato dagli Houthi dallo Yemen – è stata infatti la prima di un Presidente israeliano, ma è stata preceduta da quelle del primo ministro Naftali Bennet ad Abu Dhabi a dicembre e in Egitto a settembre 2021, da quella in Bahrain da parte del ministro degli Esteri Yair Lapid a settembre 2021, da quella in Bahrain e da quella del novembre scorso in Marocco del ministro della Difesa Benny Gantz; seguendo un ordine di rilevanza diplomatica, si deve aggiungere la visita del ministro dell’Intelligence Eli Cohen in Sudan a gennaio 2022. Israele si è, dunque, rivolto alla regione con grande slancio e iniziativa, dimostrando di voler cogliere tutte le opportunità potenzialmente apertesi dopo la firma degli Accordi di Abramo nell’agosto del 2020.

Non è un caso che alla 15a conferenza annuale dell’Istituto nazionale di studi sulla sicurezza israeliano (INSS, Institute for National Security Studies) da poco conclusasi, il primo ministro Bennet abbia voluto rivendicare con orgoglio il suo operato di governo e i molteplici successi – economici, sanitari nella gestione della crisi Covid-19 senza lockdown, ma soprattutto diplomatici – conseguiti in questi pochi mesi. Sul piano internazionale, sembra infatti finita per Israele l’epoca delle relazioni clandestine e delle visite segrete nei Paesi della regione, praticate ancora da Benjamin Netanyahu, e avviata, invece, una nuova stagione di molteplici e regolari incontri alla luce del sole.

 

L’alba di Israele come potenza regionale

Bennet ha definito Israele “uno Stato prospero e stabile” che aspira a rendere la regione circostante altrettanto solida, avviando un ciclo virtuoso di crescita economica multilaterale che garantisca al Medio Oriente stabilità politica, a sua volta preliminare alla creazione di ulteriore sviluppo economico per tutti i Paesi della regione: una concatenazione positiva definita dal Primo Ministro un “cerchio magico” capace di autoalimentarsi. La sua formula: puntare tutte le energie sul dinamismo economico, soprattutto del settore hi-tech – la cui crescita nell’immediato futuro è prevista a ritmi poderosi, passando dall’attuale 12% del Pil a quasi il doppio (22%)-, tale da poter investire una quota ingente del PIL in un potenziamento dell’esercito e dei suoi arsenali militari per accrescere il potere di deterrenza di Israele nei confronti dei suoi nemici. In questa logica di efficienza rientra anche la necessità di non disperdere risorse preziose nell’attuale batteria antimissilistica Iron Dome, il cui costo di intercettazione dei raggi per ogni singola operazione è ingente (tra i 44.000 e gli 88.000 euro), e la scelta di sostituirla nell’arco di un anno e mezzo con una “cupola laser” di nuova generazione, capace di respingere gli attacchi missilistici a costi molto più contenuti.

Il messaggio indirizzato dal primo ministro al pubblico israeliano (per la 15° conferenza annuale dell’Istituto degli Studi per la Sicurezza Nazionale) ).  è stato di grande ottimismo: Israele è “molto più forte del conflitto israelo-palestinese” e “non può più essere definito da questa guerra” – ha affermato Bennet – perché “ha molto di più da offrire al mondo e agli Stati della regione in termini di cyber intelligence, di sistemi innovativi di contrasto al cambiamento climatico e alle nuove pandemie-”. Questo approccio lascia trasparire la consapevolezza che nemmeno la minaccia iraniana costituisca più un vero ostacolo sul cammino di ascesa del Paese a potenza regionale. Israele si propone, dunque, come forza trainante della regione, capitalizzando proprio su quegli Accordi di Abramo che hanno permesso ufficialmente a questa energia di sprigionarsi e riversarsi in multipli progetti di cooperazione regionale che rappresentano forse il lascito più duraturo dell’Amministrazione Trump.

 

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È infatti indubbio che, senza gli incentivi introdotti dagli Stati Uniti, i Paesi arabi sunniti non si sarebbero sbilanciati a favore di questo radicale cambio di corso, che – come sostengono anche i suoi detrattori – ha avuto come risultato sostanziale quello di archiviare la questione israelo-palestinese, non rendendo più la sua risoluzione vincolante ai fini della stipula di accordi di pace con Israele. Una logica vincente, quella degli   Accordi di Abramo che ha incassato il sostegno della presente Amministrazione Biden, attestato anche dalla recente costituzione di un comitato bipartisan per il rafforzamento e l’ulteriore estensione degli Accordi al Congresso degli Stati Uniti , dall’istituzione di un centro studi dedicato, e dalla promulgazione di una legge specifica atta a incoraggiare la prosecuzione della normalizzazione regionale con Israele.

Alcuni Paesi, come gli Emirati Arabi Uniti, si sono esposti maggiormente verso Israele in quanto i benefici offerti dagli Stati Uniti – ovvero la vendita di caccia F-35 – superavano il danno costituito dall’ostilità palestinese. Altri Paesi, come il Bahrain, il Marocco e il Sudan, hanno dovuto sormontare un’opinione pubblica interna ostile o diffidente, ma hanno deciso di assumersi questo rischio in vista degli importanti vantaggi diplomatici offerti dagli USA: il riconoscimento ufficiale della sovranità sul Sahara Occidentale per il Marocco, la rimozione dalla lista statunitense degli Stati sponsor del terrorismo nel caso del Sudan – due decisioni che non sono state rovesciate dall’Amministrazione Biden e che, nel caso del Sahrawi,  sono state criticate dal Fronte Polisario, da alcuni Paesi dell’Unione Africana, dalle Nazioni Unite, dall’Unione Europea e dalla Corte internazionale di giustizia – e la possibilità di integrare l’asse di difesa anti-iraniano per il Bahrain, che si considera minacciato in prima linea dal potenziale nucleare di Teheran.

 

Il potenziale sprigionato dagli Accordi

Una volta superate le resistenze dei primi quattro Paesi arabi, gli Accordi di Abramo hanno sprigionato tutto il loro potenziale, conseguendo risultati concreti in cinque aree principali: avvio di relazioni diplomatiche (anche se con la notevole eccezione del Sudan), stipula di nuovi accordi culturali e nel turismo, lancio di voli diretti, incremento dei rapporti commerciali e cooperazione in termini di sicurezza. Ovviamente, le relazioni bilaterali tra Israele e i quattro Paesi segnatari non sono equiparabili: i rapporti con Khartoum non sono paragonabili all’intensità di quelli avviatisi tra Israele e gli Emirati Arabi Uniti, molto più sfaccettati e tali da investire interessi strategici dei due Paesi, o a quelli tra Israele e il Marocco, tra cui è in corso un riavvicinamento culturale capace di superare le “paci fredde” stipulate in precedenza con Egitto e Giordania.

Le relazioni bilaterali con gli Emirati Arabi Uniti sono quelle che sono avanzate maggiormente in tutti i settori. Il commercio bilaterale con Abu Dhabi è cresciuto dagli 11 milioni di dollari del 2019 ai 93 milioni del 2020 a seguito degli Accordi, fino agli oltre 309 milioni del 2021, cifre che non tengono conto dei beni non classificati, come i diamanti, e del settore dei servizi. Tuttavia, ciò che caratterizza maggiormente i rapporti commerciali tra i due Paesi sono i reciproci investimenti in settori sensibili e strategici: da parte emiratina, la società petrolifera Mubadala ha acquistato recentemente una quota pari al 22% del capitale dei giacimenti di gas israeliani Tamar nel Mediterraneo mentre la multinazionale della logistica DP World ha manifestato l’intenzione di rilevare la gestione del porto di Haifa, di recente privatizzazione e primo polo logistico del Paese ebraico.

Israele, invece, partecipa con le sue industrie aerospaziali (Israel Aerospace Industries) alla produzione di sistemi tecnologici di difesa avanzata (droni e aerei senza equipaggio) del gruppo emiratino EDGE, oltre ad aver fornito ad Abu Dhabi il noto sistema di spionaggio Pegasus. In più esiste un fondo pari a 3 miliardi di euro finanziato dai due Paesi e partecipato anche dagli Stati Uniti e dall’Uzbekistan per la creazione di posti di lavoro. Gli Emirati Arabi Uniti si sono mostrati anche pronti ad accogliere fisicamente cittadini israeliani sul loro territorio, ad esempio attraverso la proposta della società israeliana di servizi finanziari Rapyd, che a dicembre 2021 ha aperto una filiale a Dubai portando con sé il proprio personale.

Secondo uno studio della Rand Corporation, Israele sarebbe il beneficiario netto di tali Accordi con una crescita pari a 2.3% del PIL, mentre per gli Emirati Arabi Uniti essa si attesterebbe intorno allo 0.8%, tanto che la multinazionale paragona a livello regionale l’impatto potenziale degli Accordi all’European Recovery Program, meglio noto come Piano Marshall, nel dopoguerra europeo. Oltre ai vantaggi tangibili conseguibili in settori-chiave dell’economia dei due Paesi, Abu Dhabi ha compiuto anche gesti di apertura verso la normalizzazione culturale ospitando la prima mostra documentaria sulla Shoah a Dubai (“We remember” al Museo degli incroci di civilizzazione, inaugurata nel giugno 2021) e nominando un Rabbino capo a guida della piccola comunità di expat ebrei, scavalcando alcuni tradizionali steccati culturali del mondo arabo.

Al secondo posto vengono i rapporti con il Marocco, che, anche se non hanno ancora ottenuto il ripristino di relazioni ufficiali a livello diplomatico (solo la riapertura di un ufficio di coordinamento), presentano una crescita progressiva degli scambi commerciali dai 13,6 milioni del 2020 ai 19,1 milioni del 2021. Rabat ha condotto esercizi militari congiunti con Israele nel giugno 2021, ma ha soprattutto firmato con Tel Aviv un Accordo preliminare (MoU) sulla difesa per la cooperazione strutturata in materie sensibili come la cyber sicurezza e la condivisione di dati e informazioni di intelligence. Infine, il Marocco è stato il Paese arabo più aperto a relazioni dirette tra le rispettive società civili, capitalizzando sulla storica tolleranza religiosa della popolazione marocchina e aprendo immediatamente voli periodici diretti verso e da Tel Aviv, sia per rilanciare il settore turistico che per riannodare i legami culturali con il Paese natale di circa 1 milione di cittadini israeliani di origini marocchine. Rabat punta, infatti, molto sulla cooperazione culturale, siglando accordi di scambio tra le rispettive biblioteche nazionali e sulla cooperazione universitaria.

Infine, con il Bahrain i progressi sono più limitati, nonostante i 12 accordi siglati dai due partner per avviare progetti congiunti in materia di aviazione, tecnologia, risorse idriche e nel settore digitale bancario. La monarchia al-Khalifa di Manama, infatti, si muove più cautamente di Marocco ed Emirati, consapevole dell’ostilità della sua popolazione, a maggioranza sciita, tanto alla casa regnante che agli Accordi di Abramo.

Ultimo in ordine di importanza, il Sudan, che ha abolito una legge del 1958 che proibiva ai cittadini sudanesi ogni contatto con lo Stato ebraico, ma che stenta a far avanzare la cooperazione tra i due Paesi, sia perché travagliato da crisi politiche interne che in quanto insoddisfatto del ritardo degli aiuti economici USA, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale, che hanno iniziato ad affluire nel Paese – sotto forma di agevolazioni finanziarie nella riduzione del debito – solo a partire dal giugno 2021.

 

Una nuova rete di relazioni

Con progressioni sensibilmente diverse, i Paesi segnatari degli Accordi di Abramo stanno costruendo una fitta rete di legami regionali che appariva quasi impensabile fino a due anni fa e che ha retto allo stress test del maggio 2021, quando l’ultimo conflitto tra Israele e Hamas ha nuovamente inflitto consistenti danni alla Striscia di Gaza, costando la vita a 256 Palestinesi e 12 Israeliani, infiammando al contempo tutta la regione e costringendo i quattro Paesi arabi a criticare pubblicamente Israele senza rompere le relazioni con Tel Aviv.

 

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È probabile, anche se non è possibile prevederne i tempi, che i vantaggi in termini di crescita economica e sicurezza e stabilità saranno duraturi, tanto che altri Paesi arabi o islamici possano decidere di aderirvi, e in particolare, l’Indonesia, la Mauritania, l’Oman, l’Uzbekistan e – in ordine decrescente in termini di probabilità – il Pakistan e l’Arabia Saudita. Ma per dimostrare che gli Accordi di Abramo funzionino e abbiano davvero il potenziale di disegnare un nuovo Medio Oriente occorre che il loro principale beneficiario, Israele, comprenda che – se i Palestinesi ne hanno comprensibilmente rigettato la logica – gli arabo-israeliani devono direttamente avvantaggiarsene per poter sostenere il cambiamento. Come suggerisce il rapporto dell’INSS (2021), è giunto il momento di conferire ai cittadini arabi di Israele l’importante compito di riannodare i fili tra Tel Aviv e il resto della regione, sfruttando il loro capitale socio-linguistico a servizio delle nuove delegazioni diplomatiche israeliane che saranno aperte dal Golfo al Marocco.

Certamente questa energia positiva e rivolta al futuro, a cui accennava il primo ministro, non beneficerà i Palestinesi oltrecortina – sempre più oppressi dal proliferare delle colonie anche con il “Governo del cambiamento” (Peace Now, Hagit Ofran, novembre 2021). Ma i ricchi “dividendi della pace” devono almeno servire a migliorare marginalmente le condizioni di vita della cosiddetta “piazza araba” in Marocco e in Sudan e a redistribuire la ricchezza e aumentare la coesione sociale in Israele e Bahrain. In caso contrario, essi rischiano di perdere la battaglia per un nuovo Medio Oriente, ignorando l’unico fattore fondamentale: ovvero che la stabilità politica duratura è legata alla riduzione delle disuguaglianze e, di conseguenza, a quella di tutti conflitti e i problemi sociali che ne derivano.