international analysis and commentary

USA-Giappone: l’alleanza che tiene, e i suoi problemi

88

La recente visita del primo ministro giapponese Noda Yoshihiko a Washington ha dissolto ogni dubbio sulla tenuta dell’alleanza tra Stati Uniti e Giappone. Ha nel contempo confermato che, nell’attuale fase di transizione, il mantenimento della stabilità in Asia orientale passa attraverso una complessa e non sempre lineare sovrapposizione tra bilateralismo e multilateralismo.

La missione di Noda ha mantenuto tutte le promesse pur senza celare completamente i punti deboli di un rapporto che non manca di ambiguità. Ha indicato che dopo due anni e mezzo di incertezze il DPJ (Partito Democratico Giapponese) è approdato a scelte strategiche che pongono gli Stati Uniti  al centro di ogni politica di difesa. Cancellate, dunque, le ipotesi alternative, fatte di contraddittorie fughe in avanti verso un “asiatismo”  che sembrava quasi escludere i partner di oltre oceano e  un nazionalismo che insisteva un po’ troppo sul concetto di totale indipendenza. È stata così accantonata l’intransigenza di Hatoyama Yukio, il primo capo del governo a guida democratica, che aveva preteso di ridiscutere l’accordo del 2006 sulle basi americane a Okinawa, e sono stati dimenticati i silenzi del suo successore, Kan Naoto.

Noda, terzo nella sequenza dei premier del DPJ e primo a recarsi in visita ufficiale alla Casa Bianca, ha sottoscritto con il presidente Barack Obama intese che riportano ad un passato basato su  una serena reciproca fiducia e propongono una “visione del futuro” fatta di stretta cooperazione. Nella dichiarazione finale si afferma che “l’alleanza è la pietra miliare della pace, della sicurezza e della stabilità in Asia orientale”. Si dicono poche ma chiare parole su come tali obiettivi saranno raggiunti:  da un lato “il riequilibrio strategico americano nella regione Asia-Pacifico” – che significa meno soldati in Giappone e allargamento del raggio di azione anche dove, dalle Filippine al Vietnam, gli USA non hanno basi stabili – e dall’altro lato “lo sviluppo di una forza di difesa giapponese dinamica”. Si conferisce infine rilevanza strategica all’impegno a cooperare nel settore delle energie pulite e rinnovabili nonché per rendere più sicuro l’uso dell’energia nucleare (questione cui il Giappone, dopo l’incidente di Fukushima, è particolarmente sensibile). Il Washington Post, per riassumere, poteva scrivere che “Obama apprezza la scelta di Noda di rimettere l’alleanza con gli Stati Uniti al centro della strategia nipponica”.

La coincidenza della visita con l’accordo sul trasferimento a Guam, alle Hawaii e in altre isole del Pacifico di 9.000 dei 19.000 soldati americani di stanza a Okinawa ha facilitato le convergenze. Nella stessa direzione è andato il ritorno di fiamma della crisi nordcoreana: il pur fallito esperimento balistico nordcoreano del 13 aprile ha creato enormi preoccupazioni a Tokyo, fino a richiedere un supplemento di meccanismi di difesa  che  potevano essere forniti solo dagli Stati Uniti. Il timore, ancora incombente, di un nuovo test atomico da parte di Pyongyang rende poi necessario un coordinamento a tutti i livelli, a partire da quello diplomatico, per isolare il regime di Kim Jong-un. Coordinamento che non si può leggere solo in una dimensione bilaterale e che pertanto dà ossigeno non solo all’alleanza USA-Giappone, ma anche ad altre iniziative ed altre esigenze. Nessun cambiamento sostanziale di strategia rispetto ai tempi di Koizumi Yunichiro e di George Bush. Si faceva e si continua a fare riferimento all’assetto del cosiddetto hub and spoke che comunque, sempre più chiaramente, non è prerogativa soltanto degli USA ma è un punto di riferimento anche per Tokyo. Gli Stati Uniti  non costituiscono cioè l’unico  hub, il mozzo, di una ruota i cui raggi sono costituiti da  Giappone, Corea del Sud e Australia in primo luogo, seguiti in ordine di importanza da Filippine e Thailandia (oggi si potrebbe aggiungere l’India).  Ma anche il Giappone (e, a suo modo, ciascuno degli spokes) è a sua volta un hub che protende in varie direzione i suoi raggi. E i raggi dell’uno non corrispondono sempre a quelli dell’altro né hanno le medesime implicazioni. Questa multidirezionalità, se ben gestita, non è un difetto e anzi può divenire un costruttivo fattore di stabilità, contribuendo a costituire una rete di relazioni interstatali. Non indebolisce dunque il sistema di alleanze a guida americana: ciò che conta è che sussista una forte motivazione di fondo rappresentata dalla presenza di una minaccia comune.

Giappone e Stati Uniti condividono in effetti la minaccia: sia quella immediata e concreta, costituita dalla Corea del Nord, sia quella potenziale, rappresentata dalla Cina. E proprio nei confronti di Pechino, i due alleati condividono in questa fase la prudente hedging strategy, pur senza seguire le stesse strade e perfino talvolta diffidando delle scelte del partner. Per chiarire il concetto,  Yamaguchi Noboru, docente di storia  militare, ha commentato: “i due paesi sono giunti alle stesse conclusioni. Devono compiere il massimo sforzo per avvicinare a sé la Cina ma anche proteggersi nei confronti della sua crescita, in modo da stabilire migliori relazioni con Pechino ma anche prepararsi al caso peggiore”. In questo contesto, il bilateralismo che si concreta nelle alleanze tradizionali come quella tra USA e Giappone può incorporarsi in modo fruttifero con il multilateralismo, sebbene aleggi sempre il timore del consolidarsi di un indesiderato ordine multilaterale in Asia orientale a causa della crescita del peso relativo della Cina. Il bilateralismo semmai trova più facili vie per armonizzarsi con il “mini-lateralismo”: una soluzione di compromesso, quest’ultima, che nella attuale fase di transizione sembra la più perseguita e la più auspicata sia da Washington sia dalla controparte cinese. Ad ostacolare ulteriori processi di aggregazione è proprio questa competizione (necessariamente pacifica), oltre alla inguaribile diffidenza che separa Giappone e Corea del Sud: annaspa infatti da anni il trilateralismo auspicato dagli americani  (con Tokyo e Seul) in chiave essenzialmente militare; ma anche la Cina sta faticando non poco per porre le basi di un accordo commerciale a tre (sempre con Tokyo e Seul), che apra la via ad una zona di libero scambio.

Il problema è che la hedging strategy richiede grande abilità di gestione per non ottenere  l’effetto opposto a quello desiderato, che sia per gli USA sia per il Giappone consiste nel ridurre al minimo le occasioni di conflittualità regionale. Ci si muove sempre sul filo del rasoio, anche perché le vertenze territoriali sino-giapponesi rimangono gravi e irrisolte, mentre va peggiorando anche il clima tra Cina e Filippine, con Manila che si è precipitata a chiedere (e ottenere) la protezione americana.

D’altra parte, anche nello stesso rapporto tra Washington e Tokyo permangono punti di incertezza e perfino di frizione che Noda e Obama hanno voluto mettere in disparte ma che potrebbero riaffiorare. Nessun risolutivo passo avanti si è fatto, né è in vista, sullo spostamento della base di Futenma: l’alternativa offerta dal governo giapponese, che consiste nello spostare la base nel distretto di Henoko, poco più a Nord, è stata infatti giudicata irrealistica dagli esperti del Pentagono e comunque è stata respinta dagli okinawani.

Ancora più serio è il problema della partecipazione giapponese alla Trans Pacific Partnership – il quadro di accordi sul libero commercio cui hanno già aderito, oltre agli USA, Australia, Brunei, Cile, Malaysia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam . Il Congresso americano rimane scettico circa la possibilità di concedere a Tokyo di iniziare le trattative di adesione; non crede infatti che il Giappone sia pronto a rimuovere davvero le barriere che impediscono ai prodotti americani (quelli su cui si è più sensibili sono le automobili e la carne) di competere ad armi pari con quelli locali.  Obama, in questo momento, non può certo fare concessioni che gli costerebbero la perdita di determinanti appoggi elettorali. Noda ha le mani ancora più legate: la lobby giapponese degli agricoltori non vuole saperne del TPP e l’appoggiano non solo tutta l’opposizione, ma anche settori del DPJ (in particolare la corrente che fa capo al redivivo Ozawa Ichiro). Senza contare che Noda potrebbe presto cadere, travolto dalla sua incapacità di fare passare il contestato raddoppio dell’Iva; e allora le sue promesse non varrebbero più nulla.