international analysis and commentary

Un vertice transatlantico all’ombra dell’eurocrisi

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Il vertice UE-Usa di Washington di fine novembre giunge in un momento davvero particolare.

Al termine del precedente summit, tenutosi a Lisbona nel dicembre 2010, Obama si era lasciato sfuggire un commento rimasto negli annali: “Ho partecipato a riunioni più interessanti”, sembra abbia confidato ai collaboratori, a riprova dello scarso entusiasmo americano per i riti  della “summit diplomacy” tanto cara agli europei.

E’ poco probabile che il Vertice 2011 dia luogo a commenti analoghi. E questo perchè lo stato d’animo che lo caratterizzerà, almeno dall’altra parte dell’Atlantico, sarà la preoccupazione più che la noia.

Per molti mesi, gli americani hanno guardato alla crisi dell’Euro con l’occhio un po’ distratto dell’osservatore esterno. Anzi, non è escluso che alcuni ambienti finanziari, e forse persino dell’Amministrazione, ne abbiano seguito gli esordi con un certo compiacimento. In fondo, l’indebolimento della Moneta Unica tarpa le ali al principale competitore del dollaro. Il che vuol dire che, almeno nei prossimi anni, nessuno insidierà i “diritti di signoraggio” di Washington. Cosa non da poco, se si considera che, se il dollaro non fosse la valuta di riserva mondiale, gli USA farebbero molta più fatica a finanziare il loro enorme disavanzo pubblico.

Anche negli ambienti più ostili alla UE, la “Schadenfreude” dev’essere però durata poco. Perché con l’aggravarsi della crisi è subentrato il timore per le sue conseguenze economiche e politiche. Le prime sono sotto gli occhi di tutti. Una leggera perdita di credibilità dell’Euro avrebbe forse potuto far gioco agli Stati Uniti. Ma un suo “meltdown” avrebbe degli effetti catastrofici anche oltre Atlantico. Non a caso, man mano che gli europei dimostravano di non avere gli anticorpi necessari per far fronte alla crisi, i giornali americani hanno cominciato a parlare del rischio di un contagio “in stile Lehman Brothers”. E l’allarme è diventato un coro quando è stato chiaro che nella linea di tiro dei mercati internazionali era finito il debito pubblico italiano. Lo si è ripetuto fino alla nausea, in queste settimane: l’Italia e’ troppo grande per fallire ma è anche troppo grande per essere salvata. Ed un suo eventuale default creerebbe un vero e proprio tsunami finanziario che, dopo aver spazzato via l’Eurozona, finirebbe inevitabilmente col far piombare gli Stati Uniti, e gran parte del mondo, in una nuova, gravissima recessione.  Incidentalmente, questa eventualità  farebbe materializzare il fantasma di quella “double dip recession” che, secondo gli analisti statunitensi,  potrebbe essere fatale alle chances di rielezione del Presidente Obama.

Meno immediatamente percepibili, ma non per questo meno reali, sarebbero poi le conseguenze politiche. Un crollo dell’Euro non rappresenterebbe soltanto una battuta d’arresto – forse definitiva – per il processo di integrazione. Rappresenterebbe una minaccia all’ordine internazionale creato dagli Stati Uniti dopo la fine della seconda guerra mondiale, quello che i politologi anglosassoni chiamano “International liberal order”.

La crisi finanziaria del 2008 ne ha già minato uno dei pilastri: la fede nel rapporto sinergico fra apertura dei mercati internazionali, liberismo, crescita economica e democrazia. Fino a pochi anni fa, gli Stati Uniti potevano proporsi come “modello” economico e politico nei confronti del resto del mondo, e questa “esemplarità” era parte integrante del loro “soft power”. La colossale defaillance della crisi finanziaria del 2008 rende l’operazione molto più difficile.  Tanto più che, nel frattempo, sulla scena internazionale si e’ affacciato un modello alternativo cui i paesi in via di sviluppo possono ispirarsi: quello dell’ “autoritarismo illuminato” di stampo cinese.

La crisi dell’Euro rischia di completare l’opera danneggiando in maniera permanente anche il secondo pilastro dell’ordine americano: l’interdipendenza. L’Unione Europea rappresenta infatti l’esperimento più avanzato di superamento dei conflitti attraverso la creazione di una rete di interessi condivisi: lo stesso modello che gli Stati Uniti hanno teorizzato fin dai tempi del Segretario di Stato Seward, a metà Ottocento, e che hanno promosso attivamente, a livello globale, a partire dalla seconda Guerra Mondiale.  Il suo fallimento minerebbe alla radice le stesse fondamenta ideologiche della “pax americana”.

Inoltre, e forse soprattutto, il tracollo della Moneta Unica significherebbe una lunga eclisse dell’Europa dal “grande gioco” della politica internazionale. Fino a pochi anni fa, la prospettiva non avrebbe turbato i sonni delle classi dirigenti americane, abituate ad una posizione di sostanziale subalternità degli europei. Ma l’Amministrazione Obama è giunta alla conclusione che gli Stati Uniti, anche a causa dei loro problemi finanziari, hanno bisogno di una “spalla” transatlantica forte e autorevole. Nel migliore dei casi, il crollo dell’Euro li priverebbe di questa spalla proprio nel momento in cui il loro primato e’ insediato da potenze emergenti come la Cina. Nel peggiore, l’Europa potrebbe cessare di essere un fattore di stabilità e tornare a rappresentare un problema di sicurezza. Uno scenario tutt’altro che inverosimile, qualora il crollo dell’edificio comunitario dovesse far riemergere le tradizionali conflittualità continentali.

Insomma, gli Stati Uniti hanno più di un motivo per seguire con apprensione gli sviluppi della crisi, e non si sentono affatto rassicurati dal modo in cui gli europei vi stanno facendo fronte.

Sul piano delle scelte di politica economica, gli americani fanno fatica a comprendere la vertigine quaresimale che si e’ impossessata dell’Europa negli ultimi mesi. Tanto più che le politiche di austerità che gli europei si stanno infliggendo, su istigazione della Germania, appaiono non solo inadeguate a risolvere la crisi ma persino controproducenti.

Ancora più profonde sono poi le loro riserve di metodo. E’ evidente che la politica dei piccoli passi non è la migliore quando si hanno i mercati alle calcagna. Eppure, è proprio quella che gli europei hanno intrapreso, con il risultato di dotarsi di una fionda quando sarebbe servito un fucile, di un fucile quando sarebbe servito un bazooka e di un bazooka quando, probabilmente, avrebbero avuto bisogno di un carro armato. Questi errori, noi lo sappiamo, sono figli delle lacune anche concettuali del sistema europeo di governance dell’economia. Ma per gli americani conta il risultato. E il risultato, in questa fase, è che l’Europa appare costantemente in ritardo rispetto agli eventi, come lo stesso Presidente della Banca Centrale Draghi ha recentemente notato.

A ciò va aggiunta l’impressione, non del tutto infondata, che stia venendo meno la solidarietà fra gli Stati membri. Sembra dimostrarlo il tentativo, fin troppo chiaro, di scaricare l’onere dell’aggiustamento soltanto sui Paesi “debitori”, quasi che, come titolava qualche giorno fa il “Suddeutsche Zeitung”, spetti soltanto a questi ultimi (ed in particolare all’Italia) “provare a salvare l’Europa”. Questo approccio preoccupa le autorità americane non tanto per ragioni di equità quanto per ragioni pratiche. E’ evidente infatti, che il tentativo evocato dal giornale di Monaco potrà funzionare soltanto se sarà accompagnato da scelte coraggiose anche da parte dei Paesi finanziariamente più solidi dell’Eurozona. In caso contrario, rischia di fallire portando a fondo l’intero edificio. Gli americani ne sono consapevoli ed e  per questo che Obama si e’ rivolto a Sarkozy e alla Merkel, invitandoli a “fare la loro parte”, se l’Italia e la Spagna, come tutto sembra dimostrare, sono pronte a fare la loro.

Al tempo stesso, pero’, gli americani sanno di poter fare ben poco per cambiare il corso degli eventi, non foss’altro perche’ anche loro sono alle prese con una “crisi del debito” apparentemente insolubile, come dimostra il fallimento del comitato bi-partisan che avrebbe dovuto approntare dei tagli drastici al bilancio americano. L’unica arma di cui dispongono e’ la “moral suasion” ed e’ probabile che approfitteranno di tutte  le occasioni di incontro con gli europei per farvi ricorso. Il Segretario del Tesoro Geithner ha già cominciato nei contatti con i suoi omologhi, e Obama sembra orientato a fare altrettanto. Finora, gli esiti non sono stati eclatanti, ma questo non dovrebbe dissuadere il presidente dall’utilizzare anche il Vertice di Washington per raccomandare agli europei maggiore coesione e determinazione. Non e’ molto, ma in questa congiuntura  vi e’ poco d’altro che la prima potenza del mondo possa fare. Il tempo della “hyperpuissance“, se è mai esistito, e’ tramontato da un pezzo. Il vecchio continente, se ne ha la forza, dovrà salvarsi da solo.