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Tutti contro il libero scambio: le ragioni della virata protezionista nelle presidenziali 2016

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Le resistenze che il TTIP ha incontrato negli ultimi mesi in Unione Europea manifestano un nuovo malessere nei confronti del libero scambio, assurto a principale argomento controverso nei dibattiti politici. Un sentimento che non appare limitato al vecchio continente, ma che si ripete in forme più o meno uguali anche negli Stati Uniti. Testimoniando una lotta trasversale tra i vincitori e i perdenti della globalizzazione.

Se in Europa l’oggetto del contendere è il TTIP (il progetto di Transatlantic Trade and Investment Partnership, ancora in fase di negoziato), negli USA questo ruolo è assegnato al suo ‘fratello maggiore’, il TPP (Trans-Pacific Partnership), siglato dagli Stati Uniti lo scorso febbraio (dopo sette anni di negoziati) con altri 12 paesi dell’area del Pacifico, compresi Canada e Giappone. Il trattato, che una volta entrato in vigore avvicinerebbe paesi che compongono il 40% del pil mondiale in una macro-regione fondamentale per il futuro del pianeta, è visto dall’amministrazione Obama con particolare favore: agli occhi della Casa Bianca, il TPP doveva essere uno dei principali lasciti dei due mandati presidenziali, in quanto strumento principe per portare a termine il tanto decantato pivot to Asia – una versione meno muscolosa del contenimento della Cina. Si tratta di affidare un ruolo strategico di primo piano al libero scambio, visto come strumento alternativo alla forza militare per puntellare l’ordine mondiale a guida statunitense anche nel nuovo secolo.

America 2016: fuga dal libero mercato

Eppure, nonostante l’importanza rivestita dal trattato, in una campagna elettorale statunitense raramente così polarizzata come quella di quest’anno, entrambi i candidati dei principali partiti si sono trovati dalla stessa parte nell’opposizione al TPP. Con delle differenze: il candidato Repubblicano Donald Trump è stato fin da subito un alfiere del protezionismo, accusando i trattati di libero scambio di aver colpito il tessuto produttivo industriale degli Stati Uniti a favore della Cina e definendo, nel suo tipico stile tranchant, il NAFTA con Canada e Messico “il peggior trattato mai firmato”. Dal canto suo, la democratica Hillary Clinton si trova su un terreno più delicato: legata al filone liberoscambista del partito democratico, sostenitrice del NAFTA firmato dal marito Bill e dello stesso TPP nel suo ruolo di Segretario di Stato, negli ultimi mesi di campagna ha preferito portare avanti una critica circoscritta al trattato del Pacifico; ne ha fornito una giustificazione più sfumata rispetto a quella del rivale che suona pressappoco così: “prima ero a favore del Trattato, poi l’ho letto con attenzione e ci ho trovato delle imperfezioni”.

Nonostante le differenze tra i due candidati, quindi, il libero mercato in chiave internazionale è diventato un tema controverso nella campagna elettorale del 2016. Si tratta di un cambiamento epocale, nel paese che più di tutti si era fatto alfiere del suo utilizzo come strumento di crescita e sviluppo – dunque anche di contrasto ai conflitti –  e che va a toccare le fondamenta dottrinarie di entrambi i partiti. Una situazione che sta avendo già i suoi effetti pratici: nonostante i tentativi dell’amministrazione Obama di far passare in Congresso il trattato prima del passaggio di consegne con il nuovo presidente, a gennaio, il sostegno politico sembra essersi dissolto. Anche per i molti deputati e senatori che cercano una rielezione a novembre, l’appoggio al TPP è diventato altamente tossico. L’esempio più eclatante è il senatore Rob Portman, Repubblicano dell’Ohio che ricoprì la carica di ministro del Commercio internazionale sotto George W. Bush, il quale di recente si è schierato contro l’approvazione del trattato.

Questa rivoluzione ideologica è evidente in maniera particolare, e quasi paradossale, nel partito Repubblicano. Per anni il G.O.P. è stato il partito sostenitore del libero mercato, tanto che sia il NAFTA che il TPP, proposti entrambi da presidenti democratici, sono stati sostenuti da maggioranze repubblicane al Congresso nonostante l’opposizione totale su qualsiasi altro argomento. Ora, si trova con un candidato che ha messo al centro della propria proposta politica l’introduzione di una tariffa del 45% sulle importazioni dalla Cina.

Una posizione che appare confermata dall’atteggiamento generale dell’elettorato repubblicano: secondo un sondaggio del Pew Research Center, il 53% degli elettori repubblicani ritiene che gli accordi di libero scambio siano negativi per l’economia degli Stati Uniti, un capovolgimento di campo rispetto al maggio del 2015 quando la stessa percentuale di elettori (il 53%) sosteneva i trattati di libero scambio. A complicare il quadro, la ricerca dimostra come invece la maggioranza degli elettori democratici (56%) sia favorevole ai trattati di libero scambio.

Protezionismo à la carte 

La situazione che ne esce quindi è la seguente: un partito, quello dei Repubblicani, che ha da sempre sostenuto le politiche di libero scambio ma che ora si trova improvvisamente con un candidato e una base elettorale che sostiene politiche protezioniste; un altro partito, quello dei Democratici, con posizioni più variegate nei confronti del libero scambio, la cui base elettorale è tendenzialmente a favore, ma il cui candidato alla presidenza è contrario; e un Presidente democratico che ha sostenuto un trattato di libero scambio ma che ora si trova a non avere il sostegno politico per la sua approvazione. Un ingorgo di posizioni che ha le sue radici in varie cause, alcune più rassicuranti, altre con maggiori conseguenze per il panorama politico americano.

Una prima causa è da riscontrarsi nel sistema delle primarie per nominare i candidati dei singoli partiti. Mentre alle presidenziali la chiave per la vittoria di solito è ottenere i voti degli elettori più tiepidi o centristi, e dei cosiddetti ‘indipendenti’, alle primarie si ha tradizionalmente la partecipazione delle basi dei rispettivi partiti, più convinte e motivate. Di conseguenza, esse vedono di solito l’emergere di candidati o istanze più estremi. Le elezioni del 2016 sono state un particolare esempio di questa dinamica, con l’affermarsi di Bernie Sanders a sinistra e candidati come Donald Trump, ma anche il Senatore del Texas Ted Cruz, a destra.

Si è vista allo stesso tempo, però, all’opera una seconda dinamica: alla tradizionale base del partito, Sanders e Trump hanno aggiunto la rappresentanza di un voto di scontento, facendosi portatori di una serie di istanze anti-establishment. Con effetti dirompenti soprattutto a destra. Se dal punto di vista specifico del libero scambio Sanders non ha fatto altro che appoggiarsi a un settore del Partito Democratico, minoritario ma influente, costituito da operai e dipendenti di etnia bianca delle grandi industrie del Midwest in crisi, regione storicamente avversa e penalizzata dai trattati di libero scambio, Donald Trump ha allargato la base del Partito Repubblicano rivolgendosi allo stesso gruppo demografico. In altre parole, se Sanders esprimeva una parte minoritaria ma legata al Partito Democratico, Trump ha portato nelle fila dei Repubblicani elettori che fino al giorno prima vi erano estranei, usando come esca l’opposizione al libero mercato.

Ciò può aiutare a capire, in parte, i dati sul capovolgimento di posizioni all’interno dell’elettorato repubblicano riportati nello studio Pew: per linee generali e con un certo livello di semplificazione, non sono gli elettori repubblicani ad aver cambiato idea in massa sul libero scambio; è il fenomeno Trump ad aver portato nuovi elettori all’interno del partito, con idee profondamente diverse dai Repubblicani “classici”.

Localismo rampante

Alla questione delle primarie se ne associa poi un’altra, legata al sistema elettorale strictu sensu. Alle elezioni presidenziali, in cui il risultato finale dipende non tanto dalle percentuali di voto a livello nazionale, ma dai singoli stati conquistati, è fondamentale per i candidati riuscire ad avere un messaggio che risuona a livello locale. E in quest’anno elettorale, molti degli swing state, ovvero gli stati incerti e quindi determinanti per ottenere i 270 elettori necessari alla vittoria, si trovano nel Midwest industriale, nella cosiddetta rust belt costellata di industrie in declino: stati come Iowa, Ohio, Pennsylvania, Wisconsin, fino al North Carolina, vedono una grossa componente di quel gruppo demografico scontento e in declino, vittima delle importazioni a basso costo dall’estero che ha fatto da propellente all’ascesa di Trump e Sanders. Se Trump parte in vantaggio con tale gruppo demografico, Hillary Clinton non può permettersi di alienarselo finendo per perdere questi stati; da qui i suoi distinguo e il suo tentativo di dissociarsi dal TPP.

Per quanto le prospettive non appaiano rosee per il passaggio del TPP, è troppo presto per escluderne definitivamente l’approvazione. Molto dipenderà da come andranno i negoziati nei prossimi mesi tra Casa Bianca e Congresso, e naturalmente da chi siederà nello Studio Ovale dal prossimo gennaio.

A prescindere dal destino di un singolo trattato, però, il dibattito sul libero mercato apre una finestra su un processo di lungo periodo che è già in atto, negli Stati Uniti come in Europa. Si tratta di un cambiamento radicale nella competizione politica, dove ad affrontarsi non sono più destra e sinistra. La nuova faglia corre trasversalmente e riguarda gli effetti della globalizzazione, e vede confrontarsi due nuove categorie: per dirla con Primo Levi, i “sommersi” e i “salvati”. Ovvero, chi ha avuto vantaggi dalla globalizzazione e chi ne è uscito sconfitto.

Di questo nuovo conflitto, la competizione elettorale in corso negli Stati Uniti, che mette davanti due candidati che raccolgono due visioni diverse del mondo, è forse la prima rappresentazione plastica – e la “grande strategia” di Obama ne è stata in buona parte una vittima sacrificale. Naturale, quindi, che il primo bersaglio di questo mutamento di paradigma legato agli effetti della globalizzazione sia proprio il consenso sul libero scambio, la sua causa più evidente e di più facile monetizzazione politica. Ma potrebbe essere solo un’avvisaglia degli scontri politici che attendono le democrazie a livello globale.