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Turchia e Siria alla prova della questione palestinese

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Nonostante le primavere arabe, l’unico tangibile fattore unificante nelle dinamiche mediorientali sembra essere la questione israelo-palestinese. Non certo elemento di novità, essendo questo il vettore di definizione più antico del sistema degli stati post-coloniali del Medio Oriente, essa è stata spesso strumentalizzata dai regimi della regione per perseguire altri interessi. Anche oggi, dietro l’apparente compattezza sulla questione politicamente più cruciale per il Medio Oriente si cela in realtà una frammentazione degli interessi specifici dei vari governi. In tale quadro è di particolare rilevanza la posizione della Siria, per ragioni storiche e geopolitiche.

È innegabile che un’intensa propaganda ostile verso Israele comporti un immediato ed elevato guadagno politico rispetto a popolazioni ideologicamente indignate per l’occupazione israeliana del suolo arabo. Ma è nello scarto tra retorica e azione che si misura il peso della politica, e per un regime stabile come la Turchia, che sta assumendo un ruolo sempre più determinante nella regione, è forse troppo rischioso esacerbare le tensioni con Israele fino a una vera rottura delle relazioni bilaterali: il governo di Erdogan, in altri termini, punta a riempire un vuoto di potere regionale, ma non ha interesse ad alterare radicalmente uno status quo che sta comunque volgendo a suo favore.

Diverso appare il quadro per i regimi ad alta instabilità interna. Quando la collocazione gerarchica di uno stato nel sistema internazionale è indefinita o, ancor peggio, in pericolo declassamento, si rivela storicamente una tendenza a formulare le decisioni politiche non in funzione di un calcolo razionale ma compiendo mosse rischiose. In questa casistica rientra certamente la Siria di Bashar al Assad, proprio in virtù di una politica estera storicamente ambigua e opportunistica verso la questione palestinese. Fin dai tempi di Hafez Assad, la Siria si è sempre posta alla testa del fronte anti-sionista, senza tuttavia rinunciare all’opzione di stabilizzare il confine con Israele, funzionale a raggiungere un equilibrio interno tramite cui si intendeva perseguire il modello della “Grande Siria”: le alture del Golan, sebbene rappresentino uno dei simboli dell’occupazione israeliana delle terre arabe, sono state, infatti, la zona più pacifica della regione fin dalla fine della guerra del Kippur del 1973. D’altro canto, il padre dell’attuale leader di Damasco non si è mai posto scrupoli nel condurre azioni militari contro l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP): la lunga occupazione siriana del Libano cominciò durante la guerra civile libanese proprio per scongiurare una potenziale presa del potere da parte del gruppo palestinese. Negli ultimi anni, Bashar Assad ha poi messo in atto, pur contenendo l’esposizione pubblica, informali pratiche di buon vicinato con Israele, sfruttando anche la mediazione dell’ex alleato turco. Nel quadro del progetto europeo di Unione per il Mediterraneo, per esempio, Assad e Netanyahu hanno seduto più volte allo stesso tavolo. Il ruolo di “ago della bilancia del Medio Oriente” che è stato spesso attribuito alla Siria non è forse esagerato se si pensa che il paese è quasi un microcosmo della frammentazione del mondo arabo per divisioni etniche e confessionali: una maggioranza sunnita dominata da un clan alawita (variante sciita) che non conta più del 10% del tessuto demografico, cui si aggiungono cristiani, kurdi, siriaci e armeni. In quest’ottica, Damasco ha fatto soprattutto da argine di fronte all’esplosione della rivalità sciita-sunnita, che sta assumendo una drammatica consistenza in tutta la regione. Permettendo poi ai cristiani, compresi quelli emigrati dall’Iraq post-Saddam, di vivere pacificamente entro i confini siriani, ha fatto da scudo alla crescente intolleranza nei loro confronti.

Si spiega così meglio perché le rivolte siriane cominciate il 15 marzo abbiano dovuto attendere cinque mesi perché qualcuno dei leader occidentali chiedesse formalmente il cambio di regime a Damasco, nonostante le oltre 2.500 vittime che l’ONU contava all’inizio di agosto.

Nonostante queste considerazioni, la durezza della repressione interna in Siria ha spinto quasi tutti gli attori internazionali a prepararsi per una possibile transizione e limitarne al massimo i potenziali effetti negativi. Anche Teheran, per cui la caduta di Assad significherebbe perdere la principale breccia d’influenza nel mondo arabo, ha cominciato a prendere un minimo di distanza dall’alleato damasceno.

Se alle Nazioni Unite il veto di Russia e Cina ha impedito al Consiglio di Sicurezza di assumere nuove sanzioni, il vero confronto con Damasco si sta in effetti spostando sul piano regionale: la Turchia di Erdogan – abbandonata l’illusione di una politica di “zero problemi” con i vicini (la Siria ne ha mostrato appunto tutti i limiti) – sta regolando i conti con Assad anche o per conto di una coalizione internazionale con le mani legate. Istanbul ha ospitato vari incontri tra le opposizioni siriane che hanno dato vita il 2 ottobre al Consiglio Nazionale Siriano (CNS), un’entità che riunisce tutte le componenti politiche avverse al regime e che rappresenta la prima vera grande minaccia politica per Assad. Naturalmente Ankara ha propri interessi specifici, legati alla questione della minoranza curda in Iraq, in una fase di ritiro degli Stati Uniti. Ma il suo attivismo sul fronte siriano, con cui Erdogan mira a farsi garante di una transizione pacifica che escluda il rischio di una guerra civile interconfessionale, bilancia, agli occhi di Washington, l’atteggiamento apertamente ostile verso Israele.

Mentre la tensione Siria-Turchia aumenta, il regime di Assad si trova quindi privato di ogni legittimità politica, pressato dalle sanzioni internazionali (con un’economia che dipende in larga misura dalle esportazioni di petrolio e dal turismo) e con un costoso apparato di sicurezza da sostenere a tempo indefinito per la propria stessa sopravvivenza.

È chiaro che la tentazione di creare tensioni lungo il confine con Israele si fa fortissima. In caso di provocazioni e rappresaglie reciproche, per nessun governo della regione sarebbe agevole assumere posizioni filo-israeliane, o anche soltanto equilibrate ed equidistanti, e Assad darebbe uno scacco proprio ai paesi che sono in grado di esercitare pressioni sul regime, vincolandoli forse a trattative funzionali a preservare il suo potere. Tuttavia, il supporto degli alleati in questo momento appare ambiguo: il regime iraniano non sembra affatto disposto a lanciarsi in campagne militari dall’esito fortemente incerto e anche Hezbollah, che nel 2006 tenne testa all’esercito israeliano durante l’invasione del sud del Libano, non appare in questo momento pronto ad un’escalation militare contro Israele.

Per il regime siriano, la posta in gioco resta comunque altissima: Israele potrebbe, infatti, mettere in atto una dura risposta militare. Ma è anche vero che a quel punto Assad potrebbe non avere più nulla da perdere.