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Tunisia 2011: dove la svolta è cominciata

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Mentre l’attenzione è inevitabilmente concentrata sull’Egitto, è utile ripercorrere gli eventi tunisini che sembrano aver innescato un processo regionale e macroscopico dagli esiti molto incerti.

Qualche mese fa mi trovai in Tunisia per partecipare ad una sessione giovanile del dialogo euro-arabo: il progetto riguardava l’anno della gioventù delle Nazioni Unite, e il seguito che intendevano dargli i giovani del Mediterraneo. La sponda Nord non ne ha molti, di giovani, ma quella Sud ne abbonda. Il governo tunisino stava tentando una difficile operazione di self-marketing, ovvero di sponsorizzazione delle proprie iniziative a favore della gioventù. Tutto questo, con il senno di poi, fa riflettere su come il problema della disoccupazione giovanile fosse già a luglio in agenda tra le priorità a cui il governo di Ben Ali intendeva dare una risposta, per quanto cosmetica. Oggi che il regime di Ben Ali è crollato come un gigante dai piedi di argilla, la povertà di quella risposta appare ancora più evidente. E non è certo un caso che una delle scintille della rivolta sia stato il gesto di un giovane laureato senza sbocchi lavorativi che è dato fuoco sulla pubblica via.

Molti commentatori occidentali hanno parlato di “rivolta del pane”, ma il “pane”, inteso come mera sussistenza della popolazione, non è la questione all’ordine del giorno. Sembra più corretto definire gli eventi dello scorso 13 gennaio come la “rivoluzione dei gelsomini”:  ovvero come una sollevazione popolare spontanea, trasversale e apartitica. È questo il tipo di evento che ha indotto il presidente Ben Ali alla fuga, dopo ben 23 anni di concentrazione del potere e ben 5 mandati consecutivi. I tunisini hanno riscoperto l’ebbrezza di riappropriarsi del proprio destino, anche se i futuri sviluppi sono molto incerti. Nonostante le violenze, gli scontri armati tra polizia ed esercito, e i saccheggi di edifici pubblici, banche e negozi, l’entusiasmo è palpabile. Vi è un orgoglio particolare nell’aver rovesciato un dittatore, e  nel poter offrire un esempio di  democratizzazione dal basso in un mondo arabo quasi completamente pietrificato e immobile nelle sue strutture di potere da oltre trent’anni.

Mubarak è alla guida dell’Egitto dal 1981. In Yemen, Ali Abdullah Saleh è al potere dal 1978. In Algeria l’attuale presidente della Repubblica Bouteflika è al potere solo dal 1999, ma il partito di cui è espressione, il Fronte di Liberazione Nazionale (sostenuto dall’esercito) lo è senza interruzione dall’anno dell’indipendenza (1962), e ha reagito con un colpo di stato alla legittima vittoria elettorale del Fronte Islamico di Salvezza nel 1992. La Repubblica Islamica di Libia vede Gheddafi al potere ininterrottamente dal 1969. Anche altrove si registra una forte continuità: per restare al Maghreb, Mohammed VI di Marocco è al potere dal 1999, ovvero dalla morte di suo padre Hassan II. Nel resto del Medio Oriente, la situazione di fatto non è diversa: il re Abdullah dell’Arabia Saudita ha ereditato il potere da un ventennio di gestione del padre re Fahd; in Giordania re Hussein muore nel 1999 e gli succede il figlio Abdullah II;  Bashar Assad di Siria è al potere solo dal 2000, ma dopo aver ereditato anche’egli il potere per via dinastica all’interno di uno stato che formalmente si definisce una repubblica.

Un caso particolare è quello dell’Autorità Nazionale Palestinese, che dopo aver annunciato nuove elezioni, nel gennaio 2010, le ha posticipate a data da definirsi: ciò per le difficoltà legate al rinnovato fallimento dei negoziati di pace e al logorante braccio di ferro con il rivale governo palestinese di Hamas a Gaza. L’unica eccezione, all’interno di un mondo arabo dove la definizione di democrazia (o “repubblica”) poggia soltanto sull’indizione periodica di elezioni, è forse il Libano: un paese che se non altro è più sensibile ai fragili equilibri interni e in cui una gestione collegiale del potere è di fatto imposta dalla frammentazione etnica e religiosa.

In questo quadro regionale, tutti i governi arabi si sentono più fragili, indipendentemente dai toni moderati assunti a commento degli eventi. Per provare a comprendere il potenziale di contagio delle vicende tunisine dobbiamo tenere conto delle specificità di ogni situazione. Anzitutto, ai tunisini è riuscito in pochi giorni quello che i giovani iraniani dell’Onda Verde avevano tentato con coraggio appena un anno fa, incontrando però un potere molto più forte e organizzato, sia a livello istituzionale che di radicamento nel paese.

Il trentenne che ha compiuto il gesto disperato all’origine immediata della rivolta, Mohamad Bouazizi, appartiene ad una generazione che ha 60.000 laureati all’anno ma un tasso di disoccupazione del 30%. Il miracolo tunisino prospettato da Ben Ali è fallito: era fondato sulla promessa della modernizzazione della società, dell’accesso all’educazione e dell’innalzamento dei tenori di vita in cambio di forti limitazioni alla libertà di iniziativa e di espressione. Quella scommessa, dopo 23 anni, non ha retto al peso crescente della disoccupazione giovanile e di un’opinione pubblica che, grazie a internet, è difficile lasciare ai margini di quanto accade nel resto del mondo. Il reddito pro capite della Tunisia è di 3.959 dollari (dunque inferiore ai 4.916 della vicina Algeria, ma di molto superiore ai 2.192 dell’Egitto) e il tasso di crescita del 5% annuo. Ma anche gli indicatori relativamente positivi nascondono alcuni gravi problemi di fondo: l’economia cresce solo perché trainata da determinati settori (turismo, banche e idrocarburi in primis), senza innestare la creazione di posti di lavoro perché i primi due settori, agricoltura e servizi, sono saturi o forniscono soltanto attività stagionali e comunque esenti da qualsiasi tutela, mentre l’industria impiega solo il 15% degli occupati.

Il tasso di corruzione nel paese, rilevato sia dall’ultimo dossier delle Nazioni Unite sull’Indice di Sviluppo Umano che dal Corruption Perception Index, resta molto elevato. Metà delle banche (Bank of Tunisia, Attijari Bank) erano state scalate dalla famiglia Trabelsi, appartenente al clan della moglie del Presidente Ben Ali, spesso prima di essere privatizzate. A livello politico, infine, Ben Ali ha perseguitato per anni i suoi oppositori, che andavano dai partiti islamici, ai comunisti, alla Lega dei Diritti dell’Uomo; e ha sovvenzionato alcuni partiti per simulare un’opposizione. Ad oggi non vi sono dunque partiti che possano ergersi a capo della rivolta o possano avocarne a sè i risultati – il sindacato UGTT costituisce l’unica forza organizzata dell’opposizione.

In sostanza, l’ultima scintilla che ha causato la rivolta tunisina è stata la risposta stessa di Ben Ali alle richieste che provenivano dalla piazza: di fronte agli ultimi rialzi frutto dei sussulti dell’economia globale, il presidente non aveva pensato a calmierare i prezzi, credendo che ancora una volta il suo popolo fosse disposto a sopportare tutto, o forse che, rispetto ai vicini algerini ed egiziani, i tunisini tutto sommato non se la passassero così male. Ha sbagliato i calcoli.

I segnali di un effetto-contagio erano del resto evidenti fin dall’inizio, quando i tunisini che manifestavano davanti alle ambasciate, assieme a manifestanti egiziani, hanno gridato “oggi in Tunisia, domani in Egitto”. Il 16 gennaio si tenevano intanto manifestazioni degli studenti yemeniti a Sana’a. Qualcosa si sta decisamente muovendo su scala regionale, ormai ad un ritmo che potrebbe travolgere molte vecchie certezze.