international analysis and commentary

Traiettoria dell’euroscetticismo: l’identità dell’UE al banco di prova

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La crisi economica ha inferto un duro colpo all’identità stessa dell’Unione Europea. Non direttamente responsabili, le istituzioni comunitarie e l’eurozona ne portano però l’immagine più negativa: l’utilità e dunque la stessa esistenza dell’UE vengono messe in dubbio sia da parte di certi partiti e alcuni governi, sia (e forse soprattutto) da parte dell’opinione pubblica. L’euroscetticismo, cioè l’avversione al processo di integrazione europea, s’è insediato al centro del dibattito sul futuro, sulle scelte, sulle alternative dei partiti e dei cittadini d’Europa.

Si tratta di una grossa novità. Alla nascita delle istituzioni europee il sentimento euroscettico prevaleva solo alle estremità dello spettro politico. Era tipico della sinistra comunista, fedele a una visione di solidarietà internazionale e affratellata a Mosca, che considerava la CEE uno strumento per imporre il modello economico americano. La destra di matrice nazionalista, dal canto suo, criticava l’integrazione perché avrebbe distrutto le tradizioni nazionali: la Comunità superava infatti il concetto di stato coincidente con una comunità linguistica, culturale e spirituale, tipico di quella cultura politica. Inoltre, l’euroscetticismo fioriva in determinati territori, come il Regno Unito o la Svizzera, gelosi delle proprie particolarità storiche, ritenute irrinunciabili. Molti cittadini di quei paesi, convinti delle virtù dell’isolamento, non erano disposti, fin dal principio, a condividere leggi, poteri, decisioni e destino politico con gli altri stati europei.

Nei paesi fondatori, l’euroscetticismo era dunque risultato di antiche e profonde divisioni politiche. Le comunità europee nascevano come antidoto al nazionalismo – che aveva prodotto le guerre mondiali e le conseguenti stragi tra europei – e nel tentativo di contrastare la forza sovietica nel contesto della guerra fredda; erano state ideate da uomini appartenenti alle famiglie democristiane e socialdemocratiche. Nazionalisti e comunisti se ne sentivano estranei. La frattura tra favorevoli e contrari non riguardava però il grosso di un’opinione pubblica, piuttosto d’accordo o indifferente a un’integrazione che, all’epoca, mostrava i suoi effetti soprattutto nel campo del commercio estero.

Al rafforzarsi della globalizzazione e di finanziarizzazione dell’economia (tra la fine degli anni Settanta e l’inizio dei Novanta) le fila degli scontenti cominciano a rimpolparsi, perché l’euroscetticismo si innesta su una divisione tra fautori ed oppositori delle nuove tendenze mndiali. Perché queste hanno provocato, nella parte della popolazione che sente di non riceverne i benefici, una doppia reazione. Da un lato, una critica di tipo nuovo al capitalismo, incarnata da partiti della sinistra alternativa come i Verdi: per tutti gli anni Ottanta, la maggior parte di queste formazioni, specie nelle aree scandinave e mitteleuropee, resta fortemente critica con le istituzioni di Bruxelles, accusate di essere succubi o agenti di questo sistema economico. Al contrario, la sinistra comunista tende a integrarsi nei sistemi politici occidentali, trascinata dai successi dei partiti socialisti, tutti europeisti.

La seconda reazione è una crescita delle tendenze localiste, come riflesso negativo di fronte alla crescente immigrazione e alla deindustrializzazione. La visione nazionalista classica, quella assertiva e imperialista, resta in crisi: ma fiorisce al suo posto una serie di partiti a difesa di un’identità locale o nazionale che si “minacciata” – esempi ne sono il Front National in Francia e la Lega Nord in Italia, quasi congenitamente assai critici verso le istituzioni europee. Le formazioni originate dai conflitti identitari ancora aperti – Fiandre, Catalogna, Alto Adige, ecc. – vedono invece positivamente un’Europa che si faceva garante dei diritti delle minoranze o delle regioni storiche. Il successo limitato e discontinuo delle forze localiste o della sinistra alternativa, ancora disorganizzate, nasconde tuttavia la crescita del sentimento euroscettico – proprio dagli anni Ottanta in poi – nell’opinione pubblica dell’Europa occidentale.

Ma è l’accelerazione dell’integrazione a determinare la prima vera grande rivelazione dell’euroscetticismo, tra gli anni Novanta e la prima metà dello scorso decennio. Se l’allargamento oltre cortina è accolto dalla perplessità dei settori sociali che già consideravano negativamente la globalizzazione, la stipula dei vari Trattati (da Maastricht nel 1992 a Lisbona nel 2007) vede aggiungersi il disaccordo di chi non vuole che lo stato rinunci alle sue prerogative classiche, soprattutto alla politica estera ma anche a quella economica.

In questa fase, la corda euroscettica non vibra nei paesi dove l’integrazione è considerata la conclusione felice del processo di affrancamento da un passato politico da dimenticare – come nelle ex dittature mediterranee, in Germania, nei paesi ex comunisti dell’Europa centro-orientale. Ma altrove, specialmente dove c’è in ballo una particolare tradizione politica o elevati standard economico-sociali che si temono di perdere, viene pienamente espresso ed emerge nei referendum sulle tappe successive dell’integrazione. Dunque, al no danese a Maastricht (con il 50,7% dei voti contrari, rettificato l’anno dopo con il 56,7% dei voti favorevoli) si accompagna il poco convinto francese (51% nel 1992), seguito dal rifiuto della Norvegia di entrare nell’UE e dal risicato svedese (53% nel 1994). Anche l’introduzione dell’euro incontra il rifiuto di Svezia e Danimarca, mentre ben più carico di conseguenze è il no di Francia (55%) e Olanda (61%) alla “Costituzione europea” nel 2005, che impedisce ogni progresso ulteriore.

La paralisi che ne segue – il castello istituzionale europeo resterà monco del suo fondamento politico – provocherà una diffusione ulteriore dell’euroscetticismo, soprattutto dopo lo scoppio della crisi. Una UE già poco legittimata si dimostra incapace regire adeguatamente alla congiuntura negativa. Le sue istituzioni, come d’altronde quelle nazionali, vengono colpite da un’ondata di sfiducia generalizzata, che genera cambiamenti importanti in tutti i sistemi.

È a questo punto che il sentimento euroscettico, alimentato dalla diffidenza nella politica e da sconforto e paura per le prospettive economiche e sociali, diventa diffuso praticamente in tutta l’Unione. Non più, come in passato, nel solco delle divisioni esistenti, ma trasformandosi in causa diretta di nuove fratture, attorno alle quali si organizzano i nuovi partiti e si adeguano i vecchi.

Da una prospettiva economica, la frattura tra i centri decisionali europei (Bruxelles e Francoforte) e le capitali dei paesi membri ha dato vita a partiti come il tedesco Alternative für Deutschland, o lo United Kingdom Independence Party, e soprattutto ha condizionato l’atteggiamento delle forze politiche classiche, tutte più severe verso l’Europa; in questo senso, la preminenza del Consiglio europeo tra gli organi dell’UE ha fatto sì che la critica agli impopolari governi in carica si intrecciasse facilmente con quella alle istituzioni europee.

Da un punto di vista politico, dato anche il declino della distinzione tra destra e sinistra, una frattura tra l’approccio tecnocratico (filoeuropeo e minoritario) e quello populista alla risoluzione dei problemi separa ora le forze politiche che nascono per contendersi l’elettorato in fuga dai partiti tradizionali. A seconda del grado di rigidità del sistema politico, nuovi partiti (come i Veri Finlandesi, il Partito Popolare fondato in Romania dal presentatore Dan Diaconescu, il Movimento 5 Stelle) oppure forze estremiste che ne adottano programmi e toni, contestano l’UE alla radice e/o spingono per un uscita del proprio paese.

La mancanza di uno spazio pubblico europeo di tipo realmente unitario e condiviso, in cui le questioni comuni possano essere affrontate nella loro giusta portata, ha amplificato tali fenomeni. L’incompiutezza dell’UE ha comportato la rinuncia a un certo grado di democrazia nelle scelte nazionali, senza però che a ciò corrispondesse un adeguato ritorno democratico a livello sovranazionale. Le elezioni europee del 2014, in cui si prevede un trionfo delle forze euroscettiche, porteranno dunque per la prima volta questo confronto direttamente a Bruxelles.