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Tra declino e trasformazione: l’America riflette su di sé

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È tornato il declinismo: “Think again: American Decline” è il titolo dell’articolo del giornalista del Financial Times Gideon Rachman, apparso sull’ultimo Foreign Policy. Il primo numero di quest’anno presenta una copertina ancora più esplicita: “American Decline. This Time It’s Real”. L’articolo di Rachman prende avvio rovesciando le critiche che verranno avanzate dal partito degli anti-declinisti: il titolo del paragrafo iniziale è infatti “We’ve Heard All This About American Decline Before”. L’articolo è costruito per rispondere alle tesi di chi non prenderà sul serio l’ennesima analisi sul declino della potenza americana, alle quali Rachman risponde preventivamente (da “China Will Implode Sooner or Later” a “Globalization is Not a Zero-Sum Game”).

L’America si è lasciata alle spalle diverse stagioni di paure “decliniste”, superate con specifiche iniziative politiche e/o l’evaporazione e il ridimensionamento dei presunti competitor, fossero essi nemici oppure alleati con progetti di espansione economica e geopolitica. È stato così negli anni ’60 con il presidente Kennedy e l’URSS, ed è toccato poi al Giappone e alla Germania, alla potenza civile europea, alle tigri asiatiche. Oggi è il turno della Cina. Non vale qui la pena riprendere una per una le argomentazioni di Rachman per le quali l’ascesa dell’Impero di Mezzo rappresenta una sfida assai più severa di quelle affrontate in precedenza, dal controllo del debito americano da parte di Pechino al peso delle variabili demografiche. Sono tutte riflessioni piuttosto note, anche se la più amara sembra essere quella che riguarda l’esito dei processi di globalizzazione dell’economia planetaria. In proposito si avanzano due argomentazioni: la prima è che gli USA sembrano aver sbagliato nell’affermare che la mondializzazione non è un “gioco a somma zero” – la prima crisi economica del mondo globalizzato mostra vinti e vincitori, e fa avanzare il potere economico e politico di alcuni a scapito di altri; la seconda tesi è che non è affatto scontato che il “post-American world” sia benevolo nei confronti degli USA, come era stato sostenuto da Fareed Zakaria.

Come reagiscono gli USA? Il problema non è solo la percezione collettiva del “declino” all’interno degli Stati Uniti, quanto piuttosto la capacità di riorganizzazione delle mappe cognitive degli americani – élite economiche e politiche, come anche semplici cittadini – nel mondo del “dopo- dopo-guerra fredda”: quello successivo agli anni del boom clintoniano ma anche del fallito progetto di democratizzazione “American Way” del Grande Medio Oriente, immaginato da Bush e dai neoconservatori. 

Per chi ricorda i primi anni Novanta, il mondo nuovo del dopo-guerra fredda era rappresentato come “neo-wilsoniano”, quasi che l’America riprendesse daccapo il progetto politico interrotto nei primi decenni del Novecento a causa della necessità di opporsi ai disastri compiuti dai soliti europei, colpevoli prima di aver fatto emergere il nazismo e poi la potenza comunista. La globalizzazione era un “fatto” americano che aveva radice in una cultura marcatamente americana e liberale; la guerra successiva degli anni 2000, quella intrapresa da Bush, era anch’essa figlia di un progetto universalista, che aveva lo scopo di rendere il pianeta più democratico e al contempo più sicuro per gli Stati Uniti. Per l’amministrazione Bush, Clinton aveva fallito in modo clamoroso su questo ultimo punto, ed era stato troppo poco assertivo nella promozione e difesa dei valori; era chiaro però l’intento comune nell’arco del ventennio post-guerra fredda, ovvero la realizzazione di un nuovo ordine mondiale ispirato ai valori americani (aspirazione che appariva legittima a chi aveva vinto la terza guerra mondiale).

Quel ventennio si è concluso, e si viaggia in un’epoca colma di variabili nuove e che vanno reinterpretate: l’evoluzione della Cina è solo una di esse, per quanto macroscopica. Mario Del Pero – uno studioso non ascrivibile al partito dei “declinisti” – scrive che: “Il vecchio ordine internazionale che gradualmente sta andando in soffitta poggiava su tre pilastri fondamentali: l’incontestato primato del dollaro; il dominio militare per il tramite del quale gli Stati Uniti garantivano la loro protezione a diversi alleati; l’assoluta indispensabilità del vorace mercato americano, capace di assorbire merci di tutto il mondo alimentando l’impetuosa crescita economica di molti paesi esportatori”. La crisi di questi tre pilastri è alla radice delle trasformazioni di oggi.

Il fronte attuale è, come al solito, duplice – interno ed esterno – con il primo che si riflette necessariamente sul secondo. Per questo vale la pena ritornare sulla “narrazione” offerta da Obama nel discorso sullo Stato dell’Unione di un mese fa, ripartendo dalla ormai celebre metafora dello Sputnik. “Half a century ago, when the Soviets beat us into space with the launch of a satellite called Sputnik, we had no idea how we would beat them to the moon. The science wasn’t even there yet. NASA didn’t exist. But after investing in better research and education, we didn’t just surpass the Soviets; we unleashed a wave of innovation that created new industries and millions of new jobs. This is our generation’s Sputnik moment”.

L’impressione è che la metafora non funzioni, e che nemmeno Obama “il grande narratore” sappia come affrontare questa crisi di fronte a un pubblico americano nervoso, impaurito e impaziente. La metafora dello Sputnik arriva dritta dagli anni della guerra fredda, ma in assenza del suo elemento principale, il nemico. Cosa tiene uniti gli americani oggi, in questi anni della Grande Recessione? Cosa tiene insieme una società sempre più “balcanizzata”? Le linee di frattura elettorali mostrano chiaramente i giovani contro gli anziani, i working poor bianchi contro minoranze e immigrati, gli abitanti delle città contro quelli delle zone rurali, macro-regioni economiche e metropoli in disperata competizione l’una contro l’altra, in una folle corsa per evitare la bancarotta delle finanze locali ecc.

Nel decennio appena trascorso i neoconservatori, mancando completamente il colpo, si erano posti esattamente questo problema: riunire contro un nemico comune l’America divisa, impegnati come erano – da sempre – contro la cultura della differenza figlia degli anni Settanta, quella che sostiene che la cultura afro o quella latina (e quella di altre soggettività autonome) possiedano una specificità da valorizzare, a scapito dell’americanismo e dell’eccezionale e irripetibile esperienza di vita rappresentata dal diventare americani. Non è questa la sede per approfondire il tema, ma dobbiamo leggere le politiche degli anni 2000 anche come un ulteriore tentativo di ritrovare coordinate culturali unificanti dopo la fine della paura della bomba e del comunismo, attorno alle quali gli americani si sarebbero dovuti riconoscere. In tale ottica, neoconservatori, di fondo, sono dei pessimisti: hanno paura che le società democratiche siano fragili e si possano sfaldare con facilità, specialmente una basata sul motto “E Pluribus Unum”.

Per capire l’esperimento fallito dei neoconservatori torna sempre utile citare il vecchio Irving Kristol, uno dei rappresentanti più noti di questo filone ideologico, nel commentare l’intervento di Grenada del 1989: “Se (Bush padre, ndr) si presenterà davanti al popolo avvolto nella bandiera americana e farà in modo che il Congresso si avvolga nella bandiera bianca della resa, il presidente vincerà. (…) Il popolo americano non aveva mai sentito parlare di Grenada. Non ne aveva motivo. Il pretesto che utilizzammo per l’intervento militare – il rischio che correvano gli studenti di medicina statunitensi a Grenada – era fittizio, ma la reazione degli americani fu assolutamente favorevole. Non avevano idea di cosa stesse accadendo, ma sostennero il presidente. E lo sosterranno sempre”.

Obama, da tutt’altro fronte, aveva in fondo la stessa ambizione: trovare il modo di ridare un senso comune all’idea di America, a partire dall’iniziativa politica di un presidente nuovo, giovane e ambizioso. La crisi, però, sembra renderlo incapace di tenere i fili di una nuova narrazione unificante e soprattutto “positiva”, opposto al modello del “fear” di matrice neoconservatrice. Questo non vuol dire necessariamente che le sue ambizioni per la rielezione nel 2012 siano compromesse, ma sicuramente ne viene ridimensionata la portata politica. Può bastare agli americani quanto indicato nello “State of the Union” – ovvero un’economia verde, più istruzione e più innovazione tecnologica – per immaginare un orizzonte comune verso il quale muovere? Può bastare, oltre la cerchia degli addicted dell’Information Technology, la promessa di fare degli USA il paese con le più importanti infrastrutture tecnologiche del mondo? Possono essere queste proposte di policy – più che condivisibili, per carità – a rappresentare una Nuova Frontiera, mentre gli americani sono costretti a ridimensionare le loro aspettative di vita, drogate per anni da debiti che non avrebbero dovuto e potuto contrarre?

La necessità di intervenire in modo massiccio sul debito – il dibattito di questi mesi – non è un altro gigantesco rospo da ingoiare per ogni singolo membro della classe media americana? Non ricorda agli americani che essi – personalmente e individualmente – sono caduti nel tranello dell’indebitamento per inseguire un sogno che non potevano raggiungere? Può bastare tutto ciò ai cittadini de “L’Impero dei Consumi”?

La sfida appariva quella di riuscire a “normalizzare” l’America, a farle fare i conti con una crisi che la costringerà a non essere più il paese che “valica ogni limite” per almeno un decennio. In fondo, si tratta di far guardare l’America dentro se stessa per comprendersi e migliorarsi, come Obama aveva fatto quasi incantandoci durante la campagna elettorale (ad esempio nel discorso di Filadelfia sulle questioni razziali). Una sfida che questo presidente, di fronte ai dati duri della crisi, non sembra in grado di vincere. Tra un anno e mezzo potrebbe non sfuggirgli un nuovo mandato, ma quanto ha realizzato finora non basterà a caratterizzare la sua presidenza come “trasformativi”, al pari di quella di Reagan o Kennedy.