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Sudan: aspettando la primavera

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C’è un Paese che, sino ad ora, è stato stranamente risparmiato dal contagio rivoluzionario che ha travolto il Nord Africa. È il Sudan: Paese cerniera tra il mondo arabo e quello africano, spezzato in due dalla secessione del Sud Sudan nel luglio 2011. È vero, anche Marocco e Algeria sono riusciti a tenersi al riparo dall’ondata di rivolte popolari che ha rovesciato regimi pluridecennali apparentemente inattaccabili. Nel caso del Sudan però la sopravvivenza dell’élite al potere è decisamente più sorprendente, perché tutte le condizioni sembravano convergere verso l’eruzione di una rivolta anti-regime: una classe dirigente al potere da quasi venticinque anni, delegittimata sul piano interno ed esterno, un contesto regionale instabile, un’acuta crisi economica e lo shock creato dalla divisione del Paese.

Il Sudan, pur trovandosi alla periferia del mondo arabo-islamico, è un Paese chiave per gli equilibri geopolitici di Nord Africa e Medio Oriente. Esso costituisce un retroterra fondamentale per l’Egitto: troppo spesso infatti si dimentica che, sebbene il fronte israeliano abbia assorbito buona parte della politica estera dal Cairo, la prima priorità strategica dell’Egitto è il controllo del Sudan. Perché guardare al Sudan significa soprattutto guardare al Nilo, e come recita l’antico adagio, “l’Egitto è un dono del Nilo”.

Negli ultimi due decenni, il Sudan è salito agli onori delle cronache internazionali per essere stato il luogo dove, per la prima volta nella storia, un movimento legato ai Fratelli musulmani è riuscito a dare vita ad un proprio governo. Correva il giugno del 1989, e mentre gli occhi del mondo erano puntati su ben altri scenari, un misconosciuto brigadiere sudanese, Omar al-Bashir, saliva al potere a Khartoum attraverso un colpo di Stato incruento. Solo dopo diversi mesi si seppe che l’operazione era stata condotta attraverso la regia occulta del National Islamic Front (NIF), movimento islamista guidato dall’istrionico Hassan al-Turabi. Giurista di formazione, carismatico e poliglotta, Al-Turabi poteva vantare un Master a Oxford e un Dottorato alla Sorbona. Egli ben sapeva che l’Egitto di Hosni Mubarak non avrebbe mai accettato di vedere il Sudan cadere nelle mani di un movimento della galassia dei Fratelli musulmani, perciò mandò in prima linea un gruppo di ufficiali dell’esercito la cui appartenenza al movimento islamista non era nota ai più.

Il regime islamista sudanese nacque in uno snodo temporale cruciale per il Medio Oriente. I mujahidin che avevano combattuto in Afghanistan contro i sovietici rientrarono nelle rispettive patrie da vincitori, ma anche da reietti e sradicati. Contemporaneamente, la caduta del Muro e la prima guerra del Golfo proiettavano l’islamismo quale unica alternativa all’egemonia americana in Medio Oriente.

Al-Turabi era il solo leader islamista a poter disporre del pulpito di un governo per alimentare le proprie ambizioni, ed era convinto di poter divenire il nuovo Khomeini. Il Sudan divenne in breve tempo il luogo di ritrovo di decine di movimenti radicali prevalentemente, ma non esclusivamente, di matrice islamista. Osama bin Laden, espulso dall’Arabia Saudita dopo essere tornato dall’Afghanistan e avere criticato l’alleanza della monarchia con gli Stati Uniti, scelse Khartoum come base. Proprio in Sudan egli avrebbe concepito – assieme ad un altro esiliato illustre, l’egiziano Ayman al-Zawahiri – la fondazione di Al-Qaeda.

Le attività del regime sudanese non passarono a lungo inosservate, e già nel 1993 il dipartimento di Stato di Washington inserì il Paese nell’elenco degli Stati sponsor del terrorismo. La situazione precipitò dopo il fallito attentato ad Addis Abeba in cui rischiò di perdere la vita il presidente egiziano Hosni Mubarak il 25 giugno 1995. I servizi segreti sudanesi vennero accusati da più parti, e benché Al-Turabi e Al-Bashir negassero ogni coinvolgimento, il loro regime si trovò accerchiato diplomaticamente e – attraverso il sostegno internazionale ai ribelli del Sud Sudan – militarmente. La pressione esterna portò presto ad una resa dei conti a Khartoum, dove il presidente ordinò l’arresto di Al-Turabi e dei suoi fedelissimi, ponendo termine alla spericolata diplomazia islamista che aveva messo a repentaglio la sopravvivenza stessa del regime. Al-Bashir fu aiutato in questa operazione dall’inizio delle esportazioni petrolifere, che iniziarono a fluire – soprattutto in direzione Pechino – nell’agosto del 1999. Sotto l’impulso della rendita, il Sudan mutò pelle rapidamente. Da alfiere dell’islamismo e dell’anti-imperialismo, divenne un “classico” rentier state autoritario pienamente integrato nello status quo regionale, pur sotto le insegne di un regime che continuava a proclamarsi, nominalmente, islamista.

L’ultimo passo per una piena riammissione del Sudan nella comunità internazionale avrebbe dovuto essere la firma della pace con il Sudan People’s Liberation Movement/Army (SPLM/A), movimento ribelle che dal 1983 aveva combattuto contro il governo nelle regioni meridionali e non solo. Un accordo di pace venne siglato nel 2005, ma nel frattempo era deflagrata un’altra guerra civile, questa volta nella regione sudanese occidentale del Darfur. Le immagini delle milizie filo-governative a cavallo – i famigerati janjaweed – che perpetravano impunemente massacri contro i civili fecero il giro del mondo, e l’attenzione si concentrò sulla causa del Darfur – producendo anche un dibattito sull’opportunità di boicottare le Olimpiadi di Pechino del 2008, visto che la Cina veniva accusata di complicità con il governo sudanese, da cui comprava petrolio in cambio di armi. Poco dopo, Omar al-Bashir venne incriminato dalla Corte Penale Internazionale (CPI) per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio, proprio relativamente ai fatti del Darfur. Il mandato di arresto ebbe però il paradossale ma prevedibile effetto di rinserrare i ranghi del regime e di rinforzare Al-Bashir con le stimmate di un “complotto occidentale”.

Nel gennaio del 2011, come previsto dagli accordi di pace Nord-Sud, si è tenuto il referendum per l’autodeterminazione del Sud Sudan. Il “sì” all’indipendenza ha raccolto più del 98% dei consensi e sei mesi dopo, il 9 luglio 2011, il Sud Sudan è divenuto ufficialmente uno Stato indipendente. Con sé ha portato tre quarti delle riserve petrolifere sudanesi, l’80% delle foreste e il 20% della popolazione, generando una perdita economica complessiva per Khartoum pari a più di un terzo degli introiti annuali dello Stato. Il governo del Nord ha dichiarato di voler colmare questa voragine lanciando un processo di diversificazione dell’economia, ma questo richiederà tempo. Nel frattempo, per bilanciare una contrazione del PIL che nel 2012 ha toccato la percentuale record del 12,9%, Khartoum ha dovuto varare una serie di provvedimenti fiscali di restrizione della spesa e aumento delle tasse. Abbinati alla drastica svalutazione della valuta sudanese seguita al crollo delle esportazioni, i tagli hanno generato un diffuso malcontento sociale, anche in considerazione del fatto che il governo continua a spendere ogni giorno 10 milioni di dollari in sicurezza e 4 milioni per coprire i costi dell’apparato politico.

Manifestazioni di protesta sono in effetti scoppiate a Khartoum nel gennaio 2011 sull’onda della rivolta di Piazza Tahrir, su cui erano sintonizzati tutti i televisori sudanesi. Una seconda vampata di maggiore intensità ha colpito la capitale e altre città a giugno-luglio del 2012, e una terza ancora più estesa si è verificata tra settembre e ottobre di quest’anno. La “Primavera sudanese” è nell’aria da tempo e si avvicina lentamente, ma inesorabilmente. Il regime dispone di un apparato di sicurezza onnipresente e disposto a tutto pur di difendere il potere. Esistono inoltre una serie di reti clientelari che fanno capo al partito di governo – il National Congress Party (NCP) – e che hanno costituito, nell’ultimo decennio, le vere constituencies del regime. Ma le risorse da dispensare attraverso prebende e favoritismi sono sempre meno.

La popolazione è esausta dopo quasi tre decenni di guerra che, pur essendo rimasta confinata alle regioni periferiche di questo immenso Paese, ne ha risucchiato le risorse umane ed economiche. È per evitare uno scenario di tipo libico, probabilmente, che la stragrande maggioranza dei cittadini si è tenuta fino ad ora alla larga dalle proteste. Tutti sanno infatti che Al-Bashir e i suoi accoliti non cadranno senza combattere fino alla fine, e solo una successione interna al regime potrebbe evitare spargimenti di sangue. Questo scenario, impensabile fino a poco fa, sembra oggi profilarsi attraverso la formazione di un nuovo partito, ancora in embrione, cui hanno dato vita una trentina di esponenti del NCP che hanno scelto di dissociarsi dalla repressione violenta delle ultime manifestazioni di protesta. È probabile che questo smottamento, all’interno di un’élite che pareva compattissima sino a pochi mesi fa, possa accelerare un processo di “implosione controllata” all’interno del regime. Guardando a ciò che accade in Siria o in Libia, e sapendo che il Sudan è Paese dagli equilibri non meno fragili, viene da pensare che sia meglio così. Ma non bisogna perdere di vista il fatto che i “riformatori”, come si sono auto-battezzati gli oppositori di Al-Bashir all’interno del NCP, sono parte integrante della classe dirigente che ha governato il Paese dal 1989. Non basterà quindi un avvicendamento al vertice per chiudere definitivamente una delle pagine più nere della storia del Sudan, e realizzare le aspirazioni di libertà, sviluppo e giustizia della popolazione.

Sarà una primavera fredda, quella sudanese.