international analysis and commentary

Sfide e opportunità per la politica estera turca

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Il 2011 è stato un anno di importanti sfide per Ankara. Le transizioni arabe hanno innalzato la Turchia a ispirazione e possibile modello per i paesi della regione, ma hanno anche messo in luce una serie di contraddizioni nell’agenda internazionale del governo Erdogan e del suo AKP. E’ evidente lo sforzo di rendere coerenti le scelte politico-strategiche e gli obiettivi economici nel tentativo di conquistare alla Turchia un ruolo di protagonista regionale e di potenza con una proiezione globale. Anche grazie alla spinta propulsiva di un orientamento pragmatico e business oriented, la Turchia, oggi membro del G-20 e dell’OCSE, può vantare una crescita che tra le venti economie più sviluppate del mondo è seconda solo alla Cina e all’India. Al tempo stesso, l’AKP (giunto al suo secondo mandato) ha investito molte energie per sostenere il dialogo politico nella regione, proponendosi spesso apertamente come mediatore. L’approccio adottato da Ankara consiste nell’usare il successo economico e l’influenza politica come strumento di soft power per stabilire relazioni pacifiche e vantaggiose con i vicini, senza nascondere il proprio orgoglio sia per il proprio consolidamento democratico che per la propria tradizione imperiale.

Tuttavia, dopo un inizio incoraggiante, gli eventi dell’ultimo anno hanno reso evidenti molti grandi ostacoli per la strategia di “zero problemi con i vicini”: non soltanto le questioni cruciali nell’agenda della politica estera turca sono rimaste irrisolte, ma nuovi nodi sono venuti al pettine.

I rapporti difficilissimi con Cipro sono tornati alla ribalta in previsione della presidenza cipriota dell’Unione europea dal prossimo luglio, fondendo di fatto due controversie vista la posizione risolutamente contraria di alcuni paesi-membri (a cominciare dalla Francia) sull’adesione turca. Nel frattempo, i rapporti con Parigi sono ulteriormente peggiorati a seguito dell’approvazione da parte del Parlamento francese di una legge che criminalizza chi nega pubblicamente il genocidio armeno (avvenuto durante e dopo la Prima guerra mondiale). Nonostante questa decisione sia dovuta soprattutto ad una mossa di politica interna del presidente Sarkozy – interessato ad acquisire il supporto della lobby armena in vista delle elezioni dell’aprile prossimo – è chiaro che il legame di Ankara con gi europei ne esce danneggiato.

Passando al livello regionale, si registra il clamoroso fallimento della “fratellanza turco-araba” con la Siria, mentre con Israele non si intravedono grandi schiarite. Inoltre, le relazioni con l’Iran sono sempre più problematiche, soprattutto per gli interessi divergenti tra i due paesi soprattutto nel conflitto tra sciiti e sunniti in Iraq (dove Teheran appoggia l’azione del Primo Ministro Al Maliki mentre Ankara sostiene il Vice Presidente Al Hashemi) e in Siria (dove Ahmadinejad continua a sostenere il regime di Assad mentre Erdogan appoggia apertamente la componente ribelle delle forze armate). La tensione nei rapporti bilaterali è poi aumentata drasticamente dopo l’assenso di Ankara ad installare sul proprio territorio una componente radar del sistema di difesa anti-missilistica della NATO (in funzione chiaramente anti-iraniana), lo scorso settembre. Oggi sono le tensioni per le minacce iraniane sullo stretto di Hormuz e l’adozione di nuove sanzioni internazionali contro il programma nucleare ad essere l’ultimo banco di prova per la tenuta delle “storiche relazioni di amicizia tra Iran e Turchia” – come le definisce il Ministro degli esteri turco Davutoglu.

A cavallo tra politica estera e politica interna si colloca la sempre incandescente questione curda: le operazioni militari turche dei mesi scorsi nel sud-est anatomico e nell’Iraq settentrionale hanno inasprito i rapporti con Baghdad; e lo stesso coinvolgimento turco nella situazione siriana è in parte giustificato dal tentativo di esercitare una qualche influenza sulla eventuale successione ad Assad anche nell’ottica del problema curdo. Da ultimo c’è l’operazione militare che nei giorni scorsi ha portato all’uccisione di 35 giovani contrabbandieri di gasolio e sigarette, non appartenenti alle fila dell’organizzazione terroristica, nella regione di Uludere al confine iracheno: quello che è stato definito “un tragico errore operativo” ha tuttavia acceso proteste di piazza a Istanbul e in tutte le maggiori città a maggioranza curda.

Di fatto, nonostante il suo costante richiamo alla cooperazione regionale, la Turchia è oggi percepita nel vicinato – e non solo – come una potenza con un’agenda poco chiara. Certamente la Primavera Araba ha colto tutti impreparati e non sorprende che i policy makers turchi abbiano commesso errori di valutazione: in Libia, ad esempio, proprio un anno fa Recep Tayyip Erdogan rimarcava la propria amicizia con Gheddafi, considerato un alleato affidabile a tutela dei cospicui investimenti e degli oltre 25.000 lavoratori turchi nel Paese. A onor del vero, Ankara non è certo sola ad essere incorsa in simili sviste, e quantomeno ha saputo rapidamente cambiare registro, come del resto ha fatto nel caso siriano.

La rapidità che la Turchia ha dimostrato nello sperimentare nuovi approcci può ancora offrirle un utile strumento, sia nel fronteggiare i suoi problemi interni sia i grandi nodi della politica estera. Tuttavia, anche il pragmatismo e una certa flessibilità decisionale potrebbero non bastare a fronte delle molte sfide simultanee che la Turchia deve gestire in una regione ad alto tasso di imprevedibilità.