international analysis and commentary

Salvate l’esperimento europeo

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Gli Stati Uniti, come li conosciamo oggi, sono figli dell’incertezza. I problemi dell’Europa, come li viviamo in questi giorni, sono invece figli dell’autocompiacimento.

Arthur Schlesinger ci ricordava alcuni anni fa come i padri fondatori della democrazia americana avessero una consapevolezza acuta, quasi dolorosa, della fragilità del loro “great experiment in liberty”. Un sentimento di precarietà che ha contribuito, fra le altre cose, a determinare le loro scelte istituzionali. Pochi ricordano, infatti, che la Convenzione di Filadelfia era stata convocata, originariamente, con un mandato molto circoscritto: proporre alcune modifiche alla prima Costituzione degli Stati Uniti – gli “Articles of Confederation” – senza mutarne la natura di “lega di amicizia” (“firm league of friendship”) fra Stati sovrani.

Furono una serie di episodi, avvenuti proprio alla vigilia dell’inizio dei lavori, a modificarne il mandato. Il più significativo fu la rivolta promossa da alcuni agricoltori (e veterani della guerra di indipendenza) del Massachussets, la cosiddetta “rivolta degli Shays”. Il timore che la neonata repubblica stesse per precipitare nell’anarchia convinse i costituenti, a cominciare da Madison e Hamilton, della necessità di accantonare gli “Articles of Confederation” per dotare gli Stati Uniti di un vero e proprio Governo federale.

Insomma, è stata l’inquietudine, il sentimento della “fragilità dell’esperimento” – per usare l’espressione di Schlesinger – a spingere gli Stati Uniti ad alcune delle scelte più coraggiose della loro storia. Proprio il pungolo che, negli ultimi anni, è mancato all’Europa.

Dopo la caduta del muro di Berlino, gli europei hanno cessato di percepire una minaccia immediata dall’esterno. Hanno finito così col cullarsi nella convinzione che l’“ombrello” statunitense e qualche forma di coordinamento blando delle politiche estere nazionali potesse bastare a tutelare i loro interessi fondamentali. Un errore che rischiano di pagare caro nel mondo “post unipolare” che si va profilando.

Ciò che è peggio, però, è che gli europei hanno sottovalutato in maniera grossolana le minacce interne al progetto europeo. Quando l’obiettivo storico di una riunificazione del continente ha cominciato a prendere forma, hanno cercato di stabilire un parallelismo fra allargamento e approfondimento. Ma non hanno avuto – non tutti, almeno – una percezione compiuta di come il secondo fosse assolutamente vitale per consentire alla costruzione europea di assorbire il primo.

La sequenza dei trattati europei che avrebbero dovuto preparare l’Unione ad accogliere i nuovi Stati membri è stata dettata da un “calendario interno”, visto che ogni revisione rinviava ad una tappa successiva la soluzione dei problemi lasciati insoluti, non dalla consapevolezza di dover fare qualcosa per mettere al sicuro il futuro dell’Europa.

Così, dopo i risultati insoddisfacenti del Trattato di Maastricht gli europei hanno negoziato i Trattati di Amsterdam (1997), Nizza (2000) e Lisbona (2007) e si sono lanciati nel generoso ma sfortunato tentativo della Convenzione sul Futuro dell’Europa (2001-2003) e del Trattato Costituzionale. Come ebbe modo di scrivere il compianto Ambasciatore Fagiolo, ognuno di questi passaggi ha però rappresentato una controffensiva giocata da posizioni sempre meno favorevoli e condannata, in ultima analisi, al fallimento.

Il risultato è che negli ultimi quindici anni gli Stati europei hanno progressivamente limato i loro “Articles of Confederation”, ma non sono riusciti a dotarsi di un’autentica Costituzione.

Nel frattempo, in maniera quasi impercettibile si sono deteriorate le condizioni della loro convivenza. L’allargamento, non accompagnato dal necessario approfondimento, si è tradotto in una minore efficienza delle istituzioni sovranazionali e in un minore senso di “ownership” degli Stati membri sulle decisioni comuni. Fenomeni che si stanno traducendo, a loro volta, in una rinazionalizzazione strisciante delle politiche, in una “liquefazione” del ruolo della Commissione e in un deterioramento progressivo del senso di appartenenza comune.

Questa involuzione non ha destato, finora, allarme perché è avvenuta in maniera lenta, quasi impercettibile. È un fenomeno ben conosciuto dagli esperti di ecologia, che hanno coniato anche un’espressione per definirlo: “creeping normalcy”, normalità strisciante: l’illusione “ottica” per cui i cambiamenti graduali in un determinato (eco)sistema passano inosservati ai più, fino a quando la loro somma non produce degli effetti devastanti e in alcuni casi irreversibili.

Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile che i Capi di Stato e di Governo si riunissero in assemblea permanente per sopperire alla evidente incapacità di assicurare una guida politica. Sarebbe stato impensabile che alcuni Stati membri assumessero iniziative unilaterali in ambiti strategici delicatissimi, imponendo agli altri Stati di adattarsi al “fait accompli”. Sarebbe stato impensabile che un autonominato “Direttorio” svuotasse, di fatto, il ruolo della Commissione…. e gli esempi si potrebbero moltiplicare. Fino a pochi anni fa, sarebbero state impensabili molte cose che ora appaiono tutto sommato normali, grazie alla “creeping normalcy” della rinazionalizzazione della politica europea.

Non sorprende, con queste premesse, che l’Europa si sia trovata del tutto impreparata – sul piano politico e istituzionale – a fare fronte alla crisi greca. Non sorprende che le sue carenze abbiano amplificato enormemente un problema che, affrontato in maniera tempestiva, sarebbe stato arginato agevolmente. E non sorprende che la rincorsa affannosa a soluzioni di breve periodo sia stata accompagnata da un vistoso deterioramento della solidarietà e persino del “bon ton” comunitari.

Questa involuzione viene da lontano. È figlia di quindici anni di autocompiacimento; quindici anni in cui, contrariamente alla “greatest generation” statunitense, le classi dirigenti europee si sono cullate nella convinzione che l’“esperimento” europeo fosse al riparo dai rovesci della storia. E adesso rischiamo di perderlo, sotto i colpi della speculazione internazionale e della crisi dell’Euro.  

C’è da sperare che, di fronte al baratro, gli europei prendano coscienza della posta in gioco e abbiano uno scatto di orgoglio. Da questo punto di vista, le notizie che arrivano da Bruxelles offrono qualche elemento di speranza.

Nel celebre discorso di Gettysburg del 1863, nel pieno della guerra civile americana, il Presidente Lincoln si chiedeva se l’“esperimento” americano potesse sopravvivere. Se una nazione “concepita nella libertà e consacrata al principio che tutti gli uomini nascono uguali” potesse resistere alle prove della storia. Adesso è il turno dei leaders del vecchio continente. Spetta a loro dimostrare che l’esperimento europeo – quello straordinario esperimento di gestione dell’interdipendenza lanciato sessant’anni dai padri fondatori – può sopravvivere alla scomparsa della minaccia esterna e al ritorno degli egoismi nazionali. Come italiani, come europei, dobbiamo sperare che vi riescano.