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Russia e ISIS: dalla NATO una risposta per due minacce

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Il vertice della NATO a Newport e Cardiff è arrivato in un momento in cui si stanno sovrapponendo minacce potenzialmente gravi e dirette alla sicurezza dell’Occidente. La percezione diffusa è quella di un caos incontrollato lungo quasi tutte le frontiere orientali e meridionali dell’Alleanza – cioè, non dimentichiamolo, anzitutto dell’Europa. In realtà, si deve distinguere nettamente tra la sfida russa e la questione dello “Stato Islamico”.

La NATO viene da una breve fase di relativa quiescenza, dopo oltre un decennio di grandi sforzi in Afghanistan e la rapida operazione aerea in Libia contro il colonnello Gheddafi (operazione che peraltro coinvolse solo alcuni dei suoi membri) nel 2011. I bilanci della difesa sono da tempo in calo davvero preoccupante, e il senso di una chiara missione comune si è molto attenuato.

I recenti sviluppi alle frontiere orientali sono un vero colpo di frusta. Nell’arco delle ultime settimane, i toni delle dichiarazioni ufficiali sono diventati molto duri: da Newport il segretario generale Anders Fogh Rasmussen (uscente e in qualche misura controverso, ma in carica fino a fine settembre) ha parlato della vicenda russo-ucraina come del tentativo di riscrivere i confini con il sangue. Barack Obama ha parlato apertamente di un’aggressione russa in atto e del prezzo che sarà fatto pagare a Mosca. Dopo lunghi mesi di incertezza e speranze frustrate per una de-escalation pacifica, il dado sembra tratto e l’Occidente considera la Russia un avversario.

Alla luce di queste prime mosse della ricompattata coalizione euro-americana, si può già osservare che le scelte di Vladimir Putin hanno ottenuto un risultato probabilmente non intenzionale: far avverare la profezia di un piano occidentale per agganciare stabilmente l’Ucraina (e non solo sul piano economico, come la UE intendeva più modestamente fare con i previsti accordi commerciali che hanno precipitato la crisi interna a Kiev, a fine 2013). Ora questo piano di aggancio è realistico, o quantomeno è diventato un’ipotesi ben più concreta, nel senso che il governo di Kiev chiede l’appoggio europeo e americano, e la NATO ribadisce il principio della “porta aperta” a nuovi membri (almeno a certe condizioni). Uno scenario che paradossalmente nessuno degli attori principali avrebbe voluto, appena pochi mesi fa.

Lo stesso può dirsi delle nuove garanzie rafforzate concesse ai tre paesi baltici, cioè piccoli Stati europei che sono già membri della NATO e confinanti con la Russia (oltre che ex-Repubbliche sovietiche, a suo tempo annesse forzatamente). Più in generale, è ora assai più arduo respingere le richieste di maggiore sostegno in chiave anti-russa che provengono dai membri “orientali” dell’Alleanza, che a lungo Washington e gli altri europei hanno declinato o smussato proprio per non corroborare le tesi più complottiste in voga a Mosca. Cioè per non provocare un nazionalismo che si sperava fosse dormiente. Obama condusse perfino una battaglia contro i suoi avversari interni, fin dal 2008, per la sospensione (de facto) dei progetti per lo scudo anti-missilistico in Europa orientale ereditati da George W. Bush, proprio con la stessa motivazione: la possibile collaborazione con Putin valeva bene qualche diniego agli irrequieti nuovi alleati. Ora la situazione è profondamente cambiata, e ne vedremo gli effetti ulteriori sulla linea americana nella marcia di avvicinamento al voto presidenziale del novembre 2016: i candidati faranno a gara, fin dalle primarie, per presentarsi come più fermi dell’attuale Presidente nei confronti della Russia.

L’indurimento della NATO verso l’ormai ex “partner strategico” (oltre alle sanzioni economiche già adottate) non riuscirà probabilmente a stabilizzare in tempi rapidi il fronte interno ucraino, dove la tregua appare molto fragile e non è chiaro quanto la Russia abbia il controllo delle forze irregolari schierate sul terreno. In effetti, una certa ambiguità permane dall’inizio della crisi sul ruolo di Mosca: il Cremlino detta condizioni a Kiev ma sostiene tuttora di non essere parte in causa, e afferma di voler difendere i diritti dei russi o russofoni ma non ne sposa in pieno gli obiettivi (peraltro mai definiti con precisione). Un’ambiguità che ha reso più difficile agli occidentali tracciare una “linea rossa” per fermare lo smembramento dell’integrità territoriale ucraina. Certo, il costo per Mosca potrebbe essere comunque elevato a questo punto, visto che la crisi è stata pienamente internazionalizzata dal vertice in Galles e le voci che frenavano sulle sanzioni sono ora quasi scomparse.

Questo però non è ovviamente l’unico tema del summit NATO: va ricordato che la Russia è l’erede dello storico avversario sovietico e viene quindi percepita ancor oggi, soprattutto dai “nuovi” membri della NATO che facevano parte del Patto di Varsavia, come un naturale tema di consultazione e se necessario azione congiunta per l’Occidente. Diversa è la situazione in Siria e Iraq, con le sue varie connessioni e ramificazioni regionali ben oltre questi due paesi arabi. In effetti una guerra piena di atrocità e disastri umanitari è in corso (ma non certo da poche settimane o mesi) a ridosso del confine di un paese-membro della NATO, cioè la Turchia. Eppure la visione strategica che l’Organizzazione incarna è rimasta per molti versi non solo eurocentrica ma anche legata alla “gestione dei conflitti”, che sembra avere poco a che fare con una violentissima offensiva per la conquista del potere come quella condotta dal cosiddetto “Stato Islamico”.

E qui sta la difficile sfida per l’Alleanza euro-americana: fino ad ora l’enorme complessità del quadrante mediorientale, e le ricorrenti divergenze tra gli alleati su se e come intervenire, hanno sconsigliato un ruolo diretto della NATO nelle vicende regionali. È solo l’escalation del livello della minaccia percepita che – come avvenne in circostanze diverse dopo l’11 settembre 2001 – sta spingendo i paesi membri ad attivare questo strumento operativo a tutela di alcuni fondamentali interessi comuni anche in quell’area così storicamente delicata. Si stanno così ampliando – di nuovo, come in Afghanistan dal 2002 – gli orizzonti strategici. Insomma, siamo di fronte a un esplicito riconoscimento che la situazione di sicurezza in una regione tradizionalmente al di fuori della portata dell’Alleanza è molto peggiorata, e che sono necessarie alcune misure straordinarie di urgenza.

L’emergere di un movimento estremista islamico ancora più radicale di altri già noti è l’esito di un processo che non può sorprendere – tranne che per la rapidità. La reazione, magari tardiva, è però arrivata: il premier britannico David Cameron ha indicato il momento come “solenne” di fronte a minacce gravi e in rapida evoluzione, e la NATO si è impegnata a prendere in seria considerazione ogni richiesta di aiuto che provenisse dal governo iracheno contro gli estremisti. Il dato più rilevante è che non si tratta solo di una serie di iniziative anglo-americane, a seguito dei tragici rapimenti di giornalisti e di esplicite minacce di attentati, ma di una scelta collettiva dell’Alleanza – l’Italia, per parte sua, sta contribuendo ad armare le forze curde in Iraq. Nonostante una evidente riluttanza dell’America e dei suoi alleati tradizionali, l’escalation dello “Stato Islamico” porta al superamento della sindrome del 2003: agire militarmente in Iraq (e in Siria) non è più un tabù.

Resta da sottolineare, collegando i due dossier aperti a Newport, un dato che potrebbe assumere crescente importanza nei prossimi mesi, se non prima: un ulteriore deterioramento delle condizioni di instabilità cronica di Iraq e Siria può spingere l’Occidente e la Russia a riavvicinarsi (ammesso che in Ucraina una tregua regga). Se c’è qualcosa che essi condividono, infatti, è la valutazione della minaccia jihadista, sperimentata in passato sotto forma di terrorismo e ora in grado di destabilizzare partner regionali in aree sempre più ampie. La vecchia Alleanza transatlantica ha ritrovato l’avversario russo (che conosce bene) e una rinnovata coesione potrebbe perfino beneficiare l’intera sicurezza europea; la Russia, che certo non gode di ottima salute economica, ha intanto perso una buona dose della sua influenza sull’Ucraina e subisce le sanzioni dei suoi maggiori partner commerciali. Ma è anche vulnerabile quanto noi rispetto alla penetrazione di vari movimenti radicali. Mosca farebbe dunque bene a guardarsi da altre minacce (compreso il suo sclerotico sistema politico-economico) che non i prudenti leader riuniti nel Galles.

Una versione di questo articolo è stata pubblicata dal quotidiano Il Mattino.