international analysis and commentary

Realtà, miti ed errori nella vicenda dell’euro

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Poche volte in passato l’Europa si è accapigliata con passione attorno a una questione economica come quest’anno: di solito ci si divide su grandi questioni di principio, o ci si unisce dopo tragici fatti come quelli recenti di Parigi. La lunga trattativa per il rinnovo del prestito alla Grecia è stata, perciò, un’eccezione significativa.

Sulla questione si sono delineate due accese correnti di pensiero: una sosteneva il rispetto degli accordi già presi e del rigore contabile, l’altra era favorevole a una revisione nel nome della giustizia e della democrazia. Perché negoziati dal contenuto tecnico hanno dunque assunto una dimensione più che politica, addirittura filosofica? È accaduto perché sono stati uno dei pochi momenti in cui gli europei hanno davvero avuto la possibilità di discutere apertamente del contenuto e del significato della loro unione.

Le due visioni principali, i due miti che ne sono emersi, sono destinati a definire ancora a lungo l’idea di integrazione che ognuno di noi ha: perché critici e tifosi si sono riconosciuti e divisi a seconda dei loro slogan. Ma tali miti – usiamo questa parola perché, come vedremo, si tratta di punti di vista che non reggono alla prova dei fatti – non nascono quest’anno, con questa crisi. Le loro radici toccano invece punti più lontani e reconditi delle vicende di cui l’Europa è stata teatro.

Al centro del continente si staglia da qualche tempo il nuovo ego della nazione tedesca. Dal 1998, con Gerhard Schröder, in Germania governa la prima generazione di politici che non ha vissuto la Seconda guerra mondiale. Il cambiamento sociale e psicologico che ne è seguito, così rapido, si è concluso con la rottamazione dello stato d’animo tedesco tipico della guerra fredda: quello annichilito dal peso del passato imperialista e dittatoriale. Intendiamoci: nessun governo a Berlino ha avviato pericolosi revival o ha tentato di sminuire la terribile eredità storica del paese. La cerimonia storica più nazionalista a cui ha partecipato Angela Merkel è quella, nel 2009, per il duemillesimo anniversario della distruzione delle tre legioni di Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo da parte del capo barbaro Arminio – che impedì l’espansione dell’impero romano nell’attuale Germania.

A disagio col suo passato, ma desiderosa – tutte le ricerche sociologiche e i sondaggi d’opinione sono d’accordo su questo punto – di riaffermare il proprio orgoglio, la Germania ha trovato un appiglio nel presente: l’amor proprio, a lungo represso, è canalizzato a celebrare il successo del suo modello economico, grazie al quale il paese non ha più imbarazzi a considerarsi “la” grande potenza europea. L’auto-certificazione del diritto di arbitrare il continente poggia la sua legittimità sulla seguente convinzione: la Germania è stata in grado, con le sue sole forze, di rialzarsi dal baratro in cui s’era cacciata – ed è questo il mito nazionale che i governi degli ultimi anni hanno sostenuto con forza, e a cui hanno aderito quasi tutti gli altri partiti. Pilastri di tale diritto sono il principio del pareggio di bilancio inserito nella Costituzione nel 2009, e il fatto di essere primo contribuente (con il 20%) al budget dell’UE.

La potenza economica ha permesso in effetti ad Angela Merkel, in un’Europa presa dal panico monetario e del debito, di mettere a tacere gli altri centri di potere presenti nell’UE: le nuove norme sarebbero state messe in pratica senza sconti. Ma la crisi si è inasprita proprio nei paesi dove le regole venivano applicate più duramente. Ciò ha cementato tra i sostenitori della visione tedesca l’idea che questi paesi non facessero abbastanza per riformare le loro strutture economiche, perché la ricetta, avendo funzionato in Germania, era giusta. Ma ha anche convinto i contrari che la crisi fosse tutta colpa proprio della medicina tedesca, imposta da lontano contro il volere dei popoli.

È la Grecia il paese dove ciò è stato più evidente. La narrativa di Alexis Tsipras, che nel gennaio 2015 diventava primo ministro del paese dopo un’eccezionale crescita elettorale, si innestava agevolmente sulla visione nazionale propria della Grecia moderna. Quella di un paese-vittima: degli ottomani e dei turchi, delle potenze europee, dei nazisti prima e degli americani poi, e infine dei mercati, dei tedeschi e dell’UE. La promessa di confutare gli accordi presi con Bruxelles “in nome della democrazia, della giustizia e dell’orgoglio” ha trasformato Tsipras, agli occhi dei greci, nello strumento con cui il sopruso sarebbe stato cancellato. I partiti socialisti e conservatori greci – che avevano però truccato per più di un decennio i conti dello stato, mentendo ai loro cittadini, negli anni passati al governo – non se ne erano dimostrati capaci e sono stati puniti dalle urne.

Non solo in Germania il mito è trasversale: dopo le elezioni il nuovo primo ministro greco si è alleato con una formazione nazionalista di destra, ANEL: il suo leader Panos Kammenos denunciava il debito del paese come risultato di una cospirazione economica internazionale orchestrata dai tedeschi, con l’obiettivo di fare a pezzi la Grecia. Dichiarazioni ufficiali di membri del governo hanno suffragato questa crociata contro lo “straniero”; la coalizione, d’altronde, è stata rinnovata dopo le ultime elezioni in settembre.

Appena insediato, Alexis Tsipras creava addirittura una commissione che quantificasse la somma dovuta dalla Germania alla Grecia per i danni fatti durante la seconda guerra mondiale. Trovata la cifra – 278 miliardi di euro, cioè 27 di più di tutta la somma dovuta a UE e FMI, come fu trionfalmente detto – Atene fece partire una richiesta ufficiale di risarcimento, definito “un obbligo morale verso la storia”. Quest’atto era stato già tentato da deputati del PASOK e di Nea Demokratia, ma stoppato all’epoca dai rispettivi primi ministri. Negli stessi giorni, il giornale di SYRIZA Avgi metteva in caricatura il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble come un nazista pronto a ricavare sapone dal grasso dei greci.

Insieme agli uomini e alle donne, anche i miti si sono affrontati durante i negoziati. Se la germanofobia più greve è stata messa più o meno a tacere davanti allo sconcerto dei partner europei, il governo greco non ha mutato l’atteggiamento vittimista secondo cui un ammorbidimento delle condizioni gli era dovuto in nome della giustizia e della democrazia. Da SYRIZA si è continuato a chiamare gli emissari europei ad Atene “nuove forze d’occupazione”, seppure in giacca e cravatta invece che in divisa. Dal canto suo la Germania non ha abbandonato un atteggiamento punitivo nei confronti di Atene, restando persuasa che i greci dovessero espiare le loro esclusive colpe, benché la Grecia avesse già pagato più di tutti gli altri. Tralasciando dunque di ricordare di averla accettata nell’euro conoscendone situazione economica e bilanci truccati; sorvolando sulla violazione, proprio da parte tedesca in compagnia francese, dei parametri di Maastricht dal 2002; e dimenticando di aver beneficiato, dal dopoguerra in poi, dell’aiuto americano, della cancellazione di gran parte dei debiti di guerra e dell’integrazione europea – che ne resero possibile la ricostruzione e la crescita.

L’esito delle trattative tradisce un grave errore di calcolo da parte greca, ma non per questo può dirsi che la narrazione della meritata supremazia tedesca ne sia uscita rafforzata. Uno infantile e utopico, l’altro arrogante e intollerante, entrambi i miti si sono rivelati illusori, inservibili per la risoluzione del problema; utili semmai per il rafforzamento delle carriere politiche dei loro protagonisti.

Non c’è dubbio però che se la questione fosse stata discussa in spazi di dibattito accessibili al pubblico, la comprensione e la chiarezza di ognuno ne avrebbero guadagnato. Senza la segretezza che ha caratterizzato tutto il processo sarebbe stato più facile, infatti, disincagliare i due miti dalle rispettive dimensioni nazionali che li auto-alimentano, rendendo la discussione più razionale. Contenuta in un recente rapporto delle grandi imprese tedesche sulla democraticità dell’UE, l’idea di un parlamento dell’eurozona è già sul tavolo di Angela Merkel e degli altri leader europei. Dal 2010.