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Questione di leadership

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È frequente che i governi si attribuiscano ruoli di leadership che in effetti non hanno – o comunque che nessun altro riconosce loro. È assai meno frequente che il capo di un governo minimizzi il ruolo di leadership che il suo paese sta di fatto svolgendo in un contesto multilaterale: è proprio questo il caso delle ultime uscite internazionali di Barack Obama sulla crisi libica. Almeno in apparenza.

Fin dall’inizio delle operazioni contro le forze di Gheddafi, Washington ha posto molta cura nel tenere un basso profilo: operazioni aeronavali con obiettivi ristretti, e soprattutto per un lasso di tempo limitato, allo scopo di creare le condizioni per successive operazioni a guida europea (o comunque multilaterale).

Questo è stato il messaggio principale lanciato a ripetizione da Hillary Clinton e Robert Gates – pur in un quadro vago riguardo agli obiettivi ultimi delle operazioni. Appunto per fare chiarezza sul grado di impegno americano e sui criteri della missione, il presidente Obama ha pronunciato un discorso molto articolato il 28 marzo presso la National Defense University. L’incipit non lascia dubbi su chi abbia condotto le operazioni fino a quel momento (cioè nei primi dieci giorni circa): “Tonight, I’d like to update the American people on the international effort that we have led in Libya”.

Il ruolo di guida assunto dall’America è stato, secondo Obama, anzitutto diplomatico: “America led an effort with our allies at the United Nations Security Council to pass a historic resolution that authorized a no-fly zone to stop the regime’s attacks from the air, and further authorized all necessary measures to protect the Libyan people”. A ciò è seguita l’iniziativa militare – come ha ricordato il presidente, gestita naturalmente dal Pentagono – per colpire le truppe di Gheddafi, i carri armati, le linee di rifornimento, le difese aeree.

A partire da queste basi fattuali, Obama ha poi allargato lo sguardo, nel discorso alla National Defense University, su una visione d’insieme: le speciali responsabilità dell’America come leader. E lo ha fatto richiamando espressamente la tradizione dell’eccezionalismo, per cui “Some nations may be able to turn a blind eye to atrocities in other countries. The United States of America is different”.

Se questa affermazione si inserisce perfettamente nel solco della continuità, c’è però un tratto davvero “obamiano”, nel momento in cui il presidente spiega con precisione quale tipo di leadership egli vuole assegnare al suo paese: l’America non avrà paura di agire quando principi e interessi si allineano, ma l’efficacia dell’azione sarà tanto maggiore quanto più si saprà mobilitare la comunità internazionale ad intervenire collettivamente. La conclusione è quindi lineare: “Real leadership creates the conditions and coalitions for others to step up as well”.

Va ricordato che il discorso del 28 marzo aveva un’audience principalmente interna, e ciò spiega in larga misura il modo in cui il messaggio presidenziale è stato presentato – a metà fra orgoglio nazionale e rassicurazione sui limiti del nuovo intervento militare.

Resta il fatto che Parigi e Londra hanno certamente una prospettiva assai diversa sul concetto di paese-guida della coalizione – prima, ma anche dopo la piena attivazione della NATO come struttura operativa che, nei prossimi giorni, dovrebbe tecnicamente consentire ai generali americani di passare le consegne.

Si deve concluderne che la leadership nell’ambito di una coalizione è un concetto a volte sfuggente.

Del resto, in un passaggio Obama ha anche dichiarato che Gheddafi deve ora lasciare il potere perché ha ormai perduto la legittimità ad essere il leader del suo popolo – e sorge spontaneo chiedersi se e quando l’abbia mai avuta. Come si vede, la leadership può davvero mostrare molte facce.