international analysis and commentary

Putin di Siria

363

Con l’invio di truppe e mezzi militari a Latakia il presidente russo Vladimir Putin punta a diventare l’arbitro della guerra civile siriana. Fanteria navale, mezzi blindati, carri armati, jet da combattimento, elicotteri e sofisticate attrezzature di comunicazione e controllo, sono in arrivo sulla costa alawita, roccaforte di Bashar Assad. Si crea così un’enclave militare russa attorno al porto di Tartus, ovvero l’unico scalo amico della flotta russa nel Mar Mediterraneo. Si tratta di un’operazione neo-coloniale perché le forze russe consolidano un’etnia – gli alawiti – nella regione dove è maggioranza, scambiando la loro protezione negli anni a venire con la creazione di una testa di ponte di Mosca nel Mediterraneo orientale.

In un’ottica di lungo termine ciò significa il ritorno delle truppe russe in Medio Oriente per la prima volta dopo la sconfitta di Saddam Hussein nella guerra del Golfo del 1991, quando la vittoria della coalizione internazionale guidata dall’America di George H. W. Bush umiliò il Cremlino segnando l’espulsione della Russia dalla regione nel dopo-guerra fredda. Se Putin ora torna non è solo per proteggere i porti (disponibili per la sua flotta) dalla guerra civile ma per diventare, nel breve termine, arbitro di un conflitto dove l’Occidente si muove tentennando, in ordine sparso, sommando indecisioni ad errori.

Il conflitto attraversa un’accelerazione militare perché da agosto Bashar Assad ha ammesso di non poter difendere tutto il paese, rinchiudendosi nel 25% di territorio che ancora controlla – la grande area di Damasco, la costa alawita e qualche regione a Sud – ma la capitale è nella morsa dei ribelli islamici. Da Est avanzano i jihadisti dello Stato Islamico (ISIS), le cui avanguardie sono a 50-70 km dal perimetro urbano senza contare che in almeno due quartieri di periferia sono già presenti. E da Nord avanza l’”Esercito della Conquista” ovvero la coalizione di gruppi ribelli islamici, sostenuta da armi e fondi di Ankara e Riyad, che controlla l’intera provincia di Idlib e dunque si è incuneata fra Damasco e la costa alawita. All’”Esercito della Conquista” appartiene, in alcune aree di operazioni, anche Al-Nusra, emanazione diretta di Al-Qaeda, e i progressi delle ultime otto settimane nascono dalla fornitura – probabilmente saudita – di missili anti-tank di ultima generazione che hanno neutralizzato i mezzi blindati del regime.

Il rischio per Assad è che Damasco si trovi accerchiata da questi due fronti di avanzata islamica, la cui comune intenzione è catturare l’aeroporto internazionale della città per intrappolare il regime. È uno scenario divenuto verosimile da luglio, e ha spinto l’iraniano Qassem Soleimani – capo della Forza Al-Qods, i reparti dei Guardiani della rivoluzione iraniana che operano all’estero – a recarsi a Mosca: la decisione allora presa dai due maggiori alleati di Assad è stata di rafforzarne le difese, con i russi nella costa alawita e gli iraniani a Damasco. Ciò significa che se ISIS ed “Esercito della Conquista” daranno l’assalto a Damasco, lo scudo del Raiss sarà composto da fanteria iraniana ed Hezbollah, con la copertura aerea di jet, artiglierie ed elicotteri russi. È uno scenario che preannuncia una battaglia campale, sanguinosa e terribile, perché sul fronte opposto ci saranno gli islamisti che “non temono la morte”, come dice il Califfo di ISIS Abu Bakr al-Baghdadi, e dall’altra le milizie armate da Turchia ed Arabia Saudita – ovvero due dei più moderni eserciti sunniti.

I soldati in campo trasformano Putin in un protagonista diretto dello showdown militare ma, a differenza degli altri, Mosca gioca anche una partita diplomatica: proponendo con Teheran un compromesso a Washington e Riyad, identificati come i maggiori sostenitori dei ribelli anti-regime. L’idea di un “dialogo a quattro” sulla Siria fra USA, Russia, Arabia Saudita ed Iran, è farina del sacco di Putin, che dunque ruba all’Occidente l’offensiva non solo sul fronte militare ma, appunto, su quello della diplomazia internazionale. Agli USA che guidano una coalizione aerea di 60 paesi, incapace però di trovare sufficienti obiettivi per le proprie bombe, e all’Europa timorosa di inviare truppe di terra ma atterrita dall’incubo profughi, Mosca offre ora un esempio di leadership in zona di guerra. E ciò significa che, chiunque sarà il successore di Barack Obama alla Casa Bianca il 20 gennaio 2017, si troverà davanti ad un Putin all’offensiva sulla crisi siriana, per far tornare la Russia protagonista nell’intero Medio Oriente.