international analysis and commentary

Politica e Facebook, tra fatti e ideologia

310

Con 1,55 miliardi di utenti attivi ogni mese, Facebook è il social media per eccellenza, in Italia come negli Stati Uniti. Per il 30% degli americani si stima sia la prima fonte di notizie. Siamo certi, però, che una dieta mediatica di questo genere sia equilibrata, completa e affidabile? Che dia ai cittadini-elettori gli strumenti giusti per fare ognuno le proprie scelte in maniera informata?

In parte per volontà degli utenti e in parte per via dell’algoritmo che governa il newsfeed di Facebook, progettato per evidenziare i contenuti che piacciono all’utente, questo social network somiglia sempre più a una cassa di risonanza delle nostre opinioni – non importa se basate su fatti veri, mai accaduti o impossibili da provare. Come nel caso del chiacchiericcio a proposito delle Presidenziali Usa 2016 nei giorni seguenti l’annuncio, l’aprile scorso, della candidatura della sempre controversa Hillary Clinton. In migliaia di commenti arrivati al New York Times, molti frequentatori di Facebook hanno ammesso di aver usato il bottone “Non seguire più” per mettere a tacere gli “amici” della parte politica avversa che esprimessero opinioni sgradite sulla questione.

D’altra parte, informarsi tramite il giornale di partito o seguire il canale tv consono alla propria visione politica non sono certo pratiche nuove: insomma, cambiano gli strumenti, ma non l’approccio dell’utente. Si rischia così di replicare le consuetudini dei vecchi media, con nuovi strumenti più potenti, capillari e veloci.

“Mi spiace per te, se la tua fonte di notizie è il sito sul quale io guardo i gattini”, dice un meme che circola in rete di questi tempi. Dunque Facebook è il luogo in cui proliferano solo bufale, piccole curiosità e quelle notizie che bussano al nostro monitor per riconsegnarci il nostro pacchetto di certezze? No, o meglio, non necessariamente e non per tutti. “La crescita del dibattito politico su Facebook non significa che il sito sia diventato polarizzato come il Texas (rosso) e la California (blu): qualcuno usa il sito anche per restare informato sulla parte avversa”, ha scritto il New York Times. Insomma, se è vero che su Facebook what goes around comes around, se ciò che commentiamo o approviamo con un pollice all’insù ci tornerà indietro sotto forma di suggerimenti, selezione delle notizie e pubblicità, tuttavia è ancora possibile uscire dalla propria comfort zone.

Ma come una playlist musicale su Spotify o Youtube, la dieta mediatica è di chi se la fa. La colpa della disinformazione di cui soffriamo in tanti quindi non è dell’algoritmo, è tutta nostra: nell’era dei personal media, ciascuno ha il proprio newsfeed personalizzato, e dunque quello che s imerita.

Secondo Walter Quattrociocchi, coordinatore del laboratorio di Computational Social Science di IMT Institute for Advanced Studies a Lucca, il fattore umano avrà ancora per molto tempo un peso cruciale nella scelta dei contenuti da fruire e diffondere, anche quelli infondati o non scientifici. Una delle più recenti ricerche condotte dalla squadra di Quattrociocchi ha preso in esame 55 milioni di utenti di Facebook negli Stati Uniti. “Viene fuori in maniera abbastanza evidente e misurabile il fenomeno della “cassa di risonanza”: gli utenti selezionano scientemente i contenuti che confermano le loro convinzioni.

Fra gli account analizzati, solo una parte irrilevante ha interagito, attraverso commenti e like, con post scientifici anti-complottisti. Ciò evidenzia il potere estremamente limitato deldebunking”. Risulta praticamente impossibile far cambiare idea a coloro che rivelano un alto livello di engagement sulle teorie del complotto. Né la scienza, né il ricorso a fonti ufficiali (considerate complici della cospirazione e quindi inaffidabili a priori) sono capaci di farli deviare dalle loro convinzioni. Le teorie cospirative vengono insomma abbracciate con un approccio dogmatico.

Ha mostrato un atteggiamento simile un gruppo-campione di 29 seguaci di Donald Trump, di recente sottoposti a un test organizzato dal sondaggista repubblicano Frank Luntz. I sostenitori hanno assistito per tre ore a spot elettorali anti-Trump e la loro fedeltà al candidato è cresciuta video dopo video. Il giornalista David Weigel, che ha descritto la ricerca sul Washington Post, ha scritto che i casi di disaccordo con Trump sono stati pochissimi. Solamente otto soggetti, per esempio, hanno contestato la proposta di chiudere temporaneamente le frontiere Usa ai musulmani e quasi nessuno ha dubitato dell’affermazione di Trump sulle centinaia di musulmani che, a Jersey City, avrebbero festeggiato peril crollo delle Torri Gemelle l’11 settembre 2001, sebbene ciò sia stato smentito più volte. Solo tre partecipanti su 29 hanno detto di credere che il presidente Barack Obama è di fede cristiana, mentre otto di essi sono apparsi convinti che non sia nemmeno nato negli Stati Uniti. Quasi tutti, infine, si sono detti convinti che Obama intendesse consentire l’ingresso a 25mila rifugiati siriani, mentre la cifra effettivamente citata dal presidente è di 10mila.

In questo contesto, provare a correggere la disinformazione con i fatti può avere un effetto controproducente, finendo per congelare ulteriormente le opinioni iniziali, fondate o meno che siano: “Le persone esposte a informazioni corrette nel contesto di un dibattito su una questione controversa possono finire col credere alla propria convinzione in modo più forte, rispetto a coloro che non sono mai venuti a conoscenza del dato veritiero”, ha dichiarato a Slate Brendan Nyhan, politologo del Darmouth College. Insomma, che si tratti di politica o di presunti complotti, difendere le proprie certezze risulta più sexy della scoperta della verità.

E se la tecnologia promettesse di offrircela, la verità, celandole menzogne nelle maglie della Rete? Se quelle bugie ci piacciono, riusciremo a scovarle ugualmente, spiega Quattrociocchi: “In base alla nostra esperienza possiamo dire che le tecniche attualmente allo studio, che tentano di inibire tramite processi algoritmici la diffusione della disinformazione, non funzionano. Il meccanismo del confirmation bias sarà difficile da estirpare: chi ha una certa idea del mondo selezionerà e troverà sempre materiale allineato alle proprie credenze e al proprio sistema di valori”.