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Piste e collegamenti dietro gli attentati di Parigi

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L’attentato di Parigi del 7-8 gennaio ha ricordato agli europei che esiste un terrorismo di matrice radicale islamista e che esso rappresenta, ad oggi, la principale minaccia alla sicurezza dei singoli paesi e di quella internazionale. Il conflitto siriano, la proclamazione del Califfato islamico da parte di Abu Bakr al-Baghdadi, leader dello Stato Islamico (IS), ma soprattutto il focolaio libico e le stragi perpetrate in Africa da Boko Haram in nome della religione non sono bastate, negli ultimi anni, a convincere davvero gli europei di un punto essenziale: questa minaccia esiste e sta crescendo di intensità – in particolare, si è rafforzata e si è fatta più concreta negli ultimi dodici mesi. A distanza di alcuni giorni dall’attentato contro la rivista Charlie Hebdo e il negozio ebraico a Parigi, sono emersi nuovi elementi e si sono susseguite nuove presunte minacce. Ciò, anziché fornire un quadro più chiaro ad una situazione già complessa, ha contribuito a porre maggiori punti interrogativi. Come hanno fatto i fratelli Kouachi – autori della strage a Charlie Hebdo – a sfuggire alle autorità di sicurezza francesi, nonostante fossero già ben noti? E poi, da quale “branco” provengono questi lupi solitari? Vi è uno scontro in atto tra Al-Qaeda e lo Stato Islamico (IS) per il predominio sulla scena jihadista internazionale? Chi trae maggiori benefici da questi attentati, e, soprattutto, quale è stato il loro reale obiettivo? Queste domande necessitano di una meticolosa analisi, partendo dalle origini di ciò che ha portato agli attentati di Parigi.

Dallo scorso luglio ad oggi, Roma è stata al centro dell’attenzione dell’IS almeno sei volte con diversi messaggi – audio e scritti. Per ultimo, il video citato nei giorni scorsi dalla stampa nazionale e ripreso da tutti i telegiornali. In realtà, si tratta di un messaggio audio di Abu Mohammad al-Adnani, portavoce dello Stato Islamico, risalente al settembre scorso. Dello stesso periodo è il montaggio di immagini, che mostrano Pisa e Roma, su questo audio.

Lo scorso dicembre AQAP (Al-Qaeda nella Penisola Araba) ha diffuso un nuovo numero della rivista in lingua inglese Inspire (il n° 14), in cui si vede l’immagine di un passaporto francese e di un porta-matite. In un’intervista pubblicata lunedì 12 gennaio su Il Fatto Quotidiano, Fabrizio Calvi, giornalista ed esperto di criminalità organizzata, tra i fondatori di Liberation, ritiene che questo sia stato il semaforo verde ai fratelli Kouachi per passare all’azione. Il collegamento con i fatti di Parigi è diretto: il maggiore dei fratelli, Chérif, durante la nota telefonata-intervista prima del blitz delle teste di cuoio francese, ha affermato di essersi recato nello Yemen, anni fa, dove sarebbe stato indottrinato alla jihad da uno dei leader di AQAP – il noto imam americano-yemenita Anwar al-Awlaki, ucciso in un raid americano nel settembre del 2011. Le dichiarazioni di Chérif potrebbero corrispondere al vero, considerato che, fino al 2011, Al-Awlaki è stato il principale ispiratore di attacchi nel cuore dell’Occidente, nonché mente della rivista Inspire. Si ricordi la strage di Fort Hood, Texas, nel 2009, ad opera di un ufficiale americano di origini giordane e di fede islamica, reclutato e radicalizzato sul web proprio da Al-Awlaki.

L’altro terrorista ucciso a Parigi, Amedy Coulibaly, ha da parte sua fatto riferimento a un diverso legame: nel video-testamento postumo, ha rivendicato la sua appartenenza all’IS. Ciò ha contribuito a creare maggiore confusione, ma alcune risposte plausibili si possono fornire analizzando lo scenario jihadista internazionale degli ultimi tre anni.

Fino al 2011, vale a dire fino alla morte di Al-Awlaki, le principali minacce jihadiste nel cuore dell’Occidente erano rappresentante, oltre che dai “lupi solitari”, da soggetti iniziati alla jihad proprio da Al-Awlaki, a volte addestrati militarmente nello Yemen, roccaforte di AQAP. Fu il caso del giovane nigeriano Farouk Abdulmutallab, che nel 2009 cercò di farsi esplodere su un volo diretto a Detroit da Amsterdam. In quegli anni non esisteva ancora lo Stato Islamico oggi guidato da Al-Baghdadi: vi era l’organizzazione jihadista attiva in Iraq nota come “Stato Islamico in Iraq”, che, assieme ad AQAP, rispondeva ancora agli ordini di Osama bin Laden, fondatore e leader di Al-Qaeda Centrale.

Nel maggio 2011 Bin Laden fu ucciso, e quattro mesi dopo fu la volta di Al-Awlaki. Questi due episodi assestarono un duro colpo all’immagine del jihadismo mondiale, scosso in un secondo momento dalle rivolte arabe. Questo “vuoto di leadership” sarà poi colmato dall’ISIS di Al-Baghdadi, il quale, dopo essere entrato in diretto conflitto con Ayman al-Zawahiri, successore di Bin Laden, catalizzerà l’attenzione degli ambienti jihadisti a livello regionale e mondiale. Ad oggi, la maggior parte delle organizzazioni jihadiste in Nord Africa e Medio Oriente hanno giurato fedeltà ad Al-Baghdadi, ad eccezione del veterano Ayman Al-Zawahiri e di altri gruppi a lui legati. Riguardo ad AQAP, l’organizzazione yemenita ha mantenuto, quantomeno a livello pubblico, un certo riserbo sull’annunciare la fedeltà o meno ad Al-Baghdadi. E dietro gli attentati di Parigi potrebbero celarsi gli ultimi sviluppi di questa vicenda.

Se è vero che i Paesi occidentali (e specificamente Roma) sono stati fino ad oggi al centro delle minacce dell’IS, questa organizzazione, a differenza di AQAP, non ha ancora attaccato in modo strutturato sul suolo occidentale. Se fosse confermato come membro effettivo dell’IS, Coulibaly sarebbe il primo attentatore del Califfato ad aver colpito in Europa. L’IS non ha finora diffuso alcun messaggio di rivendicazione, a differenza di AQAP, la cui guida spirituale, Harith al-Nadhari, con un messaggio ufficiale diffuso lo scorso 10 gennaio, ha rivendicato l’attentato contro Charlie Hebdo. Alla luce di questi dati, gli attentati di Parigi potrebbero rappresentare una nuova strategia di “coordinamento” (termine usato anche dallo stesso Coulibaly) tra l’IS e AQAP, dove il primo mantiene il controllo sulla regione MENA (Middle East-North Africa) e il seguente recluta “lupi” di seconda generazione per azioni sul suolo occidentale.