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Obama tra transizione neo-liberal e trasformazione post-liberal

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È presto per valutare gli effetti della sterzata centrista impressa da Barack Obama alla sua presidenza – in occasione della battaglia con i repubblicani sul budget 2011 – analizzata su Aspenia online da Mattia Diletti. Le prime reazioni dell’opinione pubblica non sono incoraggianti, come dimostra l’ultimo rilevamento New York Times/CBS, dal quale emerge che la fiducia degli americani nelle prospettive dell’economia nazionale e nell’operato di Obama in politica economica è al punto più basso degli ultimi due anni. Ma un recupero elettorale e di popolarità è perfettamente possibile, come insegnano i precedenti di presidenti che dopo una forte battuta d’arresto nelle elezioni di medio termine – Ronald Reagan nel 1982, Bill Clinton nel 1994 – hanno saputo risollevarsi e ottenere l’elezione al secondo mandato con ampio margine.

Certamente questa sterzata (oltre ad aver ulteriormente peggiorato i già non idilliaci rapporti tra il presidente, l’elettorato e i pundit della sinistra del partito democratico) ha gettato nuova luce sulla distanza in primo luogo politica, ma anche culturale ed emotiva, che sembra separare Obama dalla tradizione liberal americana. Tanto da rafforzare l’ipotesi che questi sia fondamentalmente il primo presidente post-liberal, e non invece un liberal che guarda al centro per convinzione e/o convenienza.

È sempre stato arduo collocare Obama all’interno di una specifica genealogia politico-culturale, sia per il suo percorso biografico così sui generis, sia per la sua conclamata avversione alle “ideologie”, che lo ha portato spesso a presentarsi come eclettico nella sua formazione e “pragmatico” nelle sue decisioni. Anche per questo motivo durante la campagna presidenziale del 2008 destò un certo interesse un suo riferimento a Unequal Democracy: The Political Economy of the New Gilded Age del politologo Larry Bartels, in cui si attribuisce la crescente disuguaglianza economica dell’America contemporanea non tanto alle forze del mercato o agli effetti della globalizzazione, quanto alle politiche economiche delle amministrazioni repubblicane, i cui effetti si sarebbero rivelati penalizzanti per la classe media e addirittura devastanti per i redditi più bassi. Questa enfasi apertamente partisan sulle cause politiche della disuguaglianza era certamente dettata dall’opportunità di trarre vantaggi elettorali dalla Great Recession, emersa come tema decisivo nelle battute finali della campagna. Ma sembrava anche confermare che accanto all’Obama cauto, moderato e sinceramente propenso a cercare un terreno comune su temi “divisivi” a forte valenza culturale e simbolica (aborto, matrimoni gay, pena di morte, armi) ci fosse un Obama più tradizionalmente liberal, attento a evitare lo stigma della L-word ma di fatto sostenitore del ruolo dello stato – e in particolare del governo federale – nella regolazione dell’economia e nella mediazione tra capitale e lavoro per garantire agli americani opportunità e diritti sociali. Un Obama capace di aggiornare al nuovo millennio il patto sociale rooseveltiano secondo le grandi linee espresse in The Audacity of Hope, il libro scritto all’inizio del suo mandato senatoriale con l’intenzione di porre le basi del suo futuro presidenziale. La speranza di molti sostenitori e osservatori simpatetici con la presidenza di Obama (ovvero che si cristallizzasse un riallineamento di portata storica della politica americana) stava proprio nella doppia valenza – al contempo “unificatrice” dopo le lacerazioni dell’era Bush e “trasformatrice” in senso progressista – che veniva attribuita al candidato Obama.

Dopo due anni abbondanti di navigazione faticosa, per quanto non priva di risultati, colpisce non tanto la delusione dei suoi elettori – che a sinistra sfiora l’esasperazione, e che è frutto dell’inevitabile conseguenza di aspettative spropositate – quanto piuttosto la diffusa sensazione che l’amministrazione Obama si stia rivelando priva sia di un’ambiziosa strategia di cambiamento nel lungo periodo, sia di una tattica elettoralmente efficace nel breve periodo. In ogni caso, né la strategia né la tattica sembrano avere molto a che fare con la tradizione liberal. L’accettazione, e anzi la rivendicazione, della riduzione del deficit come obiettivo storico da parte del presidente è stata accolta con sconcerto anche in ambienti piuttosto moderati, in quanto rivelatrice della scarsa propensione, o peggio della scarsa capacità, del presidente di prendere l’iniziativa politica e comunicativa in un momento in cui sarebbe necessario farlo.

Politicamente, è stato rilevato, puntare sulla riduzione del debito come chiave di volta per l’uscita dalla crisi economica significa neutralizzare parte degli effetti positivi dello stimulus plan e ridimensionare fortemente, se non eliminare, la possibilità di utilizzare in futuro la leva della spesa pubblica per sostenere la ripresa dell’occupazione. E quindi rinunciare all’idea di uno stato interventista di stampo liberal persino nelle dosi più che omeopatiche della “terza via” degli anni novanta. Comunicativamente, ricercare a costi assai alti il compromesso con la linea intransigente sui tagli al deficit imposta dai repubblicani, a scapito delle ricette per la crescita e la lotta alla disoccupazione – temi su cui il GOP aveva costruito la grande vittoria delle elezioni di medio-termine – è parso sinonimo non tanto di “pragmatismo” quanto di adesione all’ideologia anti-government della destra.

Alla grande narrazione di stampo reaganiano secondo cui il governo è “il problema, e non la soluzione”, non se ne contrappone un’altra, liberal o post-liberal, ma si rincorre il compromesso su una posizione intermedia che pare scivolare progressivamente verso destra e che, cosa più importante per le premesse obamiane, rischia di non unificare né trasformare il paese. Queste sono le tipiche preoccupazioni espresse da porzioni consistenti del mondo democratico, consapevole delle enormi difficoltà politiche ed economiche che l’amministrazione si è trovata ad affrontare nel 2009, ma dubbiose su come sia stato speso l’enorme capitale politico accumulato da Obama.

In realtà le distanze biografiche e politiche di Obama dalla tradizione del liberalismo americano del dopoguerra non devono sorprendere. Già in The Audacity of Hope l’allora senatore parla di quella cultura politica da spettatore di una vicenda storica conclusa, di cui la sua generazione ha beneficiato, ma non è stata protagonista. Non può non riconoscere che la sua stessa vicenda personale è parte della grande stagione dei diritti civili, che rese possibile tra le altre cose i matrimoni interrazziali (un pezzo della sua biografia, insomma), ma mette anche a fuoco senza sentimentalismi le ragioni dell’esaurimento del liberal consenus, in primo luogo la sua incapacità di rispondere, a differenza del conservatorismo reaganiano, “al nostro bisogno di credere che non siamo semplicemente soggetti a forze cieche e impersonali ma che possiamo dar forma al nostro destino individuale e collettivo”.

In quelle stesse pagine Obama riconosce a Clinton il merito di avere quantomeno tentato di uscire dallo steccato ideologico costruito attorno all’America liberal dalla narrazione reaganiana. Basta questo a farne un liberal centrista? Da un lato le sue aperture all’agenda repubblicana sul budget, e prima ancora sulla politica fiscale, rievocano la strategia clintoniana della triangulation ispirata dal noto e discusso consulente politico Dick Morris, proprio a partire dalla sconfitta del 1994. Dall’altro, l’analogia con gli anni novanta è fuorviante per vari motivi, a partire dalle diverse matrici politico-culturali alle quali attingono sia Clinton che Obama. A differenza del secondo, il primo si considerava un liberal disposto a riposizionarsi al centro per mezzo di compromessi elettoralmente vantaggiosi, ma senza recidere del tutto il legame con la matrice originaria, come dimostrò con la sua fermezza non priva di toni populisti a difesa di “Medicare, Medicaid, istruzione e ambiente” nella battaglia che portò il GOP di Newt Gingrich nella trappola dello shutdown.

Il secondo, non solo ha un rapporto diverso con quella matrice, ma per temperamento non è incline alla retorica del populismo economico che molti liberal gli chiedono da tempo, e infine vede il compromesso tra le parti non tanto in termini strumentali, quanto come la leva per il superamento delle divisioni ideologiche e della iper-partisanship che ha sempre considerato il vero problema dell’America contemporanea. Per questo è ipotizzabile che Obama nell’immediato si stia preoccupando dei sondaggi, ma nel lungo periodo tema ancora di più il rischio di diventare un presidente neo-liberal “di transizione” alla Clinton più che un presidente “di trasformazione” alla Reagan, ma di orientamento post-liberal; per lui sarebbe sicuramente una sconfitta cocente.