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L’OPEC e la guerra dei prezzi energetici

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A fine novembre si è tenuto il 166° meeting dell’OPEC. La decisione di mantenere inalterata la produzione al livello attuale (30 milioni di barili/giorno), è stata presa “nell’interesse di ristabilire l’equilibrio del mercato”, dopo che da giugno le quotazioni del Brent erano scese da $115/barile a $85 circa. La strada scelta per far rientrare l’eccesso di offerta è stata quella di lasciar oscillare i prezzi ulteriormente al ribasso, rinunciando al tradizionale ruolo di swing producer esercitato spesso in passato. E così il prezzo ha continuato a scendere. Il 12 dicembre il Brent veniva scambiato di poco al di sopra dei $60/barile, quasi la metà di giugno.

L’eccesso di offerta è dovuto in larga misura alla nuova produzione proveniente da operatori di Paesi non membri dell’OPEC, dunque non sottoposta a meccanismi di coordinamento della pianificazione della produzione. Negli ultimi anni, prezzi poco volatili e molto elevati ($110/barile, la media nel triennio 2011-2013) hanno favorito l’emergere non coordinato di massicci investimenti per lo sfruttamento di nuove risorse, e generato aspettative di un surplus strutturale di offerta, che prima o poi si sarebbe manifestato con uno shock per l’equilibrio del mercato e la stabilità dei prezzi. Fino a giugno, per le tensioni geopolitiche ancora in corso, le quotazioni del barile non ne avevano temporaneamente risentito. Ma dopo l’estate, con il rallentamento dell’attività economica in Europa e Asia e della crescita della domanda di petrolio, è stato il prepotente ritorno sulla scena dei “fondamentali” a determinare il crollo dei prezzi. 

L’OPEC sarebbe probabilmente riuscito a mantenere il barile ad un livello compreso tra $80 e $90, con il sacrificio di 1,0-1,5 mln di barili/giorno della propria produzione, ma solo per un periodo limitato (1/2 anni al massimo). A tali livelli di prezzo, lo sviluppo dei nuovi progetti, soprattutto quelli non convenzionali in Nord America, non si sarebbe arrestato, generando ancora pressione e necessità di ulteriori tagli produttivi, insostenibili per il cartello. Si è riusciti così a trovare una convergenza intorno alla decisione di non ridurre la produzione e difendere le proprie quote di mercato, a costo di innescare guerre di prezzo.

Con la sua condotta l’OPEC spera che un calo dei prezzi controllato possa  riassorbire l’eccesso di produzione degli operatori non membri del cartello, che hanno condizioni meno favorevoli di costo soprattutto rispetto ai Paesi del Golfo. Per ora, questi sembrano rassegnati alle fluttuazioni di prezzo, facendo comunque leva sui propri vantaggi competitivi.

Se il cartello perderà definitivamente la capacità di esercitare una funzione di garante di ultima istanza della stabilità del mercato petrolifero, potrebbero però venire meno le basi della sua stessa esistenza. È importante chiedersi se in futuro saranno trovati meccanismi alternativi di coordinamento dell’offerta in grado di sostituire quelli attuali, che fino ad ora hanno comunque mitigato il rischio di mercato degli investimenti esplorativi, o se il bilanciamento sarà lasciato soltanto alle oscillazioni dei prezzi, come sembra delinearsi nella fase attuale. Se così sarà, si aprirà una nuova fase caratterizzata da una maggiore conflittualità tra i produttori: ciò potrebbe accentuare la volatilità delle normali fasi cicliche e dunque l’incertezza connaturata agli investimenti nel settore petrolifero, di per sé già molto rischioso per l’esposizione a imprevisti di natura tecnica e geopolitica, oltre che commerciale. Un simile assetto però non pare sostenibile nel lungo termine e una forma di coordinamento dell’offerta dovrà essere trovata.

Il bersaglio principale dell’OPEC è lo sviluppo della produzione di idrocarburi in Nord America (tight oil negli USA e oil sands in Canada): grazie all’uso di tecnologie non convenzionali, negli ultimi anni questo settore ha avuto un tasso di crescita inaspettato, in grado di neutralizzare gli impatti nel mercato delle interruzioni dovute all’instabilità geopolitica in molte aree di produzione. I progetti nordamericani sono considerati la causa principale dell’eccesso di offerta che sta spostando repentinamente l’equilibrio a vantaggio dei consumatori. Ed hanno avuto uno sviluppo tale da far intravedere agli Stati Uniti il possibile raggiungimento dell’indipendenza energetica al 2020 e un incentivo ad un eventuale disimpegno dalle questioni politiche e di sicurezza del Medio Oriente.

Ora, molto dipenderà dalla capacità degli operatori americani di ridurre i costi di produzione e trovare adeguate risorse per finanziare i nuovi investimenti alle nuove condizioni di prezzo. In merito al primo aspetto, negli USA oggi la variabilità del punto di break even dei progetti non convenzionali è molto ampia e può spaziare da $115 a $30/barile. Agli attuali livelli di prezzo, i progetti meno efficienti avrebbero dunque marginalità negativa e potrebbero essere accantonati. Secondo molti analisti, però, vi sarebbero ancora ampi margini di efficienza, ottenibili perseguendo economie di apprendimento, selezionando meglio le risorse da sfruttare e riducendo i margini dei fornitori di tecnologia, servizi e attrezzature per l’estrazione. Il conto economico dei progetti è però solo un aspetto, forse quello meno determinante, del problema. La preoccupazione maggiore sulla tenuta della nuova industria USA riguarda la capacità di finanziamento dei nuovi investimenti, ed è proprio su questa vulnerabilità che punta l’OPEC. La riduzione della quotazione del barile avrà un impatto negativo sui flussi di cassa futuri di molti progetti, che potrebbero non essere più in grado di sostenere gli investimenti tipici dei progetti non convenzionali. Essi, a differenza di quelli convenzionali, hanno un ritmo elevatissimo perché richiedono la ricostituzione della capacità produttiva ogni uno o due anni (per questo motivo è anche maggiore la loro sensibilità a variazioni di prezzo). A ciò si aggiunge il fatto che il nuovo scenario sta facendo sentire i suoi effetti anche sui tassi di interesse e sulla capacità di finanziamento o rifinanziamento bancario per il maggior rischio percepito, in situazioni di leva finanziaria già molto stressata. Verosimilmente, assisteremo ad una ristrutturazione e a un consolidamento di un’industria oggi molto frammentata.

L’efficacia dell’azione dell’OPEC e la sua capacità di coordinamento sono state indebolite dall’escalation delle tensioni geopolitiche tra il fronte dei produttori arabi sunniti del Golfo guidati dall’Arabia Saudita e il tandem sciita di Iran e Iraq. L’esito dell’ultimo meeting rappresenta una vittoria della linea promossa dall’Arabia Saudita e dai suoi alleati del Golfo (UAE e Kuwait), a cui gli altri membri del cartello si sono dovuti allineare, schiacciati tra la concorrenza della nuova produzione nordamericana e le migliori condizioni competitive dei sauditi. Iran e Iraq in particolare avevano fino a pochi mesi fa

avanzato pretese di aumento delle proprie quote. In una fase di eccesso di offerta nel mercato, tali pretese implicavano la contestuale riduzione delle quote dei produttori sunniti. Ma sia la ripartizione delle quote sia il livello di produzione in termini assoluti sono rimaste inalterate, ridimensionando i piani di sviluppo dei produttori sciiti, svantaggiati da fiscal break even price più elevati e l’inferiore dotazione di riserve valutarie. Il momento è critico tanto per l’Iran, che nei prossimi mesi dovrà negoziare un accordo vitale sul nucleare e sulle sanzioni economiche, quanto per l’Iraq, il cui governo potrebbe risentire delle minori entrate petrolifere nella capacità di resistenza all’ISIS.

La nuova condotta dell’OPEC sembra l’unica praticabile nello scenario attuale di offerta e di concomitante accentuarsi dell’instabilità geopolitica in Medio Oriente. BNP Paribas ha calcolato che ad un prezzo medio del petrolio di circa $70/barile, nel 2015 ci sarebbe una riduzione dei ricavi petroliferi dell’OPEC di $316 miliardi. Se il cartello non riuscirà nell’intento di frenare la crescita della nuova offerta e ristabilire un livello sostenibile dei prezzi nel medio termine, ci potrebbero essere conseguenze importanti sulla stabilità interna di tutti i Paesi membri. La contrazione dei ricavi petroliferi, come evidenziato dall’ultimo Outlook del Fondo Monetario Internazionale, in concomitanza con la crescita demografica galoppante, renderebbe più difficile finanziare i saldi delle partite correnti e dei bilanci pubblici. Ciò vale anche per Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait, sulla carta meno sfavoriti dal crollo dei prezzi.

In alcuni passaggi la storia sembra ripetersi. L’attuale crisi sembra molto simile a quella del 1985 che ha fatto sentire i suoi effetti fino al decennio successivo. In passato si sono ripetuti spesso cicli di volatilità dei prezzi e fasi di forte instabilità geopolitica. Vari fattori, nel lungo termine, potrebbero generare dei meccanismi automatici in grado di riportare il mercato del petrolio in equilibrio, eliminando il surplus strutturale di offerta. Ma nel frattempo l’instabilità potrebbe aggravarsi ancor di più. Nel caso in cui il crollo dei prezzi dovesse accentuarsi e prolungarsi, la riduzione sostanziale delle entrate petrolifere dei Paesi produttori di alcune aree a forte instabilità geopolitica potrebbe essere fatale senza dare loro il tempo neanche di programmare la transizione verso un’economia meno dipendente dagli idrocarburi.

Questo “nuovo mondo del petrolio” avrà ricadute anche al di fuori dei confini del mercato. Ma il loro esito oggi non è affatto scontato.