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Lo strano binomio Merkel-Obama e la priorità dell’economia

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L’incontro Merkel-Obama del 7 giugno, alla Casa Bianca, ha dimostrato una certa assonanza nelle motivazioni che guidano la politica estera di USA e Germania: per entrambi i paesi, contano soprattutto i vincoli economici. Il paradosso, tuttavia, è che questo dato comune non rafforza ma diminuisce la coesione occidentale.

Per la cancelliera tedesca, gli interessi economici dettano le grandi priorità internazionali della Germania, rivolte anzitutto, in questa fase, verso la Cina e i mercati emergenti. Per il presidente americano la pressione del debito (che si somma al grave problema della disoccupazione) ridefinisce la proiezione globale degli Stati Uniti, limitando le opzioni disponibili. In sostanza, mentre la Germania è condizionata dai suoi legami commerciali e finanziari, l’America è quasi costretta a selezionare con cautela gli impegni all’estero per considerazioni di bilancio. In entrambi i casi, le variabili economiche sono decisive per le scelte strategiche: scelte globali ma selettive.

Gli esiti sono molto diversi. La Germania si considera in un certo senso come una potenza (ri)emergente – è sintomatico il fatto che abbia scelto di astenersi assieme a Cina, Russia e India sulla Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU relativa alla Libia. Dal canto loro, gli Stati Uniti stanno con difficoltà rimodulando la loro esposizione mondiale in chiave di austerità – un declino relativo di tipo “controllato”, cioè non precipitoso.

Dal punto di vista storico, va detto che economia e politica estera sono sempre state indissolubilmente legate, dai tempi dei banchieri genovesi e fiorentini che finanziavano le guerre dei sovrani europei. La situazione attuale non è dunque affatto inedita.

Dopo varie oscillazioni, oggi siamo in una nuova fase di forte dipendenza delle scelte politiche dai vincoli della finanza. Ne deriva un problema specifico per i rapporti transatlantici, e forse per l’intero sistema internazionale: Washington sta mettendo a punto una sorta di dottrina della devolution quantomeno se comparata con il tipo di attivismo americano fino agli anni di George W. Bush. Non si tratta di neo-isolazionismo, come dimostra tra l’altro il fatto che Obama abbia deciso una forte escalation in Afghanistan e un marcato aumento degli attacchi chirurgici in Pakistan, e ora stia colpendo con disinvoltura obiettivi terroristici nello Yemen. Si tratta però di un approccio che privilegia gli interventi sostanzialmente unilaterali, mentre lascerebbe volentieri agli alleati regionali la gestione dell’ordinaria amministrazione e di alcune crisi che non hanno riflessi diretti sull’America. Il problema è che nel “vicinato” europeo questo meccanismo di devolution non sembra funzionare.

Gli europei infatti – Germania in testa – stanno ridefinendo al ribasso le proprie ambizioni di perseguire una politica estera e di sicurezza comune (cioè dell’UE come tale) nell’intero vicinato. Questo trend è paradossalmente aggravato dagli interessi globali di Berlino, perché essi sono interpretati in un’ottica soltanto nazionale ed economy first. Lo si vede chiaramente nella gestione della crisi libica e dei flussi migratori legati all’instabilità post-rivolte arabe: due casi sui quali la solidarietà europea ha toccato minimi storici, e certo non solo per responsabilità tedesca.

Allargando lo sguardo, sono insomma lontanissimi i tempi in cui si discuteva con toni accesi sul “diritto di prima scelta” della NATO oppure dell’UE per la gestione delle crisi, quasi che le due organizzazioni facessero a gara per prendersi nuove responsabilità politiche e operative. Ora abbiamo due aggregati – quello europeo e quello transatlantico – indeboliti proprio nelle loro componenti centrali: il vecchio nucleo franco-tedesco non tiene più insieme l’UE, e l’America non tiene più insieme la NATO – nonostante lo sforzo retorico del recente viaggio europeo di Obama. Siamo allora tutti riluttanti e disorientati di fronte alla sfida del cambiamento avviatosi sulla sponda sud del Mediterraneo; un processo che ha molti possibili esiti e che sarà comunque seriamente influenzato dalla vicenda libica. E appunto il protrarsi delle operazioni militari in Libia mostra tutti i limiti del binomio Merkel-Obama nel contesto attuale: i due hanno ribadito con vigore la formula secondo cui il colonnello Gheddafi deve andarsene, ma l’affermazione non trova corrispondenza nell’impegno pratico. Il presidente americano, preoccupato dall’opinione pubblica e pressato dal Congresso, deve infatti fingere di non fare quasi nulla sul piano militare per portare a compimento la missione libica della NATO, mentre la cancelliera tedesca si è perfino chiamata fuori da ogni coinvolgimento militare.

Quando due insostituibili pilastri della coalizione occidentale si comportano così (per quanto legittime siano le loro scelte), perfino un leader screditato e indebolito come Gheddafi, e un piccolo paese come la Libia, diventano enormi grattacapi.