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L’indebolimento della posizione iraniana e il possibile asse con l’Egitto

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”I leader dell’Iran devono capire che ora è venuto il tempo per una soluzione diplomatica, perché una coalizione è ferma e unita nel chiedere che rispettino gli impegni e noi faremo tutto quanto è necessario per prevenire che l’Iran si doti di armi nucleari”. Nel suo recente discorso sullo Stato dell’Unione, Barack Obama si è dimostrato allo stesso tempo possibilista e risoluto nei confronti della Repubblica islamica. Dopo l’annuncio, datato 6 febbraio, di nuove sanzioni imposte dagli Stati Uniti per aumentare la pressione esercitata sul governo di Khamenei e Ahmadinejad, l’Iran ha rivelato di essere pronto a convertire una parte del proprio uranio arricchito al 20% come combustibile del reattore. Il portavoce del ministro Ramin Mehmanparast ha affermato di avere inviato “tutti i rapporti all’Agenzia internazionale per l’Energia atomica (AIEA)”. La mossa potrebbe aiutare i dialoghi tra Iran e il gruppo del 5+1 (USA, Russia, Francia, Gran Bretagna e Cina, più Germania) dal momento che così si ridurrebbe lo stock di materiale utilizzabile per costruire armi atomiche. Il nuovo round degli incontri si terrà alla fine di febbraio in Kazakhstan e nonostante l’apparente passo avanti del regime islamico, in pochi confidano che le richieste che ormai da anni il gruppo del 5+1 fa all’Iran, vengano soddisfatte. Infatti, se da una parte il regime sembra volere convertire parte del suo uranio arricchito, dall’altra ha rifiutato colloqui bilaterali con gli Stati Uniti e ha annunciato di avere installato centrifughe avanzate presso il complesso nucleare di Natanz. Queste, se attivate, potrebbero accelerare il processo di arricchimento dell’uranio. Anche Ban Ki-moon si è detto preoccupato che l’Iran voglia usare i colloqui per coprire l’incremento dell’attività nucleare.

In una situazione di crescente isolamento internazionale per il programma nucleare, la Repubblica islamica si è alienata molti consensi, anche nel mondo arabo, da ultimo per la strenua difesa del regime di Bashar al Assad in Siria. La guerra civile tra lealisti e ribelli, che secondo l’ONU ha già causato oltre 70 mila morti e 700 mila profughi (di cui 200 mila nel solo Libano), sta per entrare nel suo terzo anno e il suo esito è più incerto che mai. La Repubblica islamica iraniana difende attivamente il regime di Assad, rifornendolo di fondi, armi e uomini del Corpo delle guardie della Rivoluzione islamica. Ciò avviene non solo per ragioni ideologiche, cioè difendere, come anche in Bahrein, la minoranza alawita al potere, ma anche per ragioni strategiche e geopolitiche: la Siria è fondamentale per mantenere collegamenti fisici e continuare ad influenzare Hezbollah in Libano, come è avvenuto fin dal 1982.Ed è di pochi giorni fa la notizia, diffusa da un importante membro dell’amministrazione Obama, che l’Iran e Hezbollah starebbero costruendo una milizia di oltre 50 mila soldati in Siria. “È una grande operazione – ha affermato – sembra che nell’immediato vogliano appoggiare Assad, ma per l’Iran è molto importante avere a Damasco una forza importante su cui poter contare”. La vittoria di Assad, per quanto auspicata, non è più l’obiettivo principale dell’Iran e del suo alleato Hezbollah. Come dichiarato di recente da Hassan Nasrallah “chi pensa che i ribelli possano risolvere la situazione sul campo commette un grandissimo errore”. Dal momento che una vittoria di Assad non sembra più perseguibile, il “piano B” che la nuova milizia dovrebbe perseguire è creare instabilità nel paese dopo la fine della guerra civile, per mantenere il potere e formare un’enclave alawita e sciita nel nordovest del paese. Rischio per cui ha espresso preoccupazione anche John Kerry, nuovo segretario di Stato americano.

La guerra rischia però di raffreddare ulteriormente i rapporti tra Iran e Hezbollah, che sono ben lontani dagli antichi splendori degli anni Ottanta e Novanta. L’instabilità in Siria rischia di contagiare il Libano e di portarlo in gravi difficoltà sociali ed economiche, visto il sempre più elevato numero di profughi che varca il confine fuggendo dalla guerra. L’ultima esperienza di Hezbollah al governo, apprezzata dagli sciiti libanesi, potrebbe subire pesanti critiche, soprattutto se dovesse scatenare altri interventi aerei da parte di Israele e se riaccendesse la miccia dei conflitti sociali, sempre latenti, a Beirut.

La crescente solitudine iraniana, legata alle ambizioni regionali che si manifestano nei diversi teatri, ha portato alla visita di Mahmoud Ahmadinejad in Egitto. Una visita che non si verificava dal 1979, anno della presa del potere islamico in Iran, quando l’Egitto ha firmato un trattato di pace con Israele e ha ospitato lo Shah deposto dalla rivoluzione. Il premier iraniano è passato sopra alle critiche che gli sono state rivolte dall’università di Al-Azhar, massima autorità del sunnismo, e dagli egiziani. Sono più le cose che dividono i due paesi, rispetto a quelle che li uniscono, ma la comune volontà di aumentare il proprio potere nella regione è dirimente. “L’alleanza tra il Cairo e Teheran – ha detto Ahmadinejad – è nell’interesse sia del popolo egiziano che di quello iraniano”. Un interesse anche economico: il volume di affari tra i due paesi ammonta per ora alla modesta cifra di 331 milioni di dollari, secondo Ahmadinejad nei prossimi 10 anni arriverà a una cifra compresa tra i 20 e i 30 miliardi di dollari, tenendo conto del commercio, del turismo e degli investimenti.

I nuovi accordi farebbero bene a entrambi i paesi: gli ultimi sanguinosi eventi che hanno riguardato l’Egitto, e l’impossibilità del presidente Mohamed Morsi di imporre un aumento delle tasse sui beni non di prima necessità, hanno allontanato il prestito del Fondo monetario internazionale da 4,8 miliardi di dollari al tasso di interesse risibile dell’1,1%. Un prestito fondamentale per risollevare l’economia egiziana in forte crisi. Teheran, dal canto suo, ha visto i suoi proventi derivanti dalla vendita del greggio dimezzati a causa dell’efficacia delle sanzioni economiche imposte nell’estate 2012 da Unione Europea e Stati Uniti. Se si considera anche la crisi valutaria che ha investito l’Iran, si capisce perché Teheran abbia tanto bisogno del Cairo quanto il Cairo di Teheran.