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L’incognita “Tobin tax” nell’agenda di Frau Merkel

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L’ennesimo scontro interno all’esecutivo tedesco ruota attorno alla scelta della signora Merkel di dare manforte al Presidente francese, Nicolas Sarkozy, in tema di tassazione delle transazioni finanziarie. Un accordo fra tutti i ventisette paesi membri della UE resta ancora oggi l’obiettivo principale del Cancelliere, ma, se il Regno Unito dovesse continuare a mostrarsi sordo al dialogo, a fine gennaio la Germania sarebbe disposta ad esplorare soluzioni alternative, tra cui quella di tassare i movimenti di capitale nella sola Eurozona. «Si tratta di un impegno preso a titolo personale», ha precisato la signora Merkel, il cui gabinetto cristiano-liberale discute da tempo i dettagli della proposta, senza tuttavia aver mai raggiunto un’intesa.

Mentre la CDU nel suo congresso federale di novembre ha deliberato in favore di una veloce introduzione della cosiddetta “Tobin Tax” «anche nei soli Stati dell’Euroarea», gli alleati dell’FDP continuano a nicchiare. Nel maggio del 2010 Frank Schäffler arrivò persino a dimettersi dalla carica di capogruppo del partito liberale in Commissione Finanze, dopo che la coalizione giallo-nera aveva raggiunto un accordo di massima per introdurre la tassa a livello internazionale. Ora il cerchio si è stretto e i liberali sono a loro volta scesi di un gradino: da un’imposta mondiale si dicono pronti ad accettarne una versione soltanto su scala europea, non però a livello di singolo paese o di area monetaria.

Questa posizione è simile a quella della Danimarca (a guida socialdemocratica), cioè il paese che dal 1° gennaio di quest’anno è presidente di turno del Consiglio UE. Da una rapida analisi delle argomentazioni contenute nel documento diramato dal gruppo parlamentare dell’FDP l’11 gennaio, emerge tuttavia che il no dei liberali è ben più circostanziato di quanto essi stessi vogliono dare ad intendere. Al di là del noto problema legato al flusso di capitali destinato a riversarsi dalla Borsa di Francoforte alla City londinese, l’FDP è in realtà scettica sull’efficacia tout court di un tale balzello. Una eventuale riduzione della liquidità dovuta a questo tipo di imposizione potrebbe infatti accrescere la volatilità sui mercati finanziari e contribuire ben poco alla loro stabilizzazione. Senza contare che «molte transazioni sono economicamente sensate e diventerebbero più costose. Talune servono infatti ai creditori, tra cui vi sono imprese fortemente votate all’export, a coprirsi dal rischio di cambio». Anche la conclusione del documento sembra preludere ad una trattativa tutt’altro che facile con la Cancelliera: «Fino ad oggi non esiste un solo esempio di una tassa sulle transazioni finanziarie che abbia avuto successo».

Anche se i sondaggi delle emittenti televisive tedesche indicano una chiara maggioranza di favorevoli tra gli elettori, l’FDP può fare affidamento sugli autorevoli pareri della Bundesbank e dell’accademia economica tedesca. Nel corso di un’audizione pubblica tenutasi il 30 novembre scorso presso la Commissione Finanze per discutere delle proposte sul tappeto, è emersa infatti una netta spaccatura tra l’establishment finanziario e la classe politica. Mentre quasi tutti i partiti rappresentati al Bundestag si dicono pronti ad introdurre la tassa anche immediatamente, economisti e banchieri sono più titubanti. «Il problema centrale resta la rilevanza sistemica degli istituti di credito», spiega il professor Volker Wieland dell’Università di Francoforte nella sua memoria. «Si colpiranno le imprese medio-grandi, che già oggi versano in una difficile condizione di liquidità», sottolinea il professor Christoph Kaserer della Technische Universität di Monaco di Baviera.

Tornando al piano politico, rimane incerto fino a che punto i liberali siano disposti ad andare al muro contro muro con la signora Merkel. In diverse altre occasioni l’FDP si era inizialmente mostrata intransigente, finendo poi per accettare un compromesso favorevole al Cancelliere. Ad ammettere la debolezza del proprio partito è stata persino un’esponente liberale, Katja Hessel, sottosegretario all’economia in Baviera: «E’ una posizione che non potremo mantenere a lungo», ha spiegato al quotidiano Tagesspiegel. Anche dallo Schleswig-Holstein, Land nel quale il 6 maggio prossimo si terranno le elezioni per rieleggere il Parlamento, il presidente dei liberali della regione, Wolfgang Kubicki, chiede ai suoi un ripensamento sul tema della “Tobin Tax”.

La CDU, dal canto suo, spera quindi di approfittare delle divisioni interne agli stessi liberali. Come rivelava sabato scorso la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il capogruppo parlamentare dei cristianodemocratici, Volker Kauder, sarebbe in pressing sull’ex Ministro dell’Economia Rainer Brüderle (FDP) per smorzare le opposizioni dei più intransigenti difensori del libero mercato. Alla fine la linea Merkel dovrebbe ancora una volta prevalere.