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Libia: una vittoria che non convince

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Abbiamo visto Nicolas Sarkozy e David Cameron in Libia, il 15 settembre, a far ricordare il Kosovo moment di Tony Blair ed il Mission accomplished di George W. Bush. A dire il vero, chi ha memoria più lunga non può dimenticare la parata della vittoria di Winston Churchill e Charles de Gaulle a Parigi nel 1945 e non notare il rovesciamento delle sorti: allora era la Gran Bretagna imperiale ad aver aiutato la Francia cobelligerante a liberarsi, insieme al contributo significativo degli americani; oggi è il Regno Unito che ha il ruolo di secondo violino dietro ad una Francia che gode della sua grandeur. Fatte le dovute proporzioni (la missione libica non è stata certamente un momento epocale), resta un’analogia: in realtà i trionfi sono il momento peggiore per vedere la realtà, poiché la vittoria (come la chiesa cattolica) tutto accoglie, tutto copre, tutto perdona.

Cominciamo dalla condotta della guerra, che è stata come certe squadre di calcio: la squadra vince ma non convince.

La partenza politico-diplomatica è stata disastrosa. A livello di Consiglio di Sicurezza ONU le nazioni economicamente più affidabili o emergenti hanno votato in maggioranza pollice verso; c’è stata la massiccia astensione dei BRIC, un’approvazione esitante del Sud Africa, e l’astensione della Germania (equivalente ad un no, confermato dalla mancata partecipazione alle operazioni NATO). Un segnale importante e un precedente che peserà anche nel futuro, frenando in modo significativo la voglia e la capacità politica d’intervento armato.

In Europa si è aggiunto un altro cuneo letale alla PESC/PESD, dopo una lunga serie iniziata nel 1991 con la sciagurata gestione separata della crisi jugoslava. La differenza rispetto all’aggressione all’Iraq nel 2003 è che questa volta Francia e Germania erano su posizioni opposte, ma nessuna delle due ha provato a creare un consenso europeo. La Germania ha valutato, correttamente, che la battaglia dell’euro è cruciale rispetto al sideshow di un Rommel Redux in Libia, e l’Italia, incapace di prendere una leadership politica e militare tutt’altro irraggiungibile, sta riprovando una rimonta nella fase della ricostruzione, come fece in Iraq.

Ovviamente si è notata l’assenza di una reale iniziativa politica europea, ma anche la pétite entente francobritannica (già vista con la Forza di Reazione Rapida in Jugoslavia) è stata misera; dopo Saint Malo (nel lontano 1998) e tante iniziative congiunte, ci si sarebbe aspettato molto di più. Si è detto che purtroppo mancava un quartier generale europeo, ma si tratta di una classica foglia di fico. I francobritannici avrebbero potuto dar vita a un loro quartier generale “leggero”, o usare il collaudato concetto di framework nation per creare nei fatti un quartier generale europeo.

La NATO, nascondendo le lacrime, è difficile che riesca a sorridere: solo 8 paesi su 28 hanno partecipato alle operazioni. È bene ricordare che nel ben più distante, ed inconcludente, teatro afgano la partecipazione – pur tra i tanti caveat – è stata massiccia. Una differenza che è difficilmente spiegabile.

Come abbiamo vinto? Ecco i problemi salienti:

Primo, è stata una campagna al risparmio, con alleati che si ritiravano man mano che il conto economico cresceva.

In secondo luogo, si è trattato di una mobilitazione di mezzi penosamente bassa per il compito (2 sortite d’attacco/ora su un territorio immenso come quello libico; la metà di quelle ritenute necessarie) e per le spese affrontate nei decenni. I due grandi paesi hanno partorito un topolino (55 aerei d’attacco) che è diventato un coniglio dal cilindro grazie alle fragilità del regime ed al lavoro di fiancheggiamento sui ribelli, i quali comunque hanno dimostrato coraggio. Secondo calcoli ufficiali, ad agosto la Francia aveva generato il 33% delle sortite d’attacco, gli USA il 16%, ed il resto dei paesi resto 10% ciascuno (UK ed Italia incluse, tranne Danimarca 11%).

Terzo problema saliente: si è registrata una costante dipendenza dal supporto pregiato degli Stati Uniti. L’80% dei voli di sorveglianza e ricognizione ed il 75% dei rifornimenti in volo era a stelle e strisce, più un sostanzioso rifornimento di bombe intelligenti dopo che le scorte europee si erano esaurite. Dopo decenni di vanto per le loro superiori spese militari, Londra e Parigi dovrebbero riconoscere modestamente le carenze e fare sul serio insieme agli altri europei.

Infine, si è caduti nel brutto vizio di aiutare anche le forze jihadiste pur di vincere – nonostante le molte “lezioni acquisite”, ma evidentemente non imparate.

I punti forti ci sono e non vanno disprezzati. Primo, la vittoria militare esiste, non abbiamo avuto morti (sinora), c’è stato un solo aereo abbattuto, e non sono stati catturati piloti o agenti infiltrati (un ottimo risultato).

Chiudiamo con la sostanza strategica. Gli USA considerano il teatro euromediterraneo secondario, e sembrano ormai orientati ad applicare la stessa logica anche ad Israele. Regno Unito e Francia avranno un duro lavoro da fare per rientrare nei costi di bilancio grazie ai contratti libici; ci sono i soldi dei beni congelati di Gheddafi da sfruttare, ma la produzione di petrolio non sarà a pieno ritmo prima di 1-3 anni, e quella di gas passa per l’Italia senza connessioni con l’Europa. Nel frattempo il rating AAA dei vincitori non aspetta questi tempi, ma viene giudicato sulla base delle aste dei titoli a breve: è su questo punto che la Germania e gli altri paesi nordici della AAA stanno concentrando l’attenzione.

Ora, l’Europa ed i suoi maggiori paesi devono decidere in fretta se la battaglia di Bengasi sarà un’altra Lepanto sterile o l’inizio di un indispensabile consolidamento politico.