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L’Europa di Lisbona: decollo graduale o falsa partenza?

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L’ultima tornata di nomine del Consiglio Europeo riproduce in salsa brussellese il tema più classico della riflessione politica: il rapporto fra “governo delle leggi” e “governo degli uomini”. Cosa sarà più importante per il futuro dell’Europa: le nuove regole del Trattato di Lisbona o le persone che saranno chiamate a interpretarle, il portoghese Barroso, il belga Van Rompuy e la britannica Ashton? Platone avrebbe optato per le regole. Ma la congiuntura politica europea non consente  una conclusione altrettanto univoca.

Il Trattato di Lisbona non chiarisce del tutto le prerogative del Presidente del Consiglio europeo e all’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza. Ed è ancora meno preciso su come queste due istituzioni debbano relazionarsi fra loro e con il Presidente della Commissione. Questi aspetti andranno definiti in via di prassi. Prassi che finirà col configurarsi come ‘precedente’ o addirittura come consuetudine, condizionando in maniera duratura gli assetti istituzionali dell’Unione. Non sembra perciò esagerato affermare che il primo mandato del Presidente del Consiglio Europeo e dell’Alto Rappresentante avrà una vera e propria valenza “costituzionale”. Il che rende legittimo interrogarsi su come gli “uomini” – i neo-nominati vertici delle istituzioni – sapranno interpretare le “leggi” europee.

La scelta apparentemente “scialba” del belga Van Rompuy risponde in realtà al profilo che emerge dal dettato di Lisbona. Il futuro Presidente del Consiglio europeo non disporrà di un’amministrazione autonoma, avrà poteri formali piuttosto limitati e dovrà fare affidamento soprattutto sulla moral suasion per far convergere le posizioni dei Capi di Stato e di Governo. Sarà in altri termini un “Chair” permanente ed un facilitatore dei Vertici europei più che un “conducator”. Risultato per nulla accidentale, a cui si giunse dopo una lunga riflessione condotta già ai tempi della Convenzione sul Futuro dell’Europa. In quella sede si convenne  che un Presidente troppo forte avrebbe alterato i delicati equilibri europei, sancendo la preminenza delle istituzioni intergovernative su quelle sovranazionali. Un Presidente relativamente debole, invece, avrebbe potuto rivitalizzare il Consiglio europeo senza “schiacciare” le altre istituzioni.

Un vero e proprio mattatore come Tony Blair sarebbe stato disfunzionale in questo ruolo. Difficilmente avrebbe resistito alla tentazione di interpretare estensivamente le proprie prerogative e quasi sicuramente avrebbe finito col rubare la scena al Presidente della Commissione e all’Alto Rappresentante. Uno scenario non positivo per l’Unione. Il grigio ma solido Van Rompuy sembra invece fatto apposta per interpretare la parte. Chiunque metta d’accordo fiamminghi e valloni deve essere provvisto di indubbie capacità di ascolto e di mediazione. Doti di cui Van Rompuy avrà sicuramente bisogno quando dovrà far dialogare 27 Capi di Stato e di Governo. Se a ciò si aggiunge che l’uomo deve essere dotato di straordinaria tenacia e di competenze fuori dal comune – avendo dimezzato negli anni ’90, da Ministro delle Finanze, lo stratosferico debito pubblico belga – c’è da essere piuttosto fiduciosi sulla sua capacità di svolgere efficacemente i compiti assegnatigli dal Trattato.

Il pronostico si complica nel caso dell’Alto Rappresentante (AR). Per sua natura, il responsabile della politica estera europea sarà una sorta di Giano bifronte. Il suo “volto” intergovernativo lo porterà a presiedere il Consiglio Relazioni Esterne dell’Unione e ad agire, sul piano diplomatico, come “mandatario” degli Stati membri. Grazie al suo “volto” sovranazionale ricoprirà invece l’incarico di Vice Presidente della Commissione, con le prerogative dell’attuale Commissario per le relazioni esterne. L’equilibrio fra i due volti, o la prevalenza dell’uno sull’altro, dipenderà da come l’AR interpreterà il suo ruolo.

Proprio per questa natura poco definita, l’Alto Rappresentante avrà bisogno di grandi doti personali per affermarsi. Dovrà dimostrarsi autorevole e indipendente, capace di costruire il consenso e abile nell’accreditarsi presso gli interlocutori esterni. Capacità che si sarebbero potute presumere in un leader europeo di alto livello ma che non sembrano immediatamente percepibili nel profilo di Lady Ashton.

Ciò che colpisce, leggendo il suo curriculum, è l’inesperienza in materia di relazioni internazionali. Nel suo “palmares” figurano, come incarichi di un certo rilievo, soltanto un mandato da “Junior Minister” in Gran Bretagna e poco più di un anno da commissaria, in sostituzione del dimissionario Peter Mandelson. Un pò poco per ergersi a leader europeo.

Con queste premesse, è poco probabile che Lady Ashton possa farsi interprete di una politica estera europea realmente ambiziosa. Tanto più che, se i sondaggi elettorali sono corretti, fra pochi mesi dovrà gestire un rapporto particolarmente complesso con un Governo apertamente euroscettico nel suo stesso paese di origine.

Ma a questo punto il livello di ambizione della gestione Ashton non è neanche la principale delle preoccupazioni. Considerato il suo retroterra politico-culturale ci sarebbe già da tirare un respiro di sollievo se il nuovo Alto Rappresentante mantenesse un equilibrio fra il volto intergovernativo e quello sovranazionale del suo portafoglio. Perché sarebbe una vera beffa se il risultato finale della fusione fra Alto Rappresentante e Commissario Relex fosse il “takeover” dei Governi su politiche attualmente gestite secondo il metodo comunitario.

Un test decisivo sarà, nei prossimi mesi, il “lancio” del “Servizio europeo per l’azione esterna”. L’obiettivo, sulla carta, sarebbe creare una sorta di Farnesina europea, ma l’inesperienza di Lady Ashton ed il precedente di Neil Kinnock alla Commissione suscitano qualche timore. Si può fin d’ora scommettere, ad ogni modo, che il Foreign Office lascerà la sua impronta. Col risultato che, nei prossimi anni, la diplomazia europea parlerà e penserà in inglese; inglese ‘oxbridge’, of course, non certo l’idioma meticciato cui le istituzioni UE ci avevano abituati. Un caso piuttosto eclatante di eterogenesi dei fini, dopo l’estenuante guerra di trincea condotta da Londra, fin dai tempi della Convenzione, per ostacolare il rafforzamento della politica estera europea.

Esce fortemente ridimensionata, in questo turbinio di nomine, anche la prospettiva di una “partitizzazione” della dialettica politica europea. Il Partito Popolare e il Partito Socialista Europeo hanno giocato un ruolo sostanzialmente marginale nella partita. Come personaggi di Cocteau, si devono esser detti: “puisque ces mystères nous dépassent, feignons d’en être les organisateurs”. Ma non ne hanno guadagnato molto in credibilità. Il Consiglio Europeo si è incaricato di dimostrare che i “padroni del fuoco” sono e rimangono i Governi nazionali. O meglio, alcuni Governi. Così, il nome di Van Rompuy è emerso da un accordo fra il Cancelliere Merkel e il Presidente Sarkozy, mentre quello della Ashton è figlio, sostanzialmente, di una logica compensatoria, dopo il “no” alla candidatura di Tony Blair. Che il primo sia popolare e la seconda laburista è un aspetto tutto sommato incidentale.

Ironia della sorte, la baronessa rischia di passare alla storia come il primo gregario che si è fatto tirare la volata da un fuoriclasse. E’ poco probabile, invece, che vi riesca per meriti acquisiti sul campo. Le scelte del Consiglio Europeo dimostrano inequivocabilmente la volontà dei leader europei di prevenire protagonismi indesiderati da parte dalle istituzioni brussellesi. E non saranno certo Barroso, Van Rompuy o la Baronessa Ashton (salvo clamorose sorprese) a disattenderla.

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