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L’energia tedesca: un consenso temporaneo

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Tra le materie sulle quali nella politica tedesca si registra un largo consenso rientra a pieno titolo l’energia. La rinuncia al nucleare, attraverso un piano che prevede il graduale spegnimento di tutte le centrali atomiche entro il 2022, non è più messa in discussione. Non è sempre stato così. Sino all’incidente di Fukushima del marzo 2011, le forze dell’attuale maggioranza di governo avevano difeso l’opportunità di conservare il nucleare come fonte di energia, mettendo in discussione le scelte “abolizionistiche” assunte dal gabinetto rosso-verde di Gerhard Schröder (1998-2005) e confermate – per volontà della SPD – dalla Große Koalition successiva (2005-2009).

Si era trattato di un ritorno indietro da quell’abbandono del nucleare (Atomausstieg) che, a giudizio di democristiani e liberali, non era sostenibile dal punto di vista economico nelle modalità in cui si sarebbe dovuto svolgere. La coalizione CDU\CSU-FDP aveva dunque deciso di allungare la vita ai diciotto reattori presenti nel paese, a seconda dei casi, di ulteriori otto o quattordici anni rispetto alla data prevista del loro spegnimento.

L’incidente giapponese e i risultati delle successive elezioni nel Baden-Württemberg (27 marzo 2011), un Land tradizionalmente feudo della CDU conquistato da una coalizione di sinistra a guida ecologista (i Grünen ottennero uno storico 24,2%), furono i fattori determinanti che indussero soprattutto il partito della cancelliera Merkel a una profonda revisione dell’orientamento nuclearista, risultato decisamente impopolare. In pochi mesi fu annullata la proroga dell’attività delle centrali e il parlamento sancì a larghissima maggioranza un’accelerazione nel percorso di abbandono dell’energia atomica: alla fine di luglio la “svolta energetica (Energiewende)” era compiuta definitivamente.

Si potrebbe dunque pensare che la comune opzione “anti-atomo” renda ormai la questione energetica poco presente nel dibattito politico della Repubblica federale. Non è così: il confronto sul procedere della Energiewende continua ad animare il dibattito fra i partiti, mettendo in luce significative differenze in relazione ad aspetti tutt’altro che secondari. Nelle ultime settimane ne sta emergendo in particolare uno: il sensibile rincaro delle bollette dovuto anche alle sovvenzioni di cui gode il settore delle energie rinnovabili.

La legge che promuove il loro sviluppo (Erneuerbare-Energien-Gesetz), approvata nel 2000 dall’allora maggioranza SPD-Grünen, prevede che ad ogni installatore e fornitore di energie non-tradizionali sia garantito un ritorno economico predeterminato: sulla base, cioè, di tariffe che non seguono l’andamento del mercato dell’energia, ma sono fissate in partenza. Una forma di sovvenzione la cui ratio sta nel fatto di favorire la diffusione degli impianti rinnovabili, garantendo alle imprese del settore un guadagno certo. Il risultato è stato un’enorme crescita di pannelli fotovoltaici sui tetti, che ha portato con sé un rincaro delle bollette. Per molti, ma non per tutti: escluse da quest’onere sono infatti le imprese “ad alto consumo di energia”.

Il notevole aumento della spesa energetica che deve sostenere il “semplice” contribuente sta innescando ora una controversia di non poca portata: in ultima analisi, si tratta di determinare come vadano distribuiti i costi dell’abbandono del nucleare nella società. Nello specifico, uno dei temi su cui verte la discussione pubblica è il contributo che devono dare alla Energiewende proprio le imprese sin qui risparmiate. A confrontarsi sono i sostenitori della tesi che le industrie continuino a dover essere esonerate dall’obbligo di pagare le sovvenzioni al settore delle rinnovabili e coloro che, invece, pensano che il sostegno al settore dell’energia “verde” non possa più ricadere tutto sulle spalle delle utenze domestiche. I primi agitano il rischio dell’indebolimento della competitività del settore produttivo tedesco che verrebbe determinato dall’aumento dei costi, i secondi pongono l’accento sull’esigenza di una ripartizione più equa dello sforzo, che non privilegi la grande industria.

Quest’ultima posizione è sostenuta da socialdemocratici e Verdi, che pure avevano previsto nella legge da loro promossa l’esistenza di tali esenzioni. SPD e  Grünen affermano, tuttavia, che l’attuale maggioranza cristiano-liberale abbia allargato troppo la platea delle imprese sollevate dall’obbligo di sovvenzionare l’energia alternativa: dalle 400 iniziali sino alle odierne 9000. Nel mancato contributo di queste aziende – quantificato da uno studio commissionato dal gruppo parlamentare verde in 3,9 miliardi per il 2012 – le sinistre vedono una delle cause principali dell’aumento dei costi per le utenze domestiche (quest’anno di più di un terzo, quantificabile in 90 euro per una famiglia-tipo di quattro persone) e delle piccole e medie ditte.

Di diverso avviso sono le forze della maggioranza: né la CDU\CSU né la FDP ritengono che siano troppe le aziende considerate “ad alto consumo di energia”. Tantomeno che le esenzioni di cui beneficiano siano ingiustificate: nel centrodestra trovano infatti ascolto le rimostranze delle organizzazioni industriali, che denunciano come le imprese tedesche siano penalizzate rispetto a quelle degli Stati Uniti a causa dell’alto costo dell’energia (considerato maggiore del doppio rispetto a quello sopportato dalle aziende nordamericane).

Nell’analisi della coalizione di governo, il problema del rincaro delle bollette è ricondotto ad altri fattori. Per il partito liberale sono le sovvenzioni alla branca dell’energia “verde” a dover essere riviste, lasciando che siano le dinamiche del mercato a determinare costi e guadagni di quel settore. Decisamente esclusa è l’assunzione di una parte del peso di tali sovvenzioni da parte delle industrie ad alto consumo di energia. Per la formazione della cancelliera Angela Merkel la questione va affrontata innanzitutto agendo affinché i consumi energetici domestici diminuiscano: in questo senso si dovrebbe muovere la riforma del settore annunciata dal ministro dell’Ambiente, il democristiano Peter Altmeier, che si mostra più prudente riguardo alla riduzione delle sovvenzioni.

Ed è proprio questa prudenza a non essere gradita dall’alleato liberale e a rappresentare un possibile elemento di instabilità nel già precario equilibrio della coalizione governativa. Il leader della FDP, Philipp Rösler, è Vicecancelliere e Wirtschaftsminister (equivalente ad un ministro delle Attività produttive), ma soprattutto un uomo politico la cui missione consiste nel salvare se stesso e il proprio partito dalla débâcle che i sondaggi attualmente prevedono per le prossime elezioni federali (secondo l’ultimo rilevamento commissionato dalla tv pubblica ARD i liberali non supererebbero la soglia del 5%). Questa difficile condizione spiega il fatto che cerchi di profilarsi come l’autentico difensore delle ragioni della “Germania produttiva”, ben più risoluto dell’attuale partner di governo. Impegnato invece – secondo Rösler – nel tentativo di un’irrealistica riforma soft e graduale, incapace di sciogliere il nodo delle sovvenzioni.

Le prossime settimane diranno se la maggioranza che sostiene la cancelliera Merkel troverà una posizione comune. Ciò che già sin d’ora si può rilevare è che il consenso generale sulla Energiewende dopo Fukushima ha probabilmente impedito alla classe dirigente tedesca di accorgersi per tempo degli “effetti collaterali” dell’espansione delle rinnovabili. E che la ricerca delle soluzioni, ora, non può che essere condizionata dal clima da campagna elettorale che è proprio degli ultimi mesi di qualsiasi legislatura.