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Le speranze residue in un piano internazionale per la Siria

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Un governo di transizione, riforme costituzionali ed elezioni libere. Sono questi i tre punti principali su cui il Gruppo d’Azione sulla Siria, riunitosi il 30 giugno a Ginevra, ha raggiunto un accordo. Queste sono, cioè, le richieste (una sorta di ultimatum) che verranno avanzate alle parti di quella che è ormai una vera guerra civile. Il summit svizzero ha convenuto anche sul fatto che nell’auspicato governo transitorio siano coinvolti membri dell’attuale regime. Sono state escluse eventuali dimissioni di Bashar al Assad, argomento spinoso e sul quale si sarebbe potuta rompere la difficile intesa del Gruppo.

L’incontro non ha quindi fatto registrare novità di rilievo: l’opzione di un governo che includesse personalità del vecchio regime e dell’opposizione aveva già ottenuto il sostegno unanime della comunità internazionale (Russia e Cina incluse) nel contesto del piano di pace di Kofi Annan (marzo 2012). Nella conferenza di Ginevra, la Russia – per la seconda volta – si è impuntata sull’intangibilità di Assad, e anche in quest’occasione ha avuto partita vinta.

L’accordo internazionale c’è, dunque, ma la stessa formula è stata sperimentata nei mesi precedenti e che ha già dimostrato di non funzionare: anzitutto perché il dialogo politico presuppone necessariamente il rispetto di un cessate il fuoco che non è mai stato rispettato, nonostante sia stato sottoscritto sia dal regime che dall’opposizione lo scorso 12 aprile. Il numero di vittime giornaliere e il livello delle violenze sono aumentati vertiginosamente negli ultimi due mesi. L’attività dei 300 caschi blu delle Nazioni Uniti (la Observer Mission) è stata sospesa a causa delle condizioni di insicurezza in cui i funzionari erano costretti ad operare: il generale Mood e i suoi uomini sono stati più volte bersaglio di attentati e spesso impossibilitati ad avvicinarsi alle città assediate (se non dopo che i massacri erano stati compiuti).

Nel frattempo, anche il flusso di armi diretto verso il paese è aumentato e – secondo il New York Times – alcuni agenti della CIA avrebbero fornito armi sul confine siriano-turco a combattenti “scelti” della resistenza. Dall’altro lato, Mosca continua a inviare materiale bellico al regime siriano. È evidente che la militarizzazione del conflitto non faciliti il dialogo politico. Intanto, gli attentati che nelle ultime settimane hanno colpito con sempre maggiore frequenza Damasco (dove il regime gode ancora di notevole sostegno politico), mostrano come la spirale del terrore sia una strategia adottata da tutte le parti in guerra. In questo quadro, la possibilità concreta di indire nuove elezioni, formare un governo di transizione e mettere in atto riforme condivise risulta assai improbabile.

Un secondo invalicabile ostacolo è rappresentato dal mantenimento di Bashar al Assad al potere, ormai delegittimato dalla maggior parte degli attori internazionali oltre che dalle forze dell’opposizione interna. La Corte penale internazionale, inoltre, si è espressa dichiarando pubblicamente che il regime siriano potrebbe essere imputato per crimini contro l’umanità. In una tale prospettiva, immaginare una “restaurazione” del ruolo di Assad, tanto all’interno del quadro politico siriano, quanto nella dimensione diplomatica internazionale risulta davvero poco realistico.

Su questo sfondo, i governi occidentali hanno ribadito che la guerra civile – in corso ormai da quasi 16 mesi – è una questione siriana e che una sua risoluzione potrà venire solo dall’interno. Questa formula, sembra fissare precisi limiti all’azione internazionale. È indicativo in tal senso che neppure la durissima reazione di Ankara all’abbattimento siriano del Phantom F-4 turco lo scorso 22 giugno abbia prodotto un casus belli tale da sciogliere le riserve della NATO sull’opportunità di intervenire militarmente. D’altra parte, l’incidente del velivolo turco (che sia stato intenzionale o involontario, a seconda della versione di Ankara o di Damasco) sarebbe stato comunque un pretesto assai meno consistente rispetto agli oltre 13.000 morti (ufficiali), di per sé certamente sufficienti ad invocare quel principio della “responsabilità di proteggere” che ha in parte giustificato le recenti missioni NATO (ultima quella in Libia).

In apertura della conferenza di Ginevra del 30 giugno, Kofi Annan aveva ammonito che “un eventuale fallimento dell’accordo sarebbe stato giudicato duramente dalla storia”. Un accordo alla fine è stato raggiunto, ma nessuno appare in grado di fermare e neppure rallentare la catastrofe umanitaria in atto.