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Le scommesse di Obama che si intrecciano in Siria

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Tre grandi scommesse geopolitiche di Barack Obama stanno convergendo in Siria: Russia, Iran, riassetto degli alleati tradizionali in Medio Oriente.

La prima scommessa è stata la politica del reset con la Russia, sulla quale Washington ha fatto un serio investimento sin dal 2009. Dopo aver manifestato la propria disponibilità a superare gli strascichi della crisi georgiana del 2008, il presidente americano ha speso ulteriore capitale politico per mantenere aperti i canali di dialogo con Mosca nonostante le vicende ucraine – cercando di fatto di isolare la pur grave questione della Crimea e del Donbass dal resto del rapporto bilaterale: ora è arrivato il momento di capire se davvero Putin vuole soprattutto umiliare gli USA in Siria e salvare Assad ad ogni costo, oppure favorire un compromesso accettabile anche per i paesi occidentali.

Intanto, il coinvolgimento di un membro della NATO come la Turchia (nonostante il ruolo a dir poco ambiguo di Ankara in Siria tra ISIS, altre forze islamiste, e milizie curde) ha forzato la mano alla NATO, spingendo i paesi alleati (e dunque in primis Washington) a ribadire la garanzia territoriale in base all’Articolo 5 del Trattato dell’Atlantico del Nord. Non c’era alternativa, dopo le incursioni dei caccia russi nei cieli anatolici, eppure esiste ancora la possibilità di forme pragmatiche di collaborazione russo-americana in Siria; la finestra di opportunità è socchiusa, ma il tempo stringe prima che i fatti sul terreno scavalchino la diplomazia. Certo è interesse americano evitare che si crei una contraddizione diretta tra due obiettivi importanti: una Siria post-Assad in qualche modo sostenibile, e un rapporto con Mosca che non sia ostaggio di alleati “problematici” come i paesi baltici (in Europa) o appunto la Turchia (in Medio Oriente).

Il secondo fattore su cui Obama ha scommesso è quello iraniano (intrecciato, fin dall’inizio, a quello russo a causa della presenza di Mosca nel formato “5+1”): fatto l’accordo sul nucleare, si è aperta una fase di interregno – prima delle elezioni parlamentari del febbraio 2016 in Iran e mentre si riassesta il regime delle sanzioni internazionali – in cui però si è inserita appunto la svolta possibile nella crisi siriana. A questo punto anche Teheran deve scoprire le carte, decidendo se gettare tutto il proprio peso nel sostegno ad Assad con una nuova coalizione a guida russa, oppure se guardare più avanti e accettare anche un ruolo saudita e occidentale nella possibile ri-sistemazione della Siria e dell’Iraq.

La terza scommessa della politica mediorientale di Obama riguarda la volontà dei tradizionali alleati arabo-sunniti – a cominciare dall’Arabia Saudita – di accettare alla fine come un dato di fatto la reintegrazione diplomatica dell’Iran, e contribuire a modo loro a un nuovo e delicato equilibrio regionale. Alla luce degli ambigui risultati militari delle operazioni a guida saudita in Yemen (tuttora in corso), è arduo pensare che Riyad abbia davvero la capacità di raccogliere attorno a sé una coalizione efficace nel cambiare gli equilibri in Siria (e magari in Iraq), limitando l’influenza iraniana ma senza dare linfa vitale a mostri fondamentalisti (vedasi ISIS). Lo scenario prefigurato dalla strategy of restraint obamiana (come è stata talvolta definita) poggia su un equilibrio di potenza regionale in cui i paesi arabi sunniti si assumano maggiori responsabilità per la propria sicurezza proprio in chiave multilaterale, ma senza costruire alleanze apertamente antagoniste rispetto all’Iran (quale guida del mondo sciita); dunque, si tratta di una linea sottile su cui far camminare la diplomazia della regione.

Nell’ipotesi di un nuovo assetto delle alleanze tradizionali che l’America ha coltivato per decenni in Medio Oriente rientra naturalmente anche Israele – che si è schierato senza mezzi termini con le monarchie del Golfo nella valutazione del problema iraniano, ma anche delle “rivolte arabe”. E qui nascono nuove incognite, con il rischio perenne che la violenza su scala locale produca un ritorno periodico all’Intifada con la successiva repressione israeliana. Resta però almeno un dato parzialmente nuovo: nessuno degli attori regionali sembra più disposto a considerare davvero la questione israelo-palestinese come il cuore dei problemi mediorientali. E questo è in effetti un passo avanti, non per lasciare i vecchi contendenti al loro destino ma per collocare gli eventi in una prospettiva più propriamente locale, evitando pericolosi contagi regionali che peraltro non hanno mai favorito la “causa palestinese”.

Alla luce di queste tre considerazioni generali, il disastro siriano è ormai diventato un nodo centrale per la politica estera di Obama – a dispetto della sua convinzione che il nucleo degli interessi americani sia altrove. In un quadro così complicato per tutti gli attori coinvolti, restano però almeno due elementi di semplificazione che non vanno dimenticati: la radicata riluttanza del presidente a impiegare la forza senza una prospettiva diplomatica, e i limiti dello strumento militare aereo (anche se coadiuvato da piccoli contingenti di “forze speciali”) nel modificare i dati di una crisi sul terreno.

La riluttanza persistente di Washington a “fare di più” in Siria va sempre letta attraverso la visione che Obama ha adottato con una certa coerenza: anzitutto, non prendere nuovi impegni che non si è sicuri di voler e poter onorare. Un’eccezione è stata la famigerata “linea rossa” – tracciata e presto ignorata – proprio in Siria che avrebbe potuto scatenare un intervento militare in caso di uso di armi chimiche da parte del regime di Assad; ma per il resto il presidente in carica interpreta ogni situazione conflittuale nell’ottica della recente esperienza in Iraq e in Afghanistan. Il nucleo del ragionamento politico è che l’opinione pubblica americana non vuole che il paese finisca “intrappolato” militarmente per tempi lunghi e senza una chiara prospettiva di exit: ogni altra considerazione è secondaria, finché c’è Obama. Il suo personale scetticismo sull’efficacia delle soluzioni militari ad alta intensità, peraltro, va probabilmente oltre quello di molti dei suoi consiglieri più stretti, ma finora ha sempre prevalso.

Quanto al problema dell’efficacia dello strumento aereo che oggi vediamo riproporsi in Siria, è davvero un dibattito tradizionale e ben noto (dai manuali di strategia fino all’esperienza tattica delle truppe americane). La chiave dell’efficienza di un intervento coercitivo è la combinazione con l’equilibrio di forze sul terreno, e a certe condizioni le operazioni aeree (che oggi includono ovviamente i droni) possono cambiare l’inerzia di un conflitto; ma non senza una componente di terra (idealmente simultanea, o almeno successiva). Dunque, se non si intende inserire forze proprie in ambiente ostile, è necessario quantomeno avere alleati in loco. È un limite al quale praticamente non si sfugge, e la Siria non farà eccezione.

Si può osservare, in estrema sintesi, che Barack Obama non avrebbe certo scelto il contesto siriano per chiudere idealmente la parabola della sua politica estera nell’ultimo anno di presidenza. Ha fatto di tutto per selezionare con cura quali battaglie combattere, ma a volte si deve fare di necessità virtù.