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Le scelte strategiche americane: più Asia e meno risorse per la difesa

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Attenzione ai nemici di sempre, dovunque si trovino  e qualunque forma assumano, ma anche accresciuta consapevolezza della centralità della Cina e della sfida posta dalla sua espansione economica: sono queste le indicazioni di fondo che emergono dalla nuova strategia di difesa presentata dal Presidente americano il 5 gennaio.

Barack Obama ha ribadito che intende rispettare l’impegno di ridurre le spese militari: si tratta di 487 miliardi in meno per il Pentagono nei prossimi dieci anni. Ha altresì affermato che gli Stati Uniti “rafforzeranno la loro presenza militare  nel settore Asia-Pacifico e i tagli di bilancio non si faranno a spese di questa cruciale regione”. Il documento, al momento della sua presentazione, non poteva non essere accompagnato da quei toni “muscolari” che sono imposti da un delicatissimo anno elettorale: il “mantenimento della superiorità militare” è infatti un assioma, più ancora che un obiettivo.

Può servire ad  arginare le critiche dei repubblicani il fatto che il bilancio per la difesa resterà più alto rispetto all’era Bush e supererà – di gran lunga – quello di qualunque altro Stato, ovviamente Cina compresa. Ci sarà la preventivata riduzione degli effettivi (quelli dell’esercito dovrebbero scendere nel prossimo decennio da 565mila a un massimo di 500mila e i marines dovrebbero perdere 15-20mila unità), ma ciò dovrebbe andare a vantaggio dell’efficienza, dell’agilità, e dell’ammodernamento per rispondere a nuove esigenze che “non sono più quelle della guerra fredda”.

La presidenza Obama, una vota chiuso il capitolo Iraq, guarda ormai oltre l’Afghanistan e rinuncia all’obiettivo di avere a disposizione forze sufficienti per due guerre simultanee su larga scala. Si ristrutturano perciò le forze armate per essere pronti a condurre “una campagna armata combinata in tutti i campi, terra, aria, mare, spazio e cyberspazio”, e nel contempo una crisi più limitata provocata da un “aggressore opportunista”. L’Europa non sembra destare particolari preoccupazioni, mentre per il Medio Oriente e la trascuratissima Africa  sembra che Washington sia orientata a puntare sul “modello-Libia”, visto come la nuova frontiera della Nato e il modo migliore per condividere il peso della sicurezza (energetica in primo luogo) con gli alleati.

Washington ha invece indicato con assoluta chiarezza che il settore Asia-Pacifico ha bisogno di una marina e di un’aeronautica che non lascino dubbi sulla capacità americana di intervento. Anzi, si potrebbe dire che la “leadership globale degli Stati Uniti”, presupposto della nuova strategia di difesa,  passi soprattutto attraverso questi strumenti. D’altra parte, se quando ci si riferisce a una guerra di ampie dimensioni si pensa all’Iran, il teatro più probabile e temuto di aggressioni opportunistiche è l’Asia orientale. Il riferimento è in particolare a due scenari: il primo è la Corea del Nord di Kim Jong-un, qualora scegliesse la strada di provocazioni così gravi che fosse impossibile non  dare loro una consistente risposta; il secondo scenario riguarda il Mar Cinese meridionale, se uno dei tanti contenziosi tra la Cina e i Paesi vicini prendesse una brutta piega. Su tutto aleggia la rapida crescita dell’apparato militare cinese, tuttora e per molto tempo ancora incapace di minacciare direttamente e in modo massiccio gli Stati Uniti, ma superiore a quello degli altri Paesi della regione e quindi in grado di influenzarne le scelte anche attraverso varie forme di pressione.

Si amplia così la distanza tra i due binari su cui sembra muoversi la strategia americana: da un lato la volontà  di stabilire rapporti di fattiva collaborazione con Pechino, e dall’altra la tendenza ad ostentare una superiorità militare con l’esplicito intento di  bloccare la crescita della influenza cinese in Asia orientale. La credibilità della linea di Obama dipende in larga misura dalla capacità di mantenere un ragionevole parallelismo tra questi due binari; impresa non facile considerando, come si riconosce nello stesso documento del Pentagono, che è la crescita economica cinese in sé a contenere potenziali elementi di pericolo per gli Stati Uniti dal punto di vista sia commerciale sia della sicurezza.

Quanto al rischio di una accelerazione della corsa regionale agli armamenti di cui già si vedono chiaramente i segnali, la scelta di Obama sembra il proverbiale male minore: l’aumento della presenza militare americana nella regione è infatti un punto fermo; in Corea resteranno basi e soldati, tanto più necessari considerando i timori provocati dalla morte di  Kim Jong-il; anche in Giappone le basi non si toccano, come gli ultimi sviluppi delle eterne trattative sullo spostamento di quelle di Okinawa dimostrano. Quest’ultima è una conferma che è contemporaneamente una svolta, se si pensa a dubbi e ambiguità che avevano contraddistinto la vittoria elettorale del Partito democratico giapponese e che ora, dopo l’ avvicendamento di tre premier, si sono dissolti a favore dell’ortodossia filo-americana. In più, ci sono i freschi accordi con l’Australia (per una nuova base), Singapore e, in prospettiva, Filippine (per facilities portuali a scopo militare).

Era stata certamente messa in preventivo la risposta negativa di Pechino, che in effetti non si è fatta attendere. Tuttavia, date le scadenze interne che attendono la laedership cinese nei prossimi mesi, quasi tutti i commentatori occidentali prevedono un ammorbidimento di quelle asprezze in politica estera che hanno caratterizzato il 2010 e il 2011. Non è escluso che Obama voglia cercare di sfruttare proprio questa “simmetria a rovescio”, indotta dalla diversità dei rispettivi sistemi politici: i cinesi infatti hanno bisogno di tranquillità per portare a termine senza traumi la delicata transizione in cui sono entrati; Obama sa invece che per vincere a novembre è giocoforza spuntare le armi dei conservatori con un po’ di sciovinismo in più, pur condito da realismo.

Ciò detto, nel documento del Pentagono è tangibile la volontà di andare oltre la contingenza e gli eventuali rigurgiti di propaganda. Il punto di arrivo è singolarmente in sintonia con quello di Pechino e può essere così riassunto: l’espansione economica della Cina non può non tradursi in termini di espansione di proiezione di potenza, da leggersi in tutte le sue accezioni. Occorre sapere gestire questo ineliminabile fattore di cambiamento – secondo il doppio binario della concertazione e del confronto – perché esso non produca una instabilità foriera di crisi dalle imprevedibili conseguenze. Qui finisce però la concordanza di opinioni tra Washington e Pechino e subentra la disparità su cosa si debba intendere per stabilità e sicurezza: per la Cina questi concetti coincidono con una crescita graduale della sua capacità di attrazione, mentre per gli Stati Uniti equivalgono a un “contenimento” di tale crescita. Si tratta poi per Washington di lasciare inalterati gli attuali sistemi di alleanze, che per il momento sono a tutto suo favore, e lavorare intanto per consolidare le convergenze con l’India.

Proprio il gioco delle alleanze presenta diversi punti interrogativi per Obama e il suo “ritorno in Asia”. Sono infatti in azione alcuni fattori che possono erodere l’efficacia delle coalizioni “a raggiera” (con l’America al centro): fattori endogeni (come la rinascita del nazionalismo) ed esogeni (soprattutto le pressioni cinesi). Il problema è che a leadership globale degli Stati Uniti talvolta mal si armonizza con gli specifici interessi di questa o quella nazione asiatica, come testimoniano due casi di stringente attualità. L’inasprimento delle sanzioni contro Teheran provoca seri problemi  alla Cina, ma anche agli amici di Washington in Asia – India, Corea del Sud, Giappone – tutti fortemente dipendenti dal petrolio iraniano. Potrebbero derivarne contraccolpi di non facile gestione. Il secondo caso è quello della penisola coreana: il recente viaggio in Cina (9-10 gennaio) del presidente sudcoreano Lee Myung-bak ha confermato che il dialogo diretto tra Pechino e Seul aggiunge un tassello importante alle discussioni sulla transizione nordcoreana che non necessariamente combacia con le aspettative americane. La visita ha consentito  di approfondire il “partenariato d cooperazione strategica” sino-coreana fino a decidere, stando a fonti di stampa, di avviare entro sei mesi i negoziati per la creazione di un’area di libero scambio tra i due Paesi (allargabile al Giappone in un patto a tre); il che riattiva quella linea di integrazione asiatica senza la presenza americana che naturalmente innervosisce gli strateghi di Washington.