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Le rinnovabili e la via ardua verso la grid parity

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Per i mercati energetici il momento è molto delicato: la crisi nordafricana, e la conseguente speculazione sui mercati internazionali per le commodities energetiche, si sono sommate al disastro nucleare in Giappone. Il problema è aggravato dal fatto che la crisi economica, con la necessità per i governi di convogliare gli investimenti verso fonti già sviluppate, aveva di fatto rallentato gli investimenti in ricerca e sviluppo per le energie rinnovabili. Il dibattito sul mix energetico è quindi diventato ancora più intenso.

Negli ultimi due anni, un prezzo del greggio ben al di sotto dei 130 dollari al barile aveva bloccato lo sviluppo tanto delle energie convenzionali quanto di quelle verdi. Ora la spinta all’aumento dei prezzi deriva dal calo dell’attività estrattiva in Nord Africa, che è stata però amplificata dai timori di un estendersi dell’instabilità politica anche vero l’Arabia Saudita e l’Iran.

Vi sono tendenze contrastanti in questa fase, a partire dal fatto che molti governi occidentali hanno dichiarato il loro totale sostegno allo sviluppo di un’economia a basso carbonio (basata sullo sviluppo delle energie rinnovabili) ma hanno poi lasciato cadere i buoni propositi a causa della crisi. Ora, le ripercussioni di Fukushima hanno cambiato radicalmente il quadro: oltre a spingere vari governi a mettere in stand by lo sviluppo di nuove centrali (Italia) o addirittura a decidere di uscire definitivamente dal nucleare (Germania), si rafforza la percezione che le energie rinnovabili siano le uniche realmente sicure. E questo nel duplice senso della sicurezza rispetto agli incidenti (una questione tecnica) e della sicurezza degli approgionamenti (una questione politica).

I sostenitori di tale opzione sottolineano poi come la transizione verso tali fonti permetterebbe lo sviluppo di una nuova filiera industriale a livello mondiale con un potenziale superiore ai sei triliardi di dollari di fatturato, rilanciando l’economia globale e generando nuovi posti di lavoro.

Tuttavia lo sviluppo delle rinnovabili non appare così semplice nel breve e medio termine a causa della loro bassa remuneratività se paragonate alle fossili. Generare un mega watt all’ora (Mwh) con una centrale a carbone costa infatti fra i 60 ed i 75 dollari e circa 80 dollari con il gas, contro gli oltre 120 da centrale eolica in mare e circa 240 da solare fotovoltaico. Finora, per coprire tali differenze, ogni paese ha finanziato le energie verdi con più o meno generosi meccanismi di incentivazione, permettendo in questo modo che iniziassero a giocare un ruolo nel mix energetico. Tuttavia nel corso degli ultimi dieci anni solamente l’eolico è stato in grado di crescere a ritmi sostenuti, aumentando la sua capacità di generazione di oltre quattro volte rispetto al 2000. Altre fonti verdi, quali il solare fotovoltaico, non sono cresciute ai medesimi ritmi. Le ragioni di tali differenze stanno nei limiti tecnici propri di tali tecnologie, le quali negli ultimi vent’anni non hanno potuto beneficiare di particolari innovazioni. A questo si deve aggiungere come alcuni analisti stimino che lo sviluppo delle energi verdi non sia comunque in grado di coprire tutti i posti di lavoro che le energie fossili garantiscono ora. Questo genererebbe di per sè una crescita nella disoccupazione, rendendo i policy makers molto più restii nel sostenere la diffusione delle rinnovabili.

L’obiettivo realistico è comunque per l’eolico quello di raggiungere la cosiddetta grid parity con le fonti fossili (ossia il medesimo costo per generare un MwH da gas ed eolico).

Proprio per facilitare questa transizione, l’Unione Europea ha deciso di includere nel computo dei costi per l’utilizzo delle fonti fossili anche i costi ambientali derivanti dall’emissione di anidride carbonica. In sostanza, ciò vorrebbe creare un level playing field fra le energie rinnovabili e quelle convenzionali, oltre che ridurre le emissioni: si tratta del meccanismo di scambio di quote di emissione (ETS). Tale sistema ha introdotto di fatto un massimale alle emissioni, obbligando chi le emette a comprare quote pari al quantitativo di CO2 generata. Inglobando nel costo di produzione dell’elettricità da carbone o gas il costo delle quote, gli analisti stimano come nel 2025 l’eolico possa effettivamente raggiungere la grid parity.

Sebbene l’ETS abbia delle indiscutibili potenzialità a livello teorico, dal punto di vista pratico non ha finora portato i risultati sperati: come ricordato, il prezzo relativamente basso del petrolio (cui è legato quello del gas), ha disincentivato gli investimenti sulle energie verdi, rendendo più difficile il raggiungimento della grid parity per le rinnovabili. C’è inoltre il ben noto problema della competitività internazionale per i paesi dell’UE, visto che Stati Uniti, Cina e India non hanno introdotto anologhi sistemi di prezzo. Così, le imprese europee si trovano a pagare una bolletta energetica superiore ai loro competitors.

Un finanziamento statale mirato sulle tecnologie più avanzate, e lo studio di nuovi meccanismi che permettano di includere i costi delle emissioni di CO2 per le energie fossili (quali ad esempio la carbon tax, tassa fissa per ogni kg di andiride carbonica emessa) appaiono inevitabili per permettere nel 2020 di vedere le rinnovabili giocare un ruolo più importante nel mix energetico.