international analysis and commentary

Le radici profonde dei Tea Party

128

Il movimento dei Tea Party è tutt’altro che una anomalia nella politica americana. Le sue idee e parole d’ordine, i suoi sentimenti e risentimenti, sono embedded nella cultura del paese. Il sospetto nei confronti del governo federale, lontano, accentratore, autoritario; un più generale anti-statalismo; la rabbia anti-tasse; la contrapposizione fra la “vera America” (provinciale, patriottica, religiosa, di “gente comune”) e l’altra che vera non è (metropolitana, cosmopolita, secolarizzata, intellettuale, elitaria); la pulsione nativista e paranoica; una forte senso di cittadinanza e partecipazione attiva: tutto ciò fa parte di atteggiamenti e linguaggi che hanno una lunga storia. In genere sonnecchiano in nicchie marginali o nel mugugno privato; ogni tanto esplodono nella piazza pubblica, magari quando una crisi prolungata acuisce insicurezze e timori. Dacché esiste il moderno partito repubblicano post-New Deal, si muovono in maniera aggressiva sul suo fianco destro.

Le forme di organizzazione e le tecniche di mobilitazione sono quelle di tutti i nuovi grassroots movements, di qualunque valenza politica. Basta cambiare i protagonisti, sostituire ai Tea Party i movimenti radicali di sinistra degli anni Sessanta, per intuire la dinamica e i caratteri genuini del processo in corso. Gruppi nascono in maniera autonoma in cento luoghi, si riconoscono fra loro, si mettono in rete (oggi Internet e le TV via cavo aiutano, velocizzano, ma non sono certo i primi strumenti di comunicazione ad aver fatto bene il loro lavoro politico), trovano sponsor e finanziatori interessati, acquistano visibilità e rilevanza, si dotano di sedicenti leader nazionali, cercano di agire sul major party più vicino, da fuori e da dentro. Anche la lentezza dei mass media mainstream nel prendere sul serio questi eventi, e spesso la loro iniziale condiscendenza e derisione, sono quelli di sempre, e sono un fattore importante nella crescita dei movimenti stessi: essere incompresi, disprezzati, derisi dall’establishment è la conferma che si è nel giusto.

I temi e i linguaggi dei Tea Party di oggi erano parte integrante della campagna che procurò a Barry Goldwater la candidatura presidenziale repubblicana nel 1964. Si trattò, allora, di una campagna e di un candidato troppo estremisti. L’assalto al big government e al liberalismo tax-and-spend avveniva in un momento di prosperità economica. Una fase in cui le politiche newdealiste e il big government erano in espansione, e anzi stavano per toccare il loro trionfale e ultimo zenit. Nel partito repubblicano era ancora forte l’ala moderata. Quando Goldwater portò il GOP a una delle sue più disastrose sconfitte, molti suoi compagni lo liquidarono come un uomo “dell’età della pietra”, un reazionario fuori tempo, una pagina da chiudere in fretta. Vale la pena di ricordare, tuttavia, che proprio in quegli anni lo storico Richard Hofstadter scrisse cose ancora oggi rilevanti sull’anti-intellettualismo e sullo stile paranoico come aspetti non contingenti della politica americana, una pagina aperta permanente.

Nella crisi degli anni Settanta, Goldwater parve non più un ferrovecchio bensì un precursore. I movimenti più appariscenti della destra di allora avevano caratteri morali e religiosi, combattevano “battaglie culturali” sui valori famigliari e patriottici. Ma avevano anche una forte componente anti-statalista e anti-tasse, che si tradusse in vere e proprie rivolte fiscali. E la componente anti-elitaria, anti-establishment era fortissima e mobilitante. Accadde così un paradosso. Mentre molti osservatori parlavano di un affievolirsi delle passioni politiche, di diffuse apatie, e con ciò avevano in mente l’esaurirsi dei movimenti di sinistra degli anni Sessanta e l’indebolimento dei Democratici che avevano cercato di assorbirli, nel corpo della società stavano nascendo nuove passioni, militanze, partecipazioni – di tipo ultra-conservatore. Il vittorioso partito repubblicano di Ronald Reagan, e la sua presidenza, furono il risultato anche di queste spinte. E Reagan poté annunciare che il governo era il problema, non la soluzione.

La retorica dei Tea Party riprende quella reaganiana. Come il vecchio presidente repubblicano, i Tea Partiers pensano che la storia americana dalla fine dell’Ottocento in poi sia un colossale errore, frutto di una svolta progressista che ha portato il paese su The Road to Serfdom, per citare il titolo del vecchio libro di Friedrich von Hayek riscoperto e amato sia da Reagan che dalla destra di oggi. Questa versione della storia è coltivata da Glenn Beck nelle sue “lezioni” televisive, in cui, fra l’altro, sfrutta con gusto e perfidia i lavori degli storici revisionisti di sinistra che, fra gli anni Sessanta e Settanta, attaccarono il big government novecentesco, il New Deal, il welfare state come strumenti di oppressione e controllo sociale. Come Reagan, i Tea Party pensano che il paese, per ritrovare se stesso, e la via giusta, debba tornare ai sacri testi delle sue origini rivoluzionarie, alla Dichiarazione di Indipendenza e alla Costituzione così com’erano, o come erano interpretate, alla fine del Settecento. In questo senso va letto il loro slogan “It is time to take America back”.

I richiami ai momenti fondanti hanno giustificazioni storiche, e questa è la loro forza. Trovano conforto nella Rivoluzione americana che, come tutte le rivoluzioni, fu un evento complesso, una promessa di molti possibili sviluppi diversi; e che, come ripetono tutti i presidenti senza eccezione, non è mai finita e continua a trasformare il paese. Questi richiami hanno anche risonanze più generali. Che il migliore dei governi sia quello che governa meno è scritto all’inizio di Common Sense di Tom Paine e più tardi di Civil Disobedience di Henry David Thoreau, cioè due testi che appartengono alla tradizione di un certo radicalismo di sinistra. E l’idea che fosse tempo di riprendersi l’America, la vera America, strappandola a custodi indegni, ha costituito il cuore retorico anche della campagna di Barack Obama contro l’amministrazione di George W. Bush. Un suo celebre discorso sul patriottismo, del giugno 2008, era intitolato “The America We Love”, quell’America che amiamo – non un’altra, piuttosto diversa da quella dei conservatori.

I simboli adottati dai Tea Party non potrebbero essere più espliciti e aggressivi; il loro stesso nome, i costumi, gli slogan, le bandiere, tutto allude alla Rivoluzione settecentesca e a una possibile seconda rivoluzione. Altrettanto esplicito e aggressivo, per molti versi sorprendente, è il tono adottato dal partito repubblicano nel corteggiarne il consenso e il voto. A Pledge to America, il programma elettorale del GOP per le prossime elezioni di midterm, si apre con una prefazione che potrebbe suonare sovversiva se non fosse così interna alla tradizione del patriottismo nazionale. È infatti un calco della Dichiarazione di Indipendenza. E la parte del monarca ripudiato Giorgio III è attribuita a Obama e al governo federale: an arrogant and out-of-touch government of self-appointed elites che non gode più del consenso dei governati, che soffoca la voce del popolo, che ne disprezza le convinzioni più profonde, che pensa di poter sostituire alla volontà popolare la propria. L’appello, in questo caso, a differenza del 1776, non è ad abbattere il governo ma a sostituirne l’agenda. Tornando ai founding principles