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Le ferite non rimarginate di Ferguson

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Bill Keller, ex direttore del New York Times ora alla guida del Marshall Project, giornale online dedicato esclusivamente alla giustizia, ha definito l’omicidio di Michael Brown “una leggenda” (intervista al Foglio, 29 marzo 2015). Si riferiva all’omicidio del diciottenne di Ferguson, il sobborgo di St. Louis che ha fatto sanguinare ancora la ferita razziale americana mai del tutto rimarginata da quel 9 agosto 2014. Il commento di Keller significa allora che, anche se le circostanze specifiche di quell’episodio non dovessero essere state necessariamente tinte di razzismo e intenti discriminatori – il poliziotto che l’ha ucciso è stato assolto da tutti i tribunali competenti – i dati sui rapporti fra la polizia e i cittadini di colore raccontano una storia di pregiudizi e racial profiling. La morte di Brown ne è diventata simbolo.

I casi di uso letale della forza da parte delle forze dell’ordine contro afroamericani disarmati formano una lista lunga e tristemente famosa dal 2014: Staten Island, Charleston, Cincinnati, Tulsa, Madison, Philadelphia, Baltimore e purtroppo si potrebbe andare ancora avanti. Ogni caso ha una sua storia unica e irripetibile, ma ciò che va indagato oltre alle specificità sono le tendenze generali, i tic ricorrenti, i comuni denominatori che svelano cause prossime e remote degli abusi da parte delle autorità.

Nell’ottica della comprensione della “leggenda” che traluce dai fatti di cronaca, l’inchiesta del dipartimento di Giustizia di Washington sulla condotta della polizia di Ferguson, pubblicata il 4 marzo, ha fatto giurisprudenza. A partire da quell’indagine empirica estremamente dettagliata, dipartimenti, procure ed organi di controllo a livello federale e locale hanno disposto azioni simili e in seguito applicato modifiche alla condotta della polizia in America. È un primo passo nell’enorme dibattito intorno ai limiti che andrebbero posti sul potere degli uomini in divisa.

Punto d’arrivo dell’onda lunga della War on Crime lanciata dal presidente democratico Lyndon Johnson cinquant’anni fa per strangolare senza pietà la proliferazione del crimine, questa politica e i suoi nefasti effetti – si veda il tasso di incarcerazione degli Stati Uniti, saldamente davanti a paesi come Iran, Cuba e Russia – sono finite sotto processo.

L’inchiesta di Ferguson mette in luce innanzitutto che il 93% degli arrestati in città negli ultimi due anni è di pelle nera, nonostante i neri siano il 67% della popolazione complessiva. Questa disparità si registra “a causa di un illegittimo pregiudizio contro gli afroamericani e per l’applicazione di vecchi stereotipi”. Fra le prove raccolte dal dipartimento di Giustizia ci sono anche email fra poliziotti dai toni esplicitamente razzisti, oltre a un enorme numero di testimonianze che tendono a corroborare la tesi del pregiudizio nei confronti dei neri. L’inchiesta di Ferguson è una piccola ma significativa tessera del mosaico del sistema penale americano, un arcipelago in cui un afro-americano ogni quindici è in carcere. Per i bianchi il rapporto è uno su 106.

Molte delle inchieste modellate su quella di Ferguson sono ancora in corso, ma il solo fatto che siano state ordinate è una novità per un mondo che tende all’opacità e alla protezione delle informazioni.

A Philadelphia, città dove in media una volta alla settimana un poliziotto apre il fuoco contro un sospetto, il dipartimento di Giustizia ha fatto un’indagine diversa nello stile e nella metodologia da quella di Ferguson, ma non meno significativa. Secondo il rapporto prodotto, una delle cause del notevole numero di persone uccise dalla polizia è la consuetudine, degli agenti che “temono per la propria vita” di sentirsi giustificati a sparare. Emerge inoltre che i poliziotti di Philadelphia temono per la propria incolumità specialmente quando hanno a che fare con gli afro-americani. Guarda caso, l’80% delle vittime in tali occasioni è nera. Certo, Philadelphia non è una città facile: ha una media di omicidi superiore a quella di New York, nonostante questa sia cinque volte più popolosa. In ogni caso, il dispiegamento massiccio di forze e la disinvoltura con cui gli agenti mettono mano alla fondina non pare aiuti a produrre un’inversione di tendenza. Oltre al fattore razziale, dunque, nel mirino dei procuratori ci sono le “regole d’ingaggio” definite per i poliziotti, il perimetro giuridico della legittima difesa e la militarizzazione delle forze dell’ordine.

Nel corso dei decenni, i severi dettami della War on Crime hanno messo alcune delle armi dismesse dall’esercito nelle mani dei dipartimenti di polizia locali, incentivando in diversi casi un uso sproporzionato della forza. Un rapporto di Amnesty International arriva a sostenere che dispiegamenti militari come quelli visti a Ferguson dopo l’omicidio di Mike Brown violano le norme internazionali sull’uso della forza da parte delle autorità. Il procuratore di New York, Eric Schneiderman, ha annunciato davanti ai familiari di alcune vittime della polizia l’apertura di un’inchiesta sulla condotta degli agenti “per promuovere la giustizia e assicurare imparzialità”. Molte altre città americane stanno prendendo iniziative in questo senso, da Baltimore a Milwaukee, da Cincinnati a Oakland.

Se da una parte in tutta l’America soffia il vento, ancora incerto ma distinguibile, della riforma del sistema di policing, dall’altra la tragica scia di morti e le proteste che da queste sono scaturite hanno fatto schizzare in alto la violenza nel 2015. Baltimore non vedeva tanti omicidi dal 1972, a New York i crimini violenti sono aumentati del 20 per cento, a Milwaukee il tasso di morti per arma da fuoco è cresciuto del 180 per cento.

Intanto, il primo anniversario dell’omicidio di Brown è stato segnato a Ferguson da una nuova ondata di violenze. Le proteste sono sfociate in scontri fra la polizia e i manifestanti, e la tensione è salita a tal punto che la città ha dichiarato lo stato d’emergenza. Nella notte del 10 agosto un poliziotto bianco ha ferito in modo grave il 18enne Tyrone Harris Jr., che la sera prima era stato fra i protagonisti di uno scontro a fuoco fra gang rivali (il ragazzo è in condizioni stabili e non è in pericolo di vita). Una settimana più tardi, durante una perquisizione della polizia in una casa nella parte nord della città, due ragazzi armati si sono dati alla fuga. Quando sono stati raggiunti dalle forze dell’ordine hanno puntato le pistole contro gli agenti, che immediatamente hanno aperto il fuoco. Mansur Ball-Bey, anche lui 18enne, è morto sul colpo, mentre il suo compare è ancora ricercato. Questi sono soltanto gli episodi più cruenti in uno scenario di tensione permanente.

Insomma, il quadro è complesso, perché è chiaro che l’esigenza di giustizia – e moderazione nell’uso della forza letale da parte delle autorità – va contemperata con quella della sicurezza. Certamente, il clima politico-sociale creato dai recenti episodi ha fatto riemergere vecchie ferite e non ha finora agevolato il difficile lavoro di riforma delle forze dell’ordine.