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Le dure critiche francesi verso i negoziati TTIP

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Sono pochi i paesi dove il negoziato per il Partenariato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) sta suscitando aspettative positive. Tra i meno entusiasti c’è senz’altro la Francia: già prima dell’inizio delle trattative ufficiali, avviate nel luglio del 2013, diverse voci si erano espresse molto negativamente sul possibile esito dell’accordo, ma perfino in maniera nettamente contraria all’idea stessa di partecipare ai negoziati.

A sentire la Commissione – e il suo presidente José Manuel Durão Barroso, tra i maggiori sostenitori dei negoziati – l’accordo frutterebbe all’Europa 400.000 posti di lavoro, mezzo punto di PIL e il 18% di esportazioni in più. Si tratta di un punto di vista generalmente non condiviso da parte francese – che a parlare siano gli imprenditori, gli istituti di ricerca economico-politica o i più tradizionali oppositori del liberalismo internazionale. Eppure la Francia è tra i paesi che sono restati più impantanati negli strascichi della crisi economica, e soffre più che mai in termini di competitività ed esportazioni.

E invece è stata proprio Parigi a mettere a repentaglio i negoziati già prima del loro avvio. Il governo francese insisteva per escludere il settore della produzione audiovisuale (film, musica, televisione), in nome dell’exception culturelle: il diritto di proteggere la propria industria culturale, ad esempio attraverso la concessione di aiuti di Stato alla produzione o la fissazione di quote obbligatorie di trasmissione per i prodotti nazionali. Nonostante ufficialmente nessun governo appoggiasse la posizione francese, la minaccia di François Hollande – partecipazione solo in cambio della conferma dell’eccezione culturale – è andata a buon fine.

Regno Unito e Germania, all’epoca tra i più strenui difensori dell’accordo, hanno ceduto per un motivo ben preciso: la rapidità doveva essere uno dei punti di forza della TTIP. Se infatti le trattative non si fossero concluse entro l’estate del 2014, si pensava, si sarebbe perso il fondamentale appoggio di Barroso all’interno della Commissione – unico organo deputato a partecipare ai negoziati, che solo nella loro versione finale saranno sottoposti agli Stati e al parlamento europeo. Una diversa Commissione, infatti, espressione del nuovo equilibrio politico risultante dalle elezioni europee di maggio, non avrebbe offerto alcuna garanzia su un positivo andamento dei negoziati.

A metà 2013 tuttavia, la Francia era il solo grande paese da cui emergessero critiche significative ai contenuti dell’accordo. Si trattava di critiche naturalmente non esternate in maniera ufficiale, ma percepibili nelle dichiarazioni dei ministri e nell’atteggiamento dei media; l’opinione pubblica era più che disponibile a coglierle – grazie alla rinnovata popolarità del protezionismo e alla sfiducia sempre esistente nei confronti del sistema economico americano.

A parte i fattori di rilevanza immediata, la scarsa disponibilità francese a un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti è dovuta anche a una serie di interessi strutturali contrastanti. Tra i principali, senz’altro il protezionismo di fatto dello Stato in alcuni ambiti strategici (come l’energia o i trasporti), che potrebbero soffrire un’eventuale concorrenza americana; non va dimenticata inoltre la diffidenza per la tendenza anglosassone alla deregulation in un paese in cui l’interventismo non è mai passato di moda; infine, c’è la minaccia rappresentata dall’accordo alla sopravvivenza di alcuni settori particolarmente sensibili, come l’agroalimentare – oggi garantito e sussidiato dalla poderosa politica agricola comune dell’UE e dall’esistenza di denominazioni protette.

Le obiezioni alla TTIP che provengono dalla Francia possono raggrupparsi in tre grandi categorie. Per cominciare – ed è una critica mossa anche da giornali liberali e vicini al mondo imprenditoriale come Les Echos – si dubita fortemente che l’accordo porti i benefici promessi dalla Commissione europea. Secondo questa visione, una volta messa in opera la Partnership, effettivamente il volume di scambi transatlantico potrebbe aumentare; ma in assenza di una robusta crescita del reddito e dunque della domanda individuale, ciò avverrebbe a discapito di flussi commerciali già esistenti.

In particolare, considerando che la Cina è attualmente tra i principali partner economici di tutti i paesi europei, il vero risultato dell’accordo tra Bruxelles e Washington sarebbe quello di alzare una barriera commerciale nei confronti di Pechino – grazie al nuovo quadro normativo comune, al quale le merci cinesi si adatterebbero con maggiore difficoltà. Non è un segreto che, parallelamente a questi negoziati, sia Stati Uniti che Unione Europea siano impegnati nella stipula di ulteriori accordi commerciali con paesi terzi, tutti accomunati dalla stessa caratteristica: abbandonano la prospettiva del consenso multilaterale a livello globale in favore di quella bilaterale (o “multi-bilaterale”), con l’obiettivo primario di escludere la Cina.

La seconda obiezione riflette ormai una sorta di condivisione di alcune delle critiche francesi da parte di altri paesi europei: si tratta degli strascichi del caso datagate, cioè la scoperta dello spionaggio sistematico condotto da parte dell’Agenzia nazionale per la sicurezza americana (NSA) con la collaborazione di alcune imprese di alta tecnologia, ai danni del mondo politico e industriale europeo. A seguito dello scandalo, molti paesi tra cui la Germania hanno completamente modificato il loro atteggiamento nei confronti del processo negoziale: questo di fatto è ora bloccato a un livello superficiale, senza che i temi più importanti vengano davvero toccati. Ancora a inizio febbraio, la ministra francese del Commercio estero Nicole Bricq, in occasione della visita di Hollande negli USA, era costretta a promettere alla sua controparte che si sarebbe cominciato “presto” a fare sul serio.

Ecco perché per molti analisti francesi in realtà la TTIP è “nata morta”. Inoltre, si fa notare come la segretezza dei negoziati abbia sollevato forti perplessità anche nell’opinione pubblica americana, e che il Congresso abbia negato al presidente Barack Obama una “corsia preferenziale” che avrebbe permesso un’approvazione più rapida. Quindi, sapendo che ormai è impossibile rispettare la scadenza di fine 2014, si considera probabile anche uno sforamento della scadenza di fine 2015: un ritardo, questo, che sarebbe decisivo – con esiti imprevedibili – in quanto coinciderebbe anche con la fine dell’attuale amministrazione Obama.

Infine, un elemento ha contribuito più di altri a suscitare la contrarietà dell’opinione pubblica, dei sindacati e delle associazioni non governative – nonché di molti governi: la previsione di un tribunale arbitrale a cui le imprese potrebbero ricorrere qualora ritenessero che gli Stati non rispettino i principi del libero scambio contenuti nell’accordo. Secondo questo punto di vista, un tale organo di giustizia consegnerebbe nelle mani delle multinazionali le chiavi della legislazione europea sul lavoro e l’industria, ed esporrebbe gli Stati al rischio di dover versare enormi risarcimenti.

Contro i negoziati attuali si è perciò sviluppata un’opposizione ancora più diffusa di quella che caratterizzò le trattative per l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) a partire dalla fine degli anni Novanta. Quei negoziati, la cui durata si dilatò oltre ogni previsione, terminarono infine su un binario morto: proprio lo stesso binario su cui moltissimi, in Francia, vorrebbero oggi vedere la TTIP.