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Le dinamiche interne del risultato elettorale spagnolo

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L’analisi dei risultati delle elezioni spagnole di domenica 20 novembre mostra che la vittoria del Partido Popular (PP) di Mariano Rajoy si deve soprattutto all’impressionante perdita di consensi da parte del Partito socialista (PSOE), ampiamente prevista dai sondaggi. La formazione del Primo Ministro uscente, José Luís Rodríguez Zapatero, ha perso più di un terzo dell’elettorato che lo scelse nella precedente tornata (2008): da undici milioni e trecentomila voti si è passati a poco meno di sette milioni. Sia in termini percentuali che di seggi nel Congreso de los diputados, è il peggior risultato dei socialisti dal ritorno della democrazia nel 1977: un magro 28,7%, che vale 110 scranni su un totale di 350.

A dimostrare l’entità della débâcle, va segnalato come nessun partito al Governo fosse mai stato in precedenza così severamente punito dagli elettori, eccezion fatta per il tracollo della Unión de Centro Democrático di Adolfo Suarez, la formazione che pilotò la Transizione e che si sciolse l’anno dopo la storica vittoria del PSOE di Felipe González nel 1982.

Fu proprio quella svolta politica, destinata a trasformare lo stato spagnolo in profondità, che fece emergere come principale forza del campo conservatore il partito progenitore dell’attuale PP, ossia Alianza Popular, di cui era leader l’ex ministro franchista Manuel Fraga Iribarne: tale movimento passò, infatti, da una sostanziale irrilevanza al 26% dei suffragi. Da quel momento in avanti, attraverso un processo di fusione con organizzazioni minori e di rinnovamento ideologico, culminato nel cambio del nome e nell’adesione al Partito popolare europeo, l’attuale principale forza politica della Spagna non ha fatto che consolidarsi. Dal 1996, anno in cui sostituisce per la prima volta il PSOE alla guida del paese sotto la leadership di José María Aznar, il PP non ha mai raccolto meno di nove milioni e settecentomila voti. Si consideri, ad esempio, il fatto che nel 2008 Mariano Rajoy avesse sì perso, ma conducendo il suo partito alla seconda migliore performance di sempre: poche decine di migliaia di voti in meno dei diecimilioni e trecentomila raggiunti nel 2000 da un Aznar con il vento in poppa.

Undici anni dopo, il PP supera quel record e ottiene per la seconda volta la maggioranza assoluta in Parlamento. Si tratta quindi di un percorso di rafforzamento di lunga lena, più che di un successo sbalorditivo rispetto alle ultime elezioni. Fra i partiti di ambito statale (cioè presenti in tutte le aree del paese) che guadagnano consensi, due formazioni minori hanno saputo attrarre un numero maggiore di elettori nuovi: mentre il PP ha convinto cinquecentocinquantamila spagnoli in più, Izquierda Unida (IU) e la centrista e laica Unión Progreso y Democracia (UPyD) hanno fatto meglio, aumentando rispettivamente di circa settecentomila e ottocentomila voti. La federazione di sinistra, guidata dal comunista Cayo Lara, è passata, così, dal 3,7% al 6,9%, mentre il partito nato appena quattro anni fa per iniziativa dell’ex dirigente socialista basca Rosa Díez dall’1,1% al 4,7%.

Il successo di queste liste segnala un’inversione rispetto alla tendenza bipartitista della politica spagnola: nelle precedenti tre tornate elettorali, infatti, i voti e i seggi di PP e PSOE erano andati sempre crescendo, sino a raggiungere la somma massima di 323 deputati su 350 nella precedente legislatura. Dal voto di domenica 20 novembre, invece, scaturisce un Congreso in cui i due principali partiti occupano “solo” 296 scranni, la cifra più bassa dal 1989 (quando furono 282). Oltre al risultato soddisfacente di IU e UPyD, tra i partiti minoritari vanno registrate le affermazioni della federazione nazionalista catalana di centrodestra Convèrgencia i Unió (CiU) e dei movimenti nazionalisti baschi, lo storico Partido nazionalista vasco di centrodestra e la nuova coalizione di sinistra Amaiur (in parte erede dell’ex braccio politico dell’Eta, Batasuna).

Proprio dalla Catalogna e dai Paesi Baschi potrebbero giungere motivi di instabilità politica nei prossimi anni. L’esito del voto, infatti, presenta uno scenario inedito. Per la prima volta dal 1977, i nazionalisti nei rispettivi territori vincono delle elezioni politiche:  non più cioè solo quelle locali e regionali. Per quanto possa sembrare strano, in Catalogna CiU non era mai risultata la forza più votata  nelle elezioni delle Cortes di Madrid (venendo sempre superata dal Partito socialista): lo è sempre stata solo nelle elezioni per il Parlamento della Generalitat, la regione. E se si considera che la formazione nazionalista presentava come punto qualificante del proprio programma la richiesta di un nuovo regime fiscale per la Catalogna, in base al quale diminuisca l’apporto di questa Comunidad allo Stato centrale, c’è da attendersi un surriscaldamento delle già difficili relazioni Madrid-Barcellona. I tempi di crisi, naturalmente, non aiutano: non è un caso che il Governo catalano, saldamente nelle mani di CiU, giustifichi il piano molto severo di tagli che sta applicando anche con l’argomento dell’eccessivo trasferimento di risorse proprie al resto della Spagna. «Se potessimo amministrare tutta la ricchezza che creiamo – questo il refrain dei nazionalisti – potremmo evitare i dolorosi risparmi sul “nostro” stato sociale»: un messaggio che è stato recepito e condiviso dall’elettorato catalano.

I risparmi sulla spesa pubblica rappresenteranno sicuramente una parte significativa della politica economica e sociale del prossimo Governo del Partido Popular, obbligato a perseguire gli obiettivi di riduzione del deficit definiti con l’Unione Europea. Non è difficile ipotizzare che tali misure susciteranno ampie proteste, come già è stato nei mesi scorsi di fronte ai piani di austerità delle amministrazioni regionali governate dal PP: i settori dell’educazione e della sanità sono quelli che hanno già conosciuto riduzioni significative di finanziamenti, con le conseguenti azioni rivendicative da parte sindacale. L’indiscutibile mandato ricevuto dagli elettori, nonché la leadership conquistata (non senza sforzi) all’interno del proprio partito, dovrebbe in ogni caso consentire a Mariano Rajoy, almeno all’inizio della legislatura, un certo margine di manovra per imporre i proverbiali «dolorosi sacrifici».

Dal canto suo, il principale partito dell’opposizione è di fronte al compito non facile di trovare un nuovo inizio, dopo la cocente sconfitta. Nessun dirigente di primo piano del PSOE pare tuttavia godere di un chiaro vantaggio nella corsa per il posto di segretario generale, che Zapatero non manterrà: né Alfredo Pérez Rubalcaba, che da candidato premier ha condotto il partito alla sua peggior disfatta, né l’ex ministra della difesa Carme Chacón, che non ha saputo far meglio nella sua Catalogna (ormai una ex roccaforte, dove i socialisti hanno perso addirittura il 20% dei suffragi). E nessun segretario regionale può vantare risultati in controtendenza. Senza punti di riferimento nella leadership e senza una traccia per una ridefinizione strategica, i socialisti si apprestano quindi ad una traversata nel deserto. Un percorso che non è affatto detto possa concludersi a febbraio, quando il PSOE celebrerà un congresso che si annuncia come uno dei più importanti della sua centenaria storia.