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L’Asia e gli interrogativi nucleari del dopo-Fukushima

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A un anno e mezzo di distanza dall’incidente di Fukushima, il nucleare civile in Asia mostra di avere assorbito lo shock. La linea da seguire appare teoricamente chiara: maggiore attenzione alle tecniche per garantire la sicurezza, ma nella convinzione che alle centrali atomiche non si può rinunciare e che anzi esse continuano a costituire l’unica realisticaalternativa alle fonti più inquinanti, principali cause dell’effetto serra. Fa però eccezione il Giappone, dove le ultime scelte del governo pongono la terza potenza economica mondiale in una atmosfera di incertezza, con ricadute negative sulle prospettive di ripresa del paese di conseguenza sui futuri equilibri in Asia.

A Tokyo in effetti tutto è ancora in alto mare. Il governo Noda ha varato il 19 settembre una strategia di lungo termine che mira a “rendere il Giappone indipendente dal punto divista energetico dal nucleare entro gli anni 2030”. Ma a parte il fatto che nel giro di poche settimane potrebbe arrivare alla guida del paese un partito, il Liberal-democratico, che non si è mai sbilanciato sull’argomento, lo stesso Noda ha rapidamente contraddetto se stesso. Entro gli anni 2030, ha precisato il 24 settembre, comincerà l’uscita dal nucleare, ma si tratta di un processo di cui è impossibile stabilire a priori il termine. Ancora più sfumato il suo ministro competente per l’industria, Edano Yukio: “La decisione di liberarsi o meno del nucleare non può essere presa solo dai politici. Dipende anche dal volere degli utenti (ovvero gli industriali), dalle innovazioni tecnologiche, dalla situazione internazionale”.

E per gli industriali, anche al netto della specifica lobby nucleare, è catastrofica l’idea dell’opzione zero. Per almeno un ventennio, lamentano, si avrebbe un aumento dei costi dell’elettricità e ciò renderebbe ancora più difficile di oggi sostenere la concorrenza dell’industria straniera. Si dovrebbe fronteggiare pertanto il crollo delle esportazioni, su cui vive l’economia giapponese, oppure la rilocalizzazione massiccia delle industrie con un sensibile aumento della disoccupazione interna. Diventerebbe inoltre cronico il deficit della bilancia commerciale a causa della necessità di importare petrolio e gas naturale. Insomma, gli unici dati certi sono che si curerà con assai maggiore attenzione il capitolo sicurezza, attraverso una nuova agenzia appena costituita, e si rinuncia all’obiettivo pre-Fukushima di portare al 50% nel 2030 la copertura del fabbisogno energetico nipponico attraverso il nucleare. Ma quale sarà quindi lapercentuale nel 2030 nessuno può né vuole dirlo.

Giappone a parte, i dati disponibili e le proiezioni riguardanti i futuri decenni non lasciano dubbi, anche se gli ultimi calcoli dell’AIEA hanno abbassato le previsioni di crescita del settore da oggi al 2030 (dall’1 al 9% in meno rispetto alle previsioni dell’anno scorso, e dall’8 al 16% rispetto a quelle del 2010, vale a dire prima di Fukushima). Il punto centrale è che il nucleare civile continuerà a espandersi e il fulcro di tale fenomeno sarà l’Asia. Nel prossimo ventennio esso aumenterà tra il 25 e il 100% (l’ampiezza della forbice è giustificata dalla imprevedibilità della crisi mondiale). L’Asia orientale, in particolare, già nel 2020 scavalcherà il Nord America come regione più dipendente dal nucleare. In questo contesto si colloca la competizione in atto per la conquista dei mercati asiatici, in parallelo alla crescente capacità di nuovi attori di trasformarsi da consumatori a fornitori di tecnologia nucleare – e questo secondo aspetto ha naturalmente molte conseguenze intermini non solo di benefici finanziari ma anche di potenzialità politico-diplomatiche. Cina e Corea del Sud sono i paesi più titolati a passare dall’una all’altra fascia di operatori del nucleare civile, e ciò conferisce particolare rilevanza alle scelte che in queste settimane il Giappone ha fatto (o rimandato). Quanto all’India, il regime autarchico in campo nucleare (per il suo rifiuto di aderire al Trattato di non proliferazione) l’ha per troppo tempo isolata perché possa essere un valido competitore a livello internazionale.

I dati ufficiali dell’AIEA indicano che in Cina ci sono 16 centrali nucleari in funzione, e in Corea del Sud 23. Quanto al Giappone, ce ne sono 50 potenzialmente utilizzabili, ma solo due al momento in attività. La notevole disparità può essere definita provvisoria, poiché certamente altre centrali in Giappone verranno rimesse in moro, superati gli ultimi test di sicurezza. Cresce però considerevolmente se si considerano le centrali in costruzione: in Cina ce ne sono almeno 25; in Giappone invece c’è un solo reattore in costruzione (l’impianto di Oma nella prefettura di Aomori, e si tratta per di più di una deroga alla linee-guida in vigore che vieterebbero nuovi impianti).

Il dato più significativo sul piano strategico, d’altra parte, riguarda la forza di penetrazione in mercati stranieri, specialmente quelli asiatici. In questa prospettiva, difficilmente il Giappone potrà mantenere le sue attuali posizioni, incalzato com’è da Pechino e più ancora da Seul, ormai al primo posto nel campo dei reattori SMR (di capacità piccola e media, da 100 a 1000 Megawatt). Fin d’ora o nel giro di pochissimi anni i due paesi appaiono in grado di offrire tecnologia e prodotti non solo concorrenziali, ma perfino più adatti alle esigenze di potenziali partner locali. Tra questi, i paesi dell’ASEAN costituiranno nell’immediato futuro un banco di prova importante. Il Vietnam appare il più entusiasta sul nucleare e si appresta, con l’aiuto della Russia, a mettere in cantiere un centro scientifico e tecnologico da 500 milioni di dollari che dovrebbe consentire in una decina d’anni di fare a meno dei tecnici stranieri. Intanto, con il sostegno americano, si appresta a costruire la sua prima centrale che dovrebbe diventare operativa intorno al 2020. Ma anche Singapore e Indonesia si stanno orientando in quella direzione e hanno avviato studi di fattibilità.

La strategia si incrocia a questo punto direttamente col business e chiama in causa soprattutto la superpotenza americana. Il ridimensionamento del nucleare giapponese, in coincidenza per di più con un momento felice del settore in Cina (grazie anche a intensi rapporti di cooperazione col Canada, sanciti dall’accordo sulla fornitura di uranio formalizzato nel luglio scorso) spaventa Washington. Il nucleare civile, gestito in stretta cooperazione col Giappone al quale gli Stati Uniti sono legati da un formale accordo in materia, rappresenta infatti un sicuro strumento di attrazione da usare per consolidare alleanze anche di natura politico-militare e tenere sotto controllo le velleità egemoniche della Cina. La politica obamiana del “Pivot to Asia” passa anche, come il caso indiano insegna, attraverso lo strapotere delle due grandi corporation Toshiba-Westinghouse e General Electric-Hitachi, che in linea di massima fino ad oggi avevano da arginare solo la concorrenza della francese Areva e della russa Rosatom. Consegnare una fetta di mercato alla Corea del Sud non sarebbe un dramma per la strategia della Casa Bianca; ma lasciare spazio a Pechino costituirebbe un problema.

Peraltro, non è affatto scontato che le attuali incertezze delle scelte nucleari nipponiche si traducano in una riduzione dell’impegno delle multinazionali giapponesi. La inevitabile contrazione del mercato interno che si va profilando potrebbe anzi trasformarsi in uno stimolo per puntare tutto sull’estero. In parte già se ne vedono i segnali. In agosto, ad esempio, la Toshiba (che possiede il 67 % delle azioni della Westinghouse) ha annunciato l’intenzione di cedere il 16% del suo pacchetto a compratori con già una solida presenza in paesi intenzionati a potenziare il loro settore nucleare. “Noi terremo qualcosa più del 50% delle azioni, ma il resto potremmo venderlo a potenziali partner”, ha detto il portavoce del colosso ingegneristico giapponese Ido Atsushi. Lo Yomiuri Shinbun, il più diffuso quotidiano nipponico, così commenta: “La decisione fa chiaramente parte di una strategia volta a creare una alleanza multipolare che serva a sconfiggere la concorrenza della Cina e di altre nazioni emergenti”.