international analysis and commentary

L’America liberal alla prova dell’era Trump, e l’eredità obamiana

296

Sotto uno shock paragonabile all’eccezionalità del risultato elettorale, l’America liberal ha iniziato a interrogarsi sulle cause più profonde del disastro dello scorso novembre. Si tratta di di capire come rialzarsi e quale strada prendere ora che Barack Obama ha lasciato il 1600 di Pennsylvania Avenue.

Perché la scelta di una candidata come Hillary Clinton, debole e inadeguata alla specificità della sfida portata da Donald Trump, non basta da sola a spiegare l’esito di una tornata elettorale che ha consegnato alla destra non solo la Casa Bianca, ma una solida maggioranza in Congresso e a livello statale, con 31 governatori. E l’ampio margine a favore di Clinton nel voto popolare non può occultare l’esigenza di una riflessione profonda su cosa sia diventato e cosa dovrà essere questo liberalismo americano: in fondo, grazie al carisma di Obama, alla crisi dell’establishment repubblicano e ai cambiamenti demografici in atto in un’America sempre meno bianca e più plurale, sembrava destinato solo pochi mesi fa a una lunga stagione di egemonia culturale e affermazioni elettorali.

Gli interrogativi di politici democratici e pundit, intellettuali e social media della galassia liberal sul programma, il linguaggio e le strategie del riformismo americano dei prossimi anni non sono affatto nuovi.

Identità particolari o interessi comuni? Razza, genere, religione oppure classe, uguaglianza e reddito? “Identity politics” e “political correctness” oppure populismo economico e giustizia sociale? È attorno a questi dilemmi che per buona parte del secolo scorso si è giocata la costante ri-definizione di un liberalismo da sempre mutevole e “proteiforme”, secondo la fortunata definizione dello storico Gary Gerstle. Ne è un esempio classico la sua trasformazione avvenuta tra gli anni Trenta, quando la grande depressione mise i diritti sociali al centro della riformismo del New Deal, e gli anni Cinquanta, quando l’emergere del movimento per i diritti civili portò i liberal (dentro e fuori dal partito) a iniziare a misurarsi con la specificità della questione razziale, mentre lo scontro ideologico della guerra fredda espelleva il concetto di “classe” dal lessico della politica americana.

Tuttavia questi vecchi dilemmi si ripropongono ora in uno scenario trasformato da due grandi processi: il forte aumento della disuguaglianza sociale, che cresce dall’inizio degli anni Settanta ma è stata accelerata dalla crisi del 2008, e il mutamento del quadro demografico – esemplificato dall’ascesa di minoranze prevalentemente non bianche come quella asiatica e soprattutto quella ispanica.

Molti commentatori hanno posto in rilievo l’effetto polarizzante di queste due tendenze su una scena pubblica in cui le posizioni radicali hanno trovato nuovo vigore e su un sistema bipartitico in cui il centro si è assottigliato, e il compromesso bipartisan sembra essere un ricordo di ere lontane. Ma gli effetti di queste trasformazioni si fanno sentire anche all’interno dei due schieramenti: molto si è detto sulla trasformazione del GOP in un partito nazional-populista in cui avrebbero un peso crescente i cosidetti angry white men, mentre le trasformazioni e tensioni del campo liberal sono state a lungo nascoste dalla figura unificante del primo presidente afro-americano, salvo emergere con forza ora che la prospettiva di un “terzo mandato” obamiano – con Hillary – è svanita.

Ha dato fuoco alle polveri Mark Lilla, storico della Columbia University e noto intellettuale pubblico che a metà novembre in un assai controverso articolo sul New York Times ha decretato la fine del “liberalismo identitario”. Da troppo tempo, afferma Lilla, i progressisti si sono cullati nella celebrazione della diversità culturale, religiosa e razziale dell’America contemporanea, come se affermare i diritti delle minoranze e riconoscere loro dignità e protezione da ogni forma di discriminazione esaurisse l’agenda liberal. Ma non è così: in questo modo si è finito per favorire un’azione di tipo espressivo, un’affermazione di identità separate che ostacola l’individuazione di un comune denominatore simbolico e reale, mina alla radice una narrazione nazionale unificante e condivisa; e che in ultima analisi perde di vista l’obiettivo concreto di politiche economiche e sociali universaliste, capaci di beneficiare tutti e prescindere da razza, genere, religione e orientamento sessuale. Anche così si spiegherebbe la sconfitta di novembre, con una campagna elettorale che a forza di parlare di ispanici, neri, donne e comunità LGBT e dimenticare gli strati popolari dell’America bianca avrebbe generato in quest’ultima una crescente frustrazione – la frustrazione che, aggiunta alle difficoltà economiche, ha provocato lo shock della vittoria di Trump.

È una lettura, questa, che aggiorna le tesi dei critici del multiculturalismo degli anni Novanta (come  Arthur Schlesinger con The Disuniting of America), che minimizza l’ostilità razziale di fasce declinanti dell’America bianca nei confronti di Obama, e che infine indica una strada per il futuro: più attenzione alla “questione sociale” e ai valori e interessi condivisi, che non alla “correttezza politica” e alla celebrazione delle differenze.

Alcune reazioni alla nuova invocazione di un liberalismo post-identitario sono state prevedibilmente molto dure. Katherine Franke, giurista femminista e collega di Lilla alla Columbia University, ha scritto sulla Los Angeles Review of Books che gli appelli al superamento dei particolarismi delle minoranze finiscono per fornire una veste di rispettabilità alle tesi della “supremazia bianca”. Michael Eric Dyson, uno dei più influenti intellettuali afro-americani contemporanei, ha preso di mira direttamente l’economicismo à la Bernie Sanders affermando che addebitare il conto della sconfitta elettorale alla “politica dell’identità”, come ha fatto neanche troppo velatamente l’ex senatore del Vermont, sarebbe “reazionario”.

Più in generale il richiamo al liberalismo degli anni Novanta (“it’s the economy, stupid” era un fortunato slogan della campagna di Bill Clinton del 1992), corretto ora con accenti populisti, sarebbe improponibile come agenda per il futuro. In primo luogo perché incapace di cogliere come la mobilitazione di singole minoranze, a cominciare da quella del movimento per i diritti civili degli anni Cinquanta e Sessanta, abbia spesso prodotto benefici di portata generale, e in secondo luogo perché inadeguato a scardinare quelle cause della disuguaglianza che negli Stati Uniti hanno spesso agito su base razziale, cioè includendo i bianchi ed escludendo gli altri dall’accesso a lavoro, casa, istruzione e servizi.

Che fare dunque? Ricostruire una prospettiva comune attorno a rivendicazioni socio-economiche oppure puntare a una coalizione di identità distinte al cui interno i gruppi etnico-razziali hanno un peso decisivo? Si tratta in buona misura di un falso dilemma.

Come ha recentemente affermato tra gli altri Robert Reich, economista e ministro del lavoro con Bill Clinton, l’America liberal non può che affrontare l’intreccio tra classe e razza, tra giustizia sociale e lotta alle discriminazioni. Da un lato va riconosciuta la legittimità del malcontento dell’America bianca colpita da globalizzazione e recessione, dall’altra la questione razziale non va sottaciuta solo per il timore di offendere quel segmento dell’elettorato, o di introdurre elementi di divisione rispetto un’unità più vagheggiata che reale. Dalla “maggioranza silenziosa” evocata da Richard Nixon in poi, ricordano Reich e molti altri, l’idea di whiteness, (identità bianca) è stata abilmente utilizzata in campo conservatore per alimentare paure e risentimenti razziali e quindi ostacolare la saldatura tra working class bianca e minoranze. Solo riconoscendo questa realtà storica è possibile scardinare i falsi dilemmi e costruire un liberalismo all’altezza della trasformazioni economiche, sociali e demografiche in atto. Trasformazioni che certamente ci consegnano un’America più polarizzata e divisa, in cui l’esigenza di una guida unificante e autorevole si fa più urgente.

Nei suoi otto anni alla Casa Bianca Barack Obama si è indubbiamente posto come figura di riferimento del mondo liberal, nonostante gli inevitabili insuccessi politici e la sua eccentricità rispetto all’ortodossia progressista americana. Ha saputo, soprattutto nel primo mandato, rispondere a rivendicazioni economiche e parlare alle tante anime del paese che innervano la sua stessa biografia. E Lo ha fatto anche dicendo cose impopolari, ricordando da un lato all’America bianca che il razzismo e il “privilegio bianco” è tutt’ora un dato strutturale della vita della nazione, e dall’altro all’America nera che eccellere a scuola non è una “cosa da bianchi”, e che perseguire politiche universaliste era la soluzione migliore anche per le minoranze.

In una recente intervista alla radio pubblica NPR, quando gli è stato chiesto se dopo aver lasciato la Casa Bianca avrebbe potuto diventare il talent scout della squadra democratica, l’ex-presidente ha risposto che in realtà è pronto a diventarne l’allenatore. L’impressione è che, in questi difficili tempi polarizzazione politica, stratificazione economica e divisione razziale, l’America liberal non possa fare a meno, nel bene e nel male, della leadership obamiana.