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L’agenda europea del governo tedesco e le nuove coalizioni all’orizzonte

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Ora che la bancarotta greca è stata (almeno momentaneamente) sventata, a Berlino l’attenzione della classe politica si concentra sulle altre vertenze europee in fase di definizione. Accanto all’enigma della dotazione effettiva del nuovo fondo di stabilizzazione finanziaria ESM, la signora Merkel è alle prese con due questioni principali: la prima è il rinnovo delle nomine di vertice di alcune importanti istituzioni dell’Unione; la seconda è la trattativa con l’opposizione socialdemocratica ed ecologista in vista dell’approvazione del Fiscal Compact (formalmente, il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance nell’Unione economica e monetaria) da parte del Bundestag e del Bundesrat.  

Per quanto riguarda il nuovo fondo salva-Stati ESM, timidi segnali di apertura da parte della Cancelleria – che avrebbe proposto una sua coesistenza con l’EFSF sino al 2013 – si sono alternati alla riproposizione della tesi per cui non vi sarebbe attualmente necessità di ampliare la potenza di fuoco del fondo, dal momento che i differenziali tra i tassi di interesse dei paesi in difficoltà si sono ovunque progressivamente abbassati. Ragionamento che non convince del tutto il direttore del Fondo Monetario Internazionale: nel gennaio scorso, parlando proprio dalla Deutsche Gesellschaft für Auswärtige Politik di Berlino, Christine Lagarde aveva infatti esortato la Germania a non lasciare troppo in balia dei mercati gli Stati della periferia. Intervenendo il 18 marzo a Pechino al China Development Forum, la signora Lagarde ha così ammonito che l’Europa non può  lasciarsi cullare dall’ottimismo. Anche in Germania, d’altra parte, l’establishment politico ed economico è ben conscio del fatto che il miglioramento della situazione nell’Eurozona nei primi mesi del 2012 si deve in buona parte all’azione palliativa della Banca Centrale Europea. Da un lato, la signora Merkel parrebbe non voler mettere i bastoni fra le ruote a Mario Draghi in materia di politica monetaria; ma dall’altro, il presidente della Bundesbank Jens Weidmann – che è stato a lungo consigliere economico della Cancelliera – ha mostrato una certa insofferenza nei confronti dell’Eurotower, mettendo in guardia i suoi colleghi dai rischi di una politica del denaro a buon mercato. Una contraddizione evidente, dovuta al fatto che la Germania ha preferito delegare ai banchieri centrali le scelte più rischiose, anziché farsene carico di fronte all’opinione pubblica.

Se a Francoforte, dunque, la Germania lascia le briglie relativamente più lasche, altrove si appresta a piantare con decisione le proprie bandierine. Accanto alla Presidenza del Parlamento europeo, al Segretariato generale del Consiglio europeo,  e alla Direzione del fondo di stabilizzazione finanziaria, la signora Merkel ha intenzione di occupare con colori tedeschi anche lo scranno della Presidenza dell’Eurogruppo. Nato come incontro informale tra i Ministri dell’Economia e delle Finanze dell’Eurozona, l’Eurogruppo è stato riconosciuto dal Protocollo n. 14 al Trattato di Lisbona come organo imprescindibile per una discussione sul raccordo tra le politiche economiche degli Stati membri con la politica monetaria della BCE. Con l’uscita di scena del premier lussemburghese Jean-Claude Juncker, la signora Merkel (almeno secondo il Financial Times Deutschland) starebbe per lanciare la candidatura dell’attuale Ministro delle Finanze cristianodemocratico Wolfgang Schäuble, impegnato in una delicata opera di contenimento del deficit che dovrebbe portare la Germania al pareggio di bilancio già nel 2014. Una scelta che i socialdemocratici si sentirebbero pubblicamente di sostenere soltanto se Schäuble (ex braccio destro di Helmut Kohl) decidesse però di dimettersi dalla carica di Ministro. La situazione è complicata dal fatto che già lo scorso anno si era parlato per Schäuble di un ritiro a vita privata per motivi di salute e sembra quindi difficile che intenda ora sobbarcarsi il peso di un doppio incarico: non è quindi da escludere che si possa giungere all’ennesimo rimpasto nell’esecutivo, qualora il ministro scegliesse di concludere la carriera con un incarico europeo.

Le richieste dell’opposizione, peraltro, non si fermano solo alla distribuzione dei posti di governo. La legge di autorizzazione alla ratifica del Fiscal Compact  deve essere approvata entro metà giugno dal Bundestag: in quanto trattato internazionale che incide sui poteri sovrani della Repubblica federale, l’approvazione necessita del voto favorevole di due terzi dei parlamentari, proprio come se si trattasse di una normale legge costituzionale. Sin d’ora i gruppi parlamentari di SPD e Bündnis 90 / Die Grüne hanno annunciato di voler votare sì a condizione che la signora Merkel riesca a risolvere positivamente il conflitto con gli alleati liberali sull’introduzione della cosiddetta Tobin Tax – e il compromesso potrebbe essere un’imposta di bollo sui derivati. Il presidente dei socialdemocratici, Sigmar Gabriel, è in realtà co-firmatario di un manifesto dei progressisti europei che boccia in toto il Fiscal Compact. La sensazione è che, a livello di politica interna, l’SPD preferisca quindi mostrarsi più accondiscendente e puntare su iniziative (quale appunto quella dell’introduzione di una tassa sulle transazioni finanziarie) popolari presso l’elettorato e allo stesso tempo capaci di mettere in difficoltà la coalizione cristiano-liberale.

Dal canto loro, CDU/CSU ed FDP hanno avanzato, seppure a livello ancora informale, proposte per arrivare alla tanto invocata “unione politica”. In occasione della riunione dei Ministri degli Esteri tenutasi a metà marzo a Copenhagen, Guido Westerwelle ha rilanciato un’idea che circola da qualche mese: l’elezione diretta del presidente della Commissione europea. Diversamente da quanto sostiene la Frankfurter Allgemeine Zeitung, quella di Westerwelle non è affatto un’opinione personale. Nei mesi scorsi erano stati Michael Meister, vicepresidente del gruppo parlamentare della CDU/CSU e lo stesso Wolfgang Schäuble ad esprimere la medesima convinzione. Segno che la Germania è ormai pronta a fare qualche concessione anche sotto il profilo dell’integrazione politica. In particolare, non dovrebbe esserci una particolare resistenza della Cancelliera alla richiesta proveniente dalle file socialdemocratiche ed ecologiste di coinvolgere in tutte le future sedute del Consiglio europeo relative al Fiscal Compact anche il Presidente del Parlamento europeo.

Lungi dall’affaticarne il lavoro, le trattative con l’opposizione consentiranno alla signora Merkel di dimostrare che la CDU è un partner affidabile con il quale sarà possibile eventualmente formare una coalizione di governo nel 2013. I liberali dell’FDP sembrano ormai politicamente morti – da tempo non superano l’asticella del 5% nei sondaggi – e la Cancelliera si è quindi rivolta altrove alla ricerca di un nuovo alleato. Il laboratorio per nuovi esperimenti politici potrebbe essere il Nordreno-Westfalia, nel quale si voterà il 13 maggio, dopo che la scorsa settimana, venuto meno l’appoggio della sinistra radicale, il governo di minoranza tra verdi e socialdemocratici ha rassegnato le dimissioni. Il candidato governatore dei cristianodemocratici è il Ministro federale dell’Ambiente Norbert Röttgen, che non ha mai fatto mistero di avere simpatie ambientaliste. Gli stessi ecologisti si lasciano aperti la porta della soluzione verde-nera. Nella piccola Saar, Annegret Kramp-Karrenbauer (CDU), anch’essa allineata su posizioni abbastanza progressiste, ha rotto a gennaio l’alleanza con liberali e verdi, scegliendo la via delle elezioni che si terranno la prossima settimana. Se dovesse rimanere alla guida del Land, è probabile che dividerà lo scettro con i socialdemocratici. Non diverso l’esito nello Schleswig-Holstein, dove si voterà il 6 maggio. Messi fuori gioco i liberali, il governatore cristianodemocratico dovrà probabilmente lasciare il passo al suo rivale dell’SPD.   

I giochi delle coalizioni possibili sono quindi aperti. A livello federale, la stabilità di una futura maggioranza per verdi e socialdemocratici è in bilico, complice il rafforzamento del partito della signora Merkel, in testa secondo tutti i sondaggi. Se la CDU dovesse staccare di diverse lunghezze l’SPD alle prossime elezioni federali, toccherà così ai democristiani intavolare trattative per una riedizione della grande coalizione o per un inedito connubio con gli ambientalisti. Le doti da camaleonte della Cancelliera sono insomma tutto fuorchè esaurite.