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L’accordo ad interim sull’Iran: quando la pazienza è la virtù dei forti

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L’accordo ad interim sul nucleare tra l’Iran e il “G5+1” non è di per sé una svolta storica, e pone piuttosto le basi per un percorso di dialogo – sia sulle questioni nucleari sia su altri dossier importanti. Ciò che ha davvero una portata storica è semmai l’ipotesi che si è aperta: la piena partecipazione dell’Iran nel riassetto di una regione molto vasta (il Golfo, il Medio Oriente, forse alcune porzioni dell’Asia centrale) e ricca di conflittualità. È stato intanto compiuto il primo passo verso una possibile normalizzazione complessiva dei rapporti iraniano-americani, congelati dal lontano 1979 – ma non va dimenticato che vari contatti riservati erano in corso da anni, con una crescente intensità negli ultimi mesi.

In ogni caso, l’accordo raggiunto a Ginevra crea lo spazio negoziale per un più articolato compromesso sul programma nucleare iraniano, partendo dal diritto di Teheran di perseguire un’attività di arricchimento dell’uranio in misura adeguata soltanto all’uso civile dell’energia nucleare. È chiaro che, in prima battuta, il compromesso di questi giorni concede tempo prezioso alle diplomazie per proseguire i negoziati, e al governo iraniano del presidente Rohani per superare le resistenze interne a una distensione più ampia con gli Stati Uniti.

Non si tratta di una concessione unilaterale fatta dall’Occidente, come sta invece sostenendo un vasto fronte che si oppone all’accordo (soprattutto il governo saudita e quello israeliano, come era del tutto prevedibile). Si tratta in effetti di un graduale tentativo di avviare una de-escalation della dinamica che si è vista all’opera da decenni: provocazioni iraniane (tanto retoriche quanto fattuali, dal programma nucleare al sostegno diretto per vari gruppi militanti); sanzioni internazionali di vario tipo; isolamento diplomatico di Teheran; ulteriori provocazioni iraniane. La spirale si può ora interrompere, e questo è un passaggio fondamentale per perseguire risultati più ambiziosi.

Riguardo alla questione nucleare, che ha implicazioni in certo modo globali sui problemi della proliferazione, si conferma l’esistenza di un’area grigia in cui si consente a paesi sospettati di intenti militari l’arricchimento dell’uranio, sebbene questo lasci tecnicamente aperta l’opzione di progressi verso il livello utile proprio alla costruzione di armi nucleari. Si può dire che in tale area grigia la comunità internazionale sospende il giudizio, restando vigile ma riconoscendo il peso strategico delle tecnologie nucleari anche come questione di status – proprio quello status che una potenza regionale come l’Iran vuole da sempre garantirsi.

Barack Obama, da parte sua, ha raggiunto un obiettivo decisivo, pazientemente perseguito per tutta la sua presidenza. Lo ha fatto accettando i costi e i rischi di un vero campo minato politico e diplomatico: non solo per le fortissime obiezioni di molti governi alleati dell’America, ma prima ancora per l’opposizione interna che si concentra nel Congresso degli Stati Uniti. È qui che si dovrà ora vincere una difficile battaglia politica per convincere almeno i Democratici a fermare il treno delle sanzioni, perché il presidente ha ora bisogno di graduare questo strumento di pressione come una sorta di arma intelligente – piuttosto che come un bombardamento a tappeto. L’esito è davvero incerto, visto che perfino nel partito del presidente lo scetticismo è forte, mentre i Repubblicani insistono tuttora per un inasprimento delle sanzioni e non sono certo inclini a fare favori a Obama.

Il percorso che è stato finora soltanto avviato potrà cambiare profondamente il Medio Oriente, ma molti cambiamenti si sono già verificati e hanno reso possibile il primo passo. Anzitutto, è evidente che si è spezzato da tempo il tradizionale rapporto ombelicale tra Washingon e le vecchie leadership arabe (basato sul petrolio, sulla stabilità interna al di sopra di ogni altra considerazione, e appunto sul “problema Iran”). Ora viene impressa un’accelerazione ulteriore, e un rapido aggiustamento diventa necessario sia per i paesi arabi (a cominciare dall’Arabia Saudita) sia per Israele.

Inoltre, la mobilitazione della società iraniana precede di molti anni quella delle società arabe, e oltre alla pressione economica esercitata dalle sanzioni internazionali non c’è dubbio che gli equilibri interni hanno in certa misura prodotto le condizioni per l’emergere della leadership di Hassan Rohani, molto interessata a un compromesso immediato seppure limitato.

Restano naturalmente da verificare due aspetti essenziali: in primo luogo, la concreta volontà del governo iraniano di accettare le notevoli ingerenze internazionali da cui dipende l’attuazione degli accordi; in secondo luogo, la flessibilità di Teheran rispetto alla rete di rapporti regionali su cui ha costruito il suo ruolo, in particolare in Palestina (Hamas) e Libano (Hezbollah) ma più recentemente anche in Iraq, Siria e paesi del Golfo (con il forte sostegno agli sciiti). Il fattore ideologico della politica estera iraniana non può essere del tutto rimosso, ma vi sono esempi numerosi e a volte macroscopici di relazioni bilaterali che aggirano le preferenze ideologiche a beneficio di forme pragmatiche di cooperazione almeno selettiva. Potrebbe quindi applicarsi all’Iran del futuro, anche rispetto a come sarà declinata la connotazione islamica del regime, una sintetica valutazione attribuita a un alto esponente del Partito Comunista Cinese: è il Partito stesso a stabilire cosa significhi “comunismo”.

Saper cogliere le opportunità e trasformarle in una dinamica positiva è spesso la capacità cruciale di un leader politico. Almeno su questo, l’azione del presidente Obama andrà valutata con attenzione anche dai suoi critici più duri. Intanto, gli europei (i tre che sono membri del gruppo negoziale ma anche più ampiamente l’UE nel suo complesso) possono guardare con un po’ di ritrovata fiducia agli sviluppi dei rapporti con l’Iran, avendo svolto complessivamente un ruolo attivo e costruttivo, fiancheggiando per lo più le caute aperture americane.