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La via stretta del dibattito interno tedesco

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La Cancelleria tedesca ha senza dubbio tirato un respiro di sollievo per il risultato del referendum in Irlanda. Se la maggioranza degli irlandesi avesse bocciato la ratifica del cosiddetto Fiscal Compact (formalmente il Treaty on Stability, Coordination and Governance in the Economic and Monetary Union), tutto sarebbe stato ancora più complicato di quanto già non lo sia ora. Il cammino che conduce al sì definitivo di almeno dodici membri dell’eurozona entro il primo gennaio 2013, infatti, è ancora lungo e impervio.

A renderlo tale non sono solo le note riserve del neopresidente francese François Hollande, ma anche la complicata partita a scacchi che la stessa Angela Merkel sta giocando in patria. La Cancelliera, infatti, è ancora impegnata in un difficile negoziato per assicurarsi l’approvazione da parte di Bundestag e Bundesrat del trattato per il quale ha speso tutta la sua influenza sulla scena della politica comunitaria, e al quale è legata anche una parte del suo futuro politico. Sono necessari, in entrambe le Camere, i due terzi dei voti. Ciò significa che per Merkel non c’è alternativa all’accordo fra la coalizione di governo cristiano-liberale e l’opposizione socialdemocratica e verde.

Gli ultimi segnali sembrano dire che l’intesa si stia avvicinando: in realtà non è quasi mai stato davvero in discussione il fatto che, alla fine delle trattative fra i partiti, nei due rami del parlamento si raccogliesse la maggioranza dei due terzi, costituzionalmente necessaria alla ratifica del trattato. La Bundesrepublik è una “democrazia del consenso”, con una lunga tradizione di compromessi. Malgrado ciò, le posizioni di partenza erano assai distanti e, dopo la vittoria di Hollande, il quadro si era ulteriormente complicato: l’opposizione socialdemocratica e verde sapeva di poter giocare all’attacco.

I temi della politica europea, quindi, stanno mettendo ancora una volta alla prova la tenuta della maggioranza a Berlino, consapevole di dover rinunciare a posizioni ritenute fino a ieri non negoziabili. Le opposizioni chiedono, infatti, in cambio del loro voto favorevole, una serie di misure in favore della crescita. Alcune che saranno senza difficoltà accolte, come un migliore utilizzo del fondo sociale europeo o programmi contro la disoccupazione giovanile; altre, invece, alle quali sino ad ora i liberali e partiti dell’Unione democristiana si sono sempre dichiarati contrari: una tassa sulle transazioni finanziarie (Finanztransaktionssteuer) e un fondo europeo di estinzione del debito (Schuldentilgungsfond). Sulla prima sembra che l’intesa stia andando in porto; sul secondo, invece, tutto tace.

Il fondo richiesto da SPD e Grünen costituirebbe una garanzia comunitaria dei debiti dei cosiddetti Krisenstaaten, come la Grecia o la Spagna, vincolata ad un piano per la riduzione dei debiti stessi. Non si tratta dunque dei tanto temuti Eurobond, che notoriamente l’esecutivo di Berlino vede come il fumo negli occhi, ma di un meccanismo che porterebbe l’ammontare di ogni debito nazionale che eccede la quota del 60% rispetto al PIL ad essere preso in carico dai paesi membri. Un sistema di “condivisione del debito” certamente più soft, ma pur sempre difficile da digerire per chi, come i partiti della coalizione di governo, non lascia passare giorno senza rimarcare le virtù del proprio rigore di bilancio contro gli “indisciplinati” stati periferici. E che ha accettato i precedenti fondi di stabilità finanziaria solo dopo molte turbolenze interne.

Socialdemocratici ed ecologisti si trovano, quindi, in una situazione certamente più comoda di democristiani e liberali: sono questi ultimi a doversi muovere verso i primi, allontanandosi dalla linea dell’austerità ad ogni costo, tenuta sin qui. Per altro verso, tuttavia, nemmeno la condizione delle forze di opposizione è del tutto esente dai rischi che comporta il bisogno di trovare un accordo con i propri avversari. SPD e Grünen devono mostrare, in questa ultima fase della legislatura, di avere un progetto alternativo a quello della coalizione cristiano-liberale nella gestione della crisi economica. Contro le politiche di austerità, le sinistre tedesche insistono da tempo sull’opportunità di favorire la crescita, attraverso il ricorso alla spesa pubblica e stimolando i consumi in virtù di un allentamento della moderazione salariale. Un punto di vista che raccoglie crescenti consensi in Germania, come dimostrano i risultati delle elezioni nei Länder, quando l’ambito di riferimento è quello nazionale. Ma allargando il raggio all’intero Vecchio Continente, invece, l’opinione pubblica tedesca raffredda le proprie inclinazioni keynesiane.

La gestione della crisi europea di Angela Merkel è infatti apprezzata anche da elettori che hanno voltato le spalle ai democristiani negli appuntamenti elettorali più recenti: lo dicono tutti sondaggi che segnalano il gradimento di cui gode la Cancelliera. Consapevoli di ciò, SPD e Grünen hanno rinunciato a chiedere “modifiche” al trattato, distanziandosi da alcune delle tesi difese dai socialisti francesi soprattutto rispetto all’ipotesi degli Eurobond. Hanno però scoperto il fianco, così facendo, al pericolo di rendere meno nettamente distinguibili le posizioni in campo: una circostanza pericolosa soprattutto per la SPD, che deve lottare contro la sindrome da Junior partner di una possibile futura Große Koalition a guida democristiana. Ma anche per i Verdi, incalzati sul loro stesso terreno dagli incontenibili Piraten.

A spingere le opposizioni ad assumere un atteggiamento di maggiore intransigenza, che includa la rivendicazione degli Eurobond, è stato, in un recente intervento dai toni molto duri, l’ex vice-cancelliere e ministro degli esteri Joschka Fischer, figura-simbolo dei Grünen e non certo ascrivibile ai cosiddetti Fundis, la corrente della sinistra più radicale del partito. Di tutt’altro avviso l’uomo che ha condiviso con Fischer la guida dei sette anni di governo rosso-verde, l’ex cancelliere socialdemocratico Gerhard Schröder: questi ha fatto anch’egli sentire nei giorni scorsi la propria voce, per raccomandare ai compagni di partito di non farsi incantare troppo dalle sirene francesi e di quelle dei “francofili” in patria, à la Fischer (e gli intellettuali Habermas e Grass). Il dibattito è, sottotraccia, tra quanti fanno coincidere in toto gli interessi tedeschi con quelli europei e quanti, invece, assegnano all’interesse nazionale ancora un ruolo non indifferente, come fa Schröder.

Se Angela Merkel saprà utilizzare il fiuto e l’astuzia politica di cui è certamente dotata, potrebbe anche riuscire nell’impresa di ribaltare lo scenario di partenza, compattando le proprie file e indebolendo quelle avversarie (non prive, come si è visto, di contraddizioni). Lo conseguirà se trasmetterà l’idea che le opposizioni, in fondo, hanno ottenuto poco: in una situazione nella quale raggiungere un compromesso è d’obbligo, infatti, nessuna delle parti in causa deve dare l’impressione di avere ceduto troppo.

Dalla sua, la Cancelliera ha il fatto che SPD e Verdi non possono permettersi di tirare la corda sino al punto di spezzarla, perché rischierebbero di venire accusati di mancanza di senso di responsabilità, in una questione che, in ultima analisi, riguarda anche i risparmi di molti cittadini tedeschi: anche questo è un passo falso che nessun partito che aspiri a governare può permettersi.