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La strategia cinese in America Latina: materie prime, mercati e questione Taiwan

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Dagli anni Novanta, l’America Latina ha trovato nella Repubblica Popolare Cinese (PRC) un nuovo partner economico e politico. I rapporti tra la regione e la Cina, pressoché inesistenti fino al 1989, sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni, in particolare sotto la presidenza del predecessore di Xi Jinping, Hu Jintao. Vista dall’America Latina, l’attenzione di Pechino fornisce un’importante opportunità di diversificazione politico-economica a un’area che per 50 anni non ha avuto alternative agli USA (con l’eccezione filosovietica di Cuba); i benefici nei rapporti con la Cina non andrebbero però sopravvalutati, né vanno trascurati i suoi rischi.

In quanto potenza mondiale emergente, Pechino ha la necessità di ampliare la sua rete di relazioni diplomatiche oltre l’ambito tradizionale composto dai vicini asiatici, dalla Russia, dagli Stati Uniti (a partire dalla storica visita di Kissinger nel 1971, seguita da quella di Nixon l’anno successivo) e dai paesi europei. Questa premessa politica serve a inquadrare la nuova attenzione verso l’America Latina: se è infatti vero che a guidare la Cina nell’area a Sud del Rio Bravo sono soprattutto considerazioni di carattere economico, esiste anche una rilevante motivazione politica – per quanto riguarda i paesi centroamericani – relativa alla questione di Taiwan. Ben 12 dei 23 Stati che riconoscono la Repubblica di Cina (ROC) invece della PRC si trovano tra il Rio Grande e l’istmo di Panama (mentre in Sudamerica il Paraguay è l’unico ad avere relazioni diplomatiche con Taipei invece che con Pechino).

Oltre a questo dato diplomatico, emerge una netta differenza negli scambi commerciali con il gigante asiatico tra America Centrale e America Meridionale, che vanno dunque trattate in maniera separata.

Il Sudamerica attrae l’attenzione di Pechino per due motivi: la sua enorme disponibilità di materie prime e il suo ampio (oltre 500 milioni di persone) mercato interno, che grazie alla crescita dell’ultimo decennio è ormai composto da classi medie con un rilevante potere d’acquisto. La Cina compra nel subcontinente americano commodity alimentari come carne e soia (Argentina, Brasile) ed energetiche come petrolio (Venezuela), rame (Cile, Perù) e altri minerali. Negli anni la sua strategia è diventata sempre più a vasto raggio: oltre all’acquisto diretto, Pechino oggi può ricorrere a prestiti in denaro che vengono ripagati con l’export di materie prime (è il caso degli accordi con il Venezuela, che in cambio del contante invia una quota crescente del suo greggio verso il maggiore paese asiatico) e non esita a investire direttamente nei settori energetici dei suoi partner sudamericani, finanziando la costruzione delle infrastrutture necessarie ad estrarre e a mandare in Oriente le risorse minerarie di cui ha bisogno. Nel 2010 la Cina ha prestato alla regione più soldi della Banca mondiale, della Banca interamericana per lo sviluppo e dell’Ex-Im Bank statunitense messe insieme.

Nel breve periodo, tutto ciò ha numerosi effetti positivi. I paesi sudamericani hanno un nuovo socio in affari, con una domanda e un potere d’acquisto imponenti, che permette loro di essere meno dipendenti dal loro storico partner commerciale, gli Stati Uniti; proprio la possibilità di vendere alla Cina, capace di crescere a ritmi elevati anche dopo il 2008, ha permesso al Sudamerica di uscire essenzialmente indenne (per ora) dalla crisi globale originata negli Stati Uniti.

La PRC è diventata in questi anni il primo partner commerciale di Brasile, Cile, Perù e Uruguay.
La domanda cinese di materie prime, anche quando non viene soddisfatta dal Sudamerica, giova indirettamente alla regione perché aumenta il prezzo internazionale di quelle commodity, consentendo maggiori margini di guadagno anche se si vende a paesi diversi dalla Cina. I finanziamenti cinesi infine, in una fase in cui gli investitori storici nella regione (USA ed UE) subiscono le conseguenze della crisi, permettono di inaugurare progetti che difficilmente avrebbero visto la luce.

Nel medio periodo, non mancano però le incognite. Questo rapporto commerciale non allevia ma aggrava il problema storico dell’economia sudamericana, ossia la dipendenza dall’esportazione di materie prime: un problema con cui i governi della regione hanno cercato di fare i conti dal secondo dopoguerra ad oggi senza risultati. La soluzione potrebbe stare nell’investire i proventi della vendita di commodity alla Cina nella costruzione di infrastrutture, nell’industria e nei servizi; questa scelta spetta ai governi, che però potrebbero preferire misure di impatto più immediato (e sfruttabili a fini elettorali) invece di progetti che daranno risultati solo in un’ottica pluriennale. Gli stessi investimenti cinesi rispondono, logicamente, agli interessi di Pechino: spetta ancora ai governi sudamericani vigilare sulla sostenibilità sociale e ambientale e sull’utilità economica delle infrastrutture finanziate dalla Cina. Quanto ai prestiti, è vero che sono copiosi, ma non necessariamente a condizioni migliori di quelli proposti da istituzioni e paesi occidentali, soprattutto per quanto riguarda i tassi di interesse e le ricadute ambientali e occupazionali delle opere che finanziano.

Un altro aspetto dell’interscambio commerciale con la Cina è preoccupante, non solo per l’America Meridionale ma anche per quella Centrale: la concorrenza, spesso insuperabile, dei prodotti cinesi. La regione acquista dal colosso asiatico soprattutto beni finiti e questi, complice il minor costo del lavoro e le maggiori economie di scala di Pechino, sono più economici di quelli prodotti dalle rispettive industrie nazionali. Il problema per il Sudamerica si pone prevalentemente a livello domestico, mentre per il Centroamerica esso ha una dimensione anche internazionale: i paesi tra il Rio Grande e l’istmo di Panama in alcuni settori (tessile, elettronica, giocattoli) sono in concorrenza con la Cina e rischiano di perdere quote anche nel principale mercato del mondo, quello statunitense, malgrado i costi di trasporto siano ovviamente maggiori per Pechino. Questo quadro verrà alterato nei prossimi anni dal crescente costo della manodopera in Cina, ma per ora tutta l’America Latina ne patisce le conseguenze negative sull’occupazione, l’industrializzazione e la bilancia commerciale (che è in rosso per la regione).

Tra la Cina e l’America Centrale e Caraibica, come ricordato, è inoltre aperta la questione di Taiwan: 11 paesi dell’area riconoscono diplomaticamente il governo di Taipei e non quello di Pechino. Quest’ultimo, dopo aver criticato per anni la checkbook diplomacy del governo taiwanese, che si assicurava la fedeltà dei suoi alleati centroamericani ricoprendoli di soldi, è ricorso alle stesse armi. Per ora è la Repubblica Popolare è riuscita a convincere un solo Stato,  importante: il Costa Rica, che nel 2007 ha rotto con la ROC e ha inaugurato relazioni diplomatiche con la PRC, con cui ha anche firmato un trattato di libero commercio (Pechino ne ha uno con il Cile e uno con il Perù). Il Costa Rica è un paese rilevante soprattutto per le sue solide credenziali democratiche e di alleato degli USA. Proprio il fatto che la Cina abbia scelto di iniziare da qui la conquista diplomatica dell’America Centrale dimostra che le sue intenzioni politiche non sono apertamente anti-statunitensi: se avesse voluto irritare Washington, avrebbe potuto iniziare l’offensiva anti-taiwanese dal Nicaragua di Daniel Ortega, tradizionale avversario degli USA.

Anche i rapporti con i maggiori paesi ostili agli USA come Cuba e Venezuela, che pure ci sono, vengono presentati dai cinesi sempre in chiave di collaborazione economica ed eventualmente politica ma non come battaglie ideologiche. Del resto, al di là dei generici appelli al multipolarismo, sulle grandi questioni internazionali la Cina ha una sua agenda che non sempre coincide con quella della regione: per esempio il desiderio del Brasile di entrare come membro permanente in un Consiglio di Sicurezza dell’ONU riformato non trova l’appoggio di Pechino, preoccupata dall’eventuale concomitante ingresso di due rivali strategici come India e Giappone. Tutt’al più i rapporti tra la PRC e l’America Latina servono a marcare le distanze dall’atteggiamento degli USA in Estremo Oriente: mentre Washington non lesina interferenze in quella che Pechino considera la sua sfera d’influenza, la Cina vuole dimostrare di non fare altrettanto nell’ex “giardino di casa” statunitense. Certo, se il futuribile progetto di un canale o di una ferrovia transoceanici alternativi a Panama divenisse realtà – in Nicaragua, in Guatemala o in Honduras – grazie a imprese legate alla Cina, molti a Washington non la prenderebbero bene. Qualunque sia il suo esito, comunque, la complessa partita tra Stati Uniti e PRC non verrà decisa in America Latina.

La strategia latinoamericana della Cina è per ora chiara: concentrarsi sull’acquisto di materie prime, rifornire dei suoi prodotti questi mercati emergenti e cercare di riscuotere consensi tra i paesi della regione con gli appelli al multipolarismo senza costruire alleanze ostili agli USA. L’America Latina dovrebbe essere ormai consapevole delle opportunità e dei rischi che presenta Pechino: è tempo quindi per i paesi della regione  di elaborare una strategia cinese.