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La Siria tra primavera e repressione

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Quando, nel febbraio scorso, in Siria iniziarono a circolare sui social networks e sui telefoni cellulari gli appelli a seguire l’esempio delle altre popolazioni arabe e manifestare contro il regime, lo Stato maggiore del presidente Bashar al Assad sottovalutò la brace che covava sotto la cenere. Le autorità siriane sono state colte di sorpresa dalla repentina mobilitazione delle masse sunnite spinte dai predicatori religiosi nelle moschee, in occasione della preghiera del venerdì che vede riunita l’intera comunità.

Il vento del cambiamento è arrivato a soffiare anche a Damasco e, spiazzando via la cenere, ha messo in evidenza l’ardente disperazione di un popolo soggetto da oltre quarant’anni alla repressione del regime.

La criticità della situazione ha portato Assad a pronunciare due discorsi dalla fine di marzo (il primo al parlamento siriano e il secondo al Consiglio dei Ministri), a cambiare parte del governo e revocare lo stato d’emergenza (in vigore dal 1963).

Si è trattato in realtà più di una dimostrazione di forza che di una concreta apertura al cambiamento. Durante la prima occasione, il presidente siriano ha parlato di “complotto”, sottolineando la priorità della “sicurezza nazionale” rispetto a quella delle riforme e del cambiamento. Di fatto, aveva dunque preannunciato quanto sarebbe accaduto nei giorni a seguire, vale a dire una violenta repressione delle manifestazioni grazie all’unico strumento in grado di garantire attualmente la stabilità del regime: i temuti servizi di sicurezza siriani.

L’atteggiamento belligerante del regime è emerso in modo esplicito soprattutto nel primo discorso di Assad. Egli ha paragonato quanto sta accadendo oggi in Siria ai fatti libanesi del 2005, quando, sotto la pressione del popolo libanese e della comunità internazionale, il suo esercito fu costretto al ritiro dal Libano a seguito dell’omicidio di Rafiq Hariri. Allora, la reazione del regime fu violenta: attentati in Libano, omicidi eccellenti, sostegno a cellule terroristiche. Non è da escludere una strategia simile per fronteggiare l’attuale crisi.

Nelle ultime settimane, le proteste contro il regime di Bashar al Assad sono cresciute in modo esponenziale e si sono estese a numerose città della Siria, con un considerevole aumento delle vittime tra i manifestanti. Partendo dall’epicentro di Dera’a, lo scorso 25 marzo, il terremoto che ha scosso il regime ha raggiunto le città di Homs, Aleppo, Latakia, Banias e Damasco. Come gli altri moti rivoluzionari, anche quello siriano ha le sue peculiarità. L’elemento etnico-religioso gioca un ruolo trainante. Sono in particolare i sunniti, il 74% circa della popolazione siriana – a cui si sono uniti i curdi e i dissidenti laici – i protagonisti della rivolta contro il regime alawita, che, etnicamente rappresenta il 15% dei siriani. Il fattore confessionale ha poi delle ramificazioni regionali: pochi giorni fa, è tornato a parlare l’influente predicatore radicale egiziano Yousef al-Qaradawi, vicino alla Fratellanza musulmana, il quale ha esortato la comunità sunnita in Siria a lottare per i suoi diritti e rovesciare il regime.

Come in altri paesi, ad esempio il Libano, questa situazione si riflette sulla struttura delle forze armate siriane: Anche qui la confessione sunnita è maggioritaria, e soltanto la 4a Divisione dell’Esercito, comandata da Maher al Assad, fratello del presidente, è composta da alawiti. Non a caso, è proprio la Divisione inviata a Dera’a per soffocare nel sangue la nascente rivolta. Conscio della natura settaria delle sue forze armate, Assad non può trovare in queste un totale e affidabile sostegno alla sua attuale politica repressiva nei confronti dei manifestanti.

A conferma di ciò, giungono varie notizie da Al Jazeera e dalla BBC secondo cui alcuni soldati siriani sarebbero stati uccisi per essersi rifiutati di aprire il fuoco contro i manifestanti. Cresce la tensione anche nell’Università di Damasco, dove la presenza dei servizi di sicurezza è stata intensificata e numerosi agenti hanno preso parte alle lezioni nelle aule universitarie. Secondo un sospetto documento dell’intelligence siriana diffuso dal gruppo Facebook “La Rivoluzione Siriana 2011”, esisterebbe una chiara linea operativa da seguire per soffocare nel più breve tempo possibile le proteste. Sebbene il documento sia di dubbia provenienza, esso individua con precisione le tattiche effettivamente utilizzate sul terreno dalle forze di sicurezza: infiltrare i movimenti di protesta e sabotarli, e accusare importanti personaggi non amati in Siria – ad esempio sauditi o libanesi – di sostenere le proteste, con il beneplacito di “sionisti e americani”.

A tal proposito, lo scorso 14 aprile, l’emittente televisiva ufficiale siriana ha riferito che ci sarebbe un americano dietro le rivolte. L’emittente televisiva non ha aggiunto altri particolari, ma si tratta della prima volta in cui gli Stati Uniti vengono accusati direttamente di essere coinvolti nelle proteste contro i regimi arabi. Ciò potrebbe essere letto come un estremo tentativo da parte del governo di Assad di ribadire la teoria del complotto, in un momento in cui il cerchio attorno al regime si fa sempre più stretto.

La seconda scelta tattica identificata nel documento sopra ricordato trova conferma nelle recenti accuse lanciate da Damasco contro l’Arabia Saudita e alcuni personaggi libanesi, accusati di sostenere con mezzi e armi i rivoltosi. In particolare, il regime Assad ha accusato il deputato libanese Jamal al-Jarrah, membro del partito Al-Mustaqbal guidato dall’antisiriano Saad Hariri, di sostenere anche economicamente i siriani che si oppongono al regime. Protagonista è ancora una volta la TV siriana, che ha trasmesso quelle che ha definito le “confessioni di una cellula terroristica” – senza aggiungere altri dettagli – secondo cui al-Jarrah sarebbe coinvolto nel sostegno ai rivoltosi siriani.

Dunque, la crisi siriana si sta inevitabilmente ripercuotendo sui paesi della regione, in particolare sul Libano. Nello specifico, è l’Hezbollah libanese a temere un’eventuale caduta del regime siriano, suo forte alleato e sostenitore. Il sostegno del movimento sciita libanese al regime siriano fu evidente nel 2005, ed è oggi ancora più esplicito. Centinaia di siriani che si trovano in Libano, soprattutto operai, vengono radunati – presumibilmente pagati da Hezbollah – per manifestare a sostegno del regime Assad. E ciò avviene in particolare nelle aree di Beirut a forte densità sciita, e quindi sotto il diretto controllo del Partito di Dio. Inoltre, fonti siriane hanno riferito due mesi fa al quotidiano Al-Seyassah che 5.000 combattenti di Hezbollah sarebbero stati inviati in Siria per sostenere il regime a mantenere l’ordine pubblico. Secondo le fonti, rimaste anonime, tale “accordo” è stato raggiunto direttamente tra il presidente Assad e il segretario generale di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah.

A tal proposito, e come prospettato da un dossier di intelligence pubblicato su DEBKAfile, due potrebbero essere le opzioni che si prospettano per Assad: seguire l’esempio di Gheddafi in Libia, oppure giocare la preziosa carta dell’Iran e dei gruppi da esso sostenuti, come Hezbollah, Hamas e la Jihad Islamica.

Applicando la “soluzione Gheddafi”, Assad potrebbe optare per un isolamento nella sua roccaforte, a Damasco, focalizzando le azioni militari sulla difesa dei centri nevralgici del potere. A favore di questa tesi, giornalisti, intellettuali e attivisti siriani e libanesi hanno sottoscritto un documento in cui si fa esplicito riferimento al rischio che il regime stia appunto adottando una “soluzione Gheddafi”

Altrimenti, e sembra l’opzione più plausibile analizzando i dati, il presidente siriano – come ha fatto il Re del Bahrein chiedendo l’aiuto militare del suo alleato saudita – potrebbe ricorrere ai suoi forti alleati nella regione: l’Iran, Hezbollah e i gruppi palestinesi sostenuti da Teheran e che hanno i loro uffici a Damasco. Ed è questa la carta che differenzia il regime siriano da quello libico o egiziano: l’asse di ferro con l’Iran, la “guerra fredda” con Israele e l’opzione terrorismo. Del resto, soprattutto quest’ultimo strumento è stato utilizzata in passato da Damasco per tenere in costante allerta l’Occidente, e in particolare gli Stati Uniti. È una carta che, sotto una pressante minaccia, il regime siriano non esiterebbe a giocare.